Tutto quello che c’è da sapere sul vaiolo delle scimmie

Vaiolo

Salgono ancora i casi di vaiolo delle scimmie, la malattia legata al monkeypox virus che si diffonde attraverso un contatto stretto e che finora era rimasta quasi esclusivamente confinata all’Africa occidentale e centrale. Per capire meglio cosa sta succedendo, e soprattutto cosa dobbiamo aspettarci nel prossimo futuro, abbiamo messo a punto una breve lista delle più comuni domande (e risposte) sulla malattia. Eccola.

Da dove viene il nome?

Come ricorda su The Conversation Rodney E. Rohde, docente di scienze cliniche di laboratorio alla Texas State University, non è una malattia sconosciuta, né nuova. Il primo caso umano confermato risale al 1970, quando il virus è stato isolato in un bambino residente nella Repubblica Democratica del Congo. Il virus del vaiolo delle scimmie appartiene a un sottoinsieme della famiglia Poxviridae, quella dei cosiddetti Orthopoxvirus, che include, tra gli altri, anche il virus del vaiolo umano, il virus del vaccino e il virus del vaiolo bovino. Non si conosce ancora quale sia il “reservoir” animale per il virus del vaiolo delle scimmie, anche se si sospetta che i principali responsabili della sua trasmissione siano i roditori. Il nome “vaiolo delle scimmie” viene dal primo caso documentato di malattia negli animali, risalente al 1958, quando diverse scimmie (usate a scopi di ricerca) si ammalarono. All’epoca, il virus non fece il salto di specie verso gli esseri umani, e anche oggi si ritiene che le scimmie non siano i principali diffusori della malattia.

Qual è l’epidemiologia della malattia?

Dal primo caso umano documentato, il virus delle scimmie è tornato occasionalmente a colpire in diverse nazioni dell’Africa centrale e occidentale, per lo più nella Repubblica Democratica del Congo. Quasi tutti i casi registrati al di fuori dell’Africa, almeno fino ai focolai di pochi giorni fa, sono stati collegati a viaggi internazionali o movimentazione di animali.

C’è un collegamento tra i casi recenti?

Questo punto non è ancora chiaro, come hanno spiegato al NewScientist Moritz Kraemer, della University of Oxford, e John Brownstein, del Boston Children’s Hospital. Il primo paziente confermato nel Regno Unito, per esempio, aveva viaggiato in Nigeria; altri due contagiati sono collegati al primo, ma i quattro successivi (almeno apparentemente) non hanno alcuna relazione con i primi. “Questi ultimi casi – ha spiegato Susan Hopkins, della Uk Health Security Agency (Ukhsa) – insieme a quelli registrati nelle altre nazioni europee, confermano le nostre preoccupazioni iniziali: potrebbe essere in atto una diffusione del vaiolo delle scimmie all’interno delle nostre comunità”. Questa preoccupazione ha indotto l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) a indire una riunione di emergenza dello Stag-Ih (Strategic and technical advisory group on infectious hazards with pandemic and epidemic potential), comitato che fornisce consulenza sui rischi che potrebbero rappresentare una minaccia per la salute globale.

Come si trasmette?

Il virus si trasmette attraverso il contatto con una persona o un animale infetto o con superfici contaminate; tipicamente, spiega ancora Rohde, il virus entra nel corpo attraverso piccole lesioni sulla pelle, inalazione o membrane umide di occhi, naso o bocca. In particolare, il contagio animale-essere umano, secondo il Nhs (il sistema sanitario nazionale britannico) avviene in caso di morsi di animali infetti, in caso di contatto con sangue, fluidi corporei o lesioni e consumando carne infetta poco cotta. Sulla trasmissione da essere umano a essere umano, invece, ci sono meno certezze: sappiamo comunque che ai fini del contagio è necessario un contatto stretto (ad esempio parlare a lungo a distanza ravvicinata) e che la contagiosità è bassa in termini assoluti (meno, per esempio, di quella del vaiolo umano). Rispetto alla trasmissione per via sessuale, ancora non è chiaro se questa sia legata allo scambio di saliva o al contatto delle mucose genitali.

Quali sono i sintomi della malattia? Quanto è mortale?

Quando il virus entra nell’organismo, inizia a replicarsi e a diffondersi nel corpo attraverso il flusso sanguigno. I primi sintomi, solitamente, appaiono una o due settimane dopo l’infezione, e sono generalmente più lievi di quelli del vaiolo umano: i primi a comparire sono quelli parainfluenzali (febbre, mal di testa, respiro corto), seguiti dalla comparsa di rash cutanei (alle estremità degli arti, sulla testa e sul torso) che possono trasformarsi in vesciche piene di pus. Nel complesso i sintomi durano dalle due alle quattro settimane, mentre le lesioni della pelle guariscono nel giro di due o tre settimane. Il vaiolo delle scimmie non è quasi mai mortale: la versione attualmente in circolazione, in particolare, sembra avere un tasso di letalità inferiore all’1%.

Ci sono vaccini e terapie?

Al momento, quasi tutte le terapie disponibili sono finalizzate ad alleviare i sintomi del vaiolo delle scimmie. Esiste un antivirale, il tecovirimat, che in Europa è stato approvato per il trattamento del vaiolo delle scimmie, del vaiolo bovino e del vaiolo; negli Stati Uniti, invece, il farmaco è approvato solo per il vaiolo. Da diversi studi condotti su animali è emerso che il tecovirimat aumentava significativamente il tasso di sopravvivenza delle cavie con carica virale molto alta. Esiste inoltre un vaccino, lo Jynneos, approvato negli Stati Uniti e in Europa per la prevenzione del vaiolo delle scimmie e del vaiolo nelle persone di età superiore a 18 anni; infine si ritiene che anche il “vecchio” vaccino contro il vaiolo (che non viene somministrato più) conferisca una certa protezione contro il vaiolo delle scimmie, anche se al momento l’entità di questa protezione non è stata ancora quantificata.  

Potrebbe essere l’inizio di una nuova pandemia?

Tutte le informazioni che abbiamo in mano fino a questo momento suggeriscono di no, soprattutto perché il virus del vaiolo delle scimmie non si diffonde facilmente come quello di Covid-19. L’aspettativa degli esperti è che gli attuali focolai possano essere contenuti con il tracciamento dei contatti: “Non penso che le evidenze raccolte fino a questo momento – ha commentato ancora Brownstein – puntino nella direzione di una nuova pandemia. È importante non mettere questi focolai sullo stesso piano del coronavirus”. Già nel 2018, comunque, alcuni ricercatori avevano mostrato la propria preoccupazione sullo scoppio di focolai del genere: “L’emergenza del vaiolo delle scimmie come patogeno significativo per gli esseri umani – si legge in un articolo pubblicato nel 2018 sulla rivista Frontiers in Public Health – è indiscutibilmente uno scenario realistico”.

Via: Wired.it
Credits immagine: Geralt/Pixabay