C’è un momento, brevissimo, quasi impercettibile, in cui il cervello ha già deciso. Prima ancora di leggere un titolo per intero, prima di formulare un giudizio consapevole su un video o un testo scritto, qualcosa dentro di noi ha già preso posizione. A rivelarlo non sono le testimonianze dei partecipanti a uno studio, ma le loro pupille. Non più solo specchio dell’anima ma della nostra capacità, o incapacità, di fare i conti con la realtà.
A raccontarlo è una ricerca coordinata da Stefano Lasaponara, docente del Dipartimento di Psicologia di Sapienza Università di Roma, condotta in collaborazione con il Santa Lucia IRCCS e pubblicata su Pnas. Lo studio mette in luce un meccanismo cognitivo tanto sottile quanto potente: le nostre convinzioni preesistenti non si limitano a orientare le nostre opinioni, ma plasmano attivamente il modo in cui apprendiamo, fino al punto di farci ignorare tutti i segnali che dovrebbero farci cambiare idea.
Come funziona l’esperimento
Lo studio si è articolato in tre fasi distinte. Nella prima, ai partecipanti sono state mostrate notizie — metà vere, metà false — chiedendo loro di valutare quali ritenessero reali e quali fossero fake news. Nella seconda fase, ai partecipanti è stata prospettata la possibilità di vincere una piccola somma di denaro indovinando di volta in volta quale tra due notizie valutate in precedenza fosse associata al premio. Attraverso prove ed errori, i partecipanti hanno via via imparato a distinguere e a scegliere le notizie associate alla ricompensa. Nell’ultima fase, ai partecipanti veniva chiesto di confermare o rivedere i propri giudizi iniziali sulla veridicità delle notizie.
I risultati sono stati sorprendenti. Quando le ricompense erano associate a notizie che i partecipanti già credevano vere, l’apprendimento procedeva in modo rapido ed efficace. Ma quando il premio era legato a notizie che i partecipanti ritenevano false, le difficoltà erano evidenti: le persone continuavano a scegliere le notizie in cui credevano, anche quando questa scelta non portava alcun guadagno. In altre parole, la convinzione soggettiva di verità si rivelava più forte dell’incentivo economico a cambiare strategia.
La pupilla non mente
L’elemento più affascinante della ricerca riguarda però la pupillometria, ovvero la misurazione della dilatazione della pupilla come indicatore fisiologico del coinvolgimento mentale. Durante la prima fase di lettura delle notizie, i ricercatori hanno osservato che la pupilla si dilatava di più in corrispondenza delle notizie alle quali i partecipanti avrebbero poi attribuito maggiore credibilità. Questo significa che il cervello riservava più risorse cognitive — più “attenzione profonda” — già ai contenuti in linea con le proprie credenze, e lo faceva prima ancora che venisse espresso un giudizio esplicito.
“Non è sufficiente che un’informazione sia coerente con le proprie convinzioni per guidare l’apprendimento – spiega Lasaponara – è cruciale che venga percepita come vera. Quando siamo convinti che qualcosa sia vero, non solo tendiamo a preferirlo, ma possiamo arrivare a ignorare segnali che dovrebbero farci cambiare idea”.
La lotta alle fake news
Le implicazioni di questa ricerca vanno ben oltre il laboratorio. In un’epoca in cui la disinformazione si diffonde a velocità senza precedenti, amplificata da algoritmi che — come sappiamo — tendono a proporre agli utenti contenuti coerenti con le loro opinioni pregresse, creando le cosiddette “bolle informative”, capire i meccanismi cognitivi profondi attraverso cui le fake news attecchiscono diventa una priorità tanto scientifica quanto politica.
In questo senso lo studio mostra che contrastare la disinformazione non può ridursi a pubblicare smentite o informazioni corrette: occorre agire anche sui processi di valutazione e apprendimento. Una strategia efficace punta insomma a sviluppare una maggiore consapevolezza del ruolo delle proprie convinzioni e a promuovere un approccio più critico e flessibile all’informazione. In altre parole: l’unica strada è sostenere la media literacy.
Foto di Colin Lloyd su Unsplash





