5 cose da sapere sull’ipercolesterolemia familiare

Morire di infarto a 40 anni o avere un ictus a 45. Sono questi i rischi che si corrono se si ha l’ipercolesterolemia familiare (FH), una condizione ereditaria che causa elevati livelli del cosiddetto colesterolo cattivo (lipoproteine a bassa densità di colesterolo, o C-LDL) perché il fegato di chi ne è affetto non riesce a eliminarlo correttamente dal sangue attraverso il fegato. Si tratta di una malattia poco conosciuta, e per questo in gran parte sottostimata, che deve essere diagnosticata il prima possibile così che i pazienti possano iniziare a essere curati per diminuire il rischio di infarto o ictus. Ecco alcune cose importanti da sapere

Ne esistono due tipi. I pazienti possono essere affetti da una delle due forme di FH: eterozigote o omozigote. Entrambe queste forme vengono trasmesse attraverso un meccanismo di ereditarietà autosomica dominante. In pratica, un genitore portatore di un gene alterato che causa questa condizione ha il 50% di probabilità di trasmettere questo gene a ognuno dei suoi figli. L’FH eterozigote (HeFH) è la forma più comune di FH e colpisce in tutto il mondo circa una persona su 200-500. Le persone con HeFH sono caratterizzate da una copia alterata di un gene che regola il colesterolo. In generale, queste persone hanno livelli di colesterolo LDL due volte superiori al normale (ovvero >190 mg/dL). L’FH omozigote (HoFH) è la forma più rara di FH. È presente in circa una persona su un milione. Un soggetto affetto da HoFH è caratterizzato da due copie alterate di un gene che regola il colesterolo (una per ogni genitore). Queste persone, affette da una forma molto più grave di ipercolesterolemia, hanno livelli di C-LDL oltre sei volte superiori al normale (ovvero 500-1.000 mg/dL).

E’ più diffusa di quanto appare. Fino a non molto tempo fa si riteneva che la frequenza dell’ipercolesterolemia familiare nella forma omozigote fosse di circa 1 caso su un milione e nella forma eterozigote di circa 1 su 500. Dati più recenti hanno portato a stime diverse: 1:300.000 per gli omozigoti, 1:250 per gli eterozigoti. L’ipercolesterolemia familiare è senz’altro una patologia sotto-diagnosticata; solo una minoranza dei pazienti riceve infatti una diagnosi certa. Nel nostro Paese sono attualmente diagnosticati 7.000-8.000 soggetti presso i Centri specialistici, ma siamo solo al 3-4% del totale.

I segni non vanno sottovalutati. Da una parte depositi di grasso cutaneo, noti come xantomi, su gomiti, ginocchia e tendini, depositi di colesterolo su palpebre o cornea, dolore toracico (angina) o altri segni di malattia coronicarica che appaiono anche in giovane età. Dall’altra livelli elevati di colesterolo totale (più di 300 mg/dL negli adulti e più di 250 mg/dL nei bambini), livelli elevati di LDL (più di 190 mg/dL negli adulti e più di 160 mg/dL nei bambini), ma livelli normali di trigliceridi. Sono questi i segni dell’FH che devono essere riconosciuti il più tempestivamente possibile perché le persone che ne sono affette, se non trattate, rischiano di morire di malattie cardiovascolari in giovane età.

Cambiare lo stile di vita può non bastare. Per ridurre i livelli di C-LDL, e così contenere il rischio di patologie cardiovascolari, si deve arrivare quanto prima alla diagnosi precoce e a un trattamento. Per i pazienti con HeFH, è possibile provare con dieta ed esercizio fisico, inclusa la perdita di peso e la riduzione dell’introito totale di grassi a meno del 30% delle calorie totali, prima di iniziare una terapia a base di farmaci. Se i cambiamenti dello stile di vita non portano a un abbassamento del colesterolo, il medico è solito raccomandare una terapia farmacologica per la riduzione dei lipidi.

Ci sono novità nel trattamento. I farmaci più usati ed efficaci nel trattamento dei livelli elevati di C-LDL sono le statine. Altri medicinali per la riduzione del colesterolo includono ezetimibe, fibrati, resine sequestranti gli acidi biliari e acido nicotinico. Oggi a questi si aggiunge una nuova opzione, evolocumab, un anticorpo monoclonale che ha appena ricevuto il parere favorevole all’immissione in commercio da parte del Comitato dei Medicinali per Uso Umano (CHMP) dell’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA). Evolocumab ha dimostrato di ridurre di più del 55% il valore di LDL in maniera indipendente rispetto alla somministrazione o meno di una precedente terapia. Il suo profilo di tollerabilità è molto buono e apre il campo a quei pazienti che hanno problemi ad assumere statine e/o ezetimibe o che siano lontani dagli obiettivi terapeutici, quindi gli intolleranti e i non-responders alla terapia. Inoltre, il farmaco ha dimostrato di essere molto efficace nel ridurre la colesterolemia LDL nei pazienti con ipercolesterolemia familiare eterozigote ad alto rischio e in alcune sottospecie di pazienti omozigoti che però devono presentare una residua espressione del recettore dell’LDL.