Sei casi nel Vicentino, un caso a Marghera (Venezia). Le nuove segnalazioni di dengue in Veneto, contro cui sono state messe in campo azioni straordinarie di disinfestazione, confermano quanto gli esperti vanno ribadendo da un po’: complici i cambiamenti climatici, spostamenti di merci e persone, e la diffusione della zanzara tigre (Aedes albopictus) il virus è diventano piuttosto comune anche dalle nostre parti. Non solo con casi di importazione, ma anche con trasmissioni locali: autoctoni sarebbero anche i nuovi casi segnalati nelle scorse ore nel vicentino.
La dengue: pericolosa soprattutto alla seconda infezione
La dengue è una malattia virale trasmessa da zanzare (come Aedes aegypti, anche nota come zanzara della febbre gialla, e la Aedes albopictus, la zanzara tigre) che pungono una persona infetta (non si trasmette da uomo a uomo). Se sintomatica (in molti casi non lo è o lo è minimamente) causa dolori muscolari, nausea, vomito, febbre alta, eruzioni cutanee, mal di testa, con sintomi che peggiorano nel caso di seconde infezioni (con ceppi diversi del virus, di cui se ne conoscono quattro). In questi casi, ricorda l’Oms, possono apparire forti dolori addominali, respiro accelerato, sanguinamenti gengivali o nasali, sangue nel vomito e nelle feci e forte sete, tra l’altro. I dolori possono essere così intensi che la dengue è conosciuta anche con il nome di “febbre spacca-ossa”.
La dengue come “minaccia climatica”
Solo raramente è una malattia mortale (mediamente sotto l’1%), ma le dimensioni del fenomeno – si stimano fino a 400 milioni di casi l’anno, con un’esplosione negli ultimi anni – destano preoccupazione (anche nell’eventualità di possibili re-infezioni). Anche per la diffusione oltre le zone tropicali. Per questo a luglio Giuseppe Ippolito, docente di Malattie Infettive all’Università UniCamillus, e Alimuddin Zumla della University College London erano intervenuti su The Lancet Regional Health – Europe invitando a ripensare le strategie di prevenzione e gestione della malattia (ne avevamo parlato qui). In particolare, scrivevano, è tempo di superare l’idea che la dengue sia solo una malattia importata, e più in generale come “la ricorrente comparsa, la reintroduzione e la trasmissione locale della dengue in Europa vanno considerate come un segnale di allarme precoce di minacce più ampie legate a malattie infettive sensibili al clima”.
I casi in Italia
I casi italiani dunque si inseriscono all’interno di un contesto europeo, e italiano, tutt’altro che anomalo oggi. Secondo gli ultimi dati messi a disposizione dal sistema di sorveglianza nazionale dell’Istituto superiore di sanità (aggiornato alla fine di settembre), al momento dall’inizio dell’anno si contano 330 casi di dengue (nessun decesso), di cui 271 importati e 59 autoctoni (soprattutto in Toscana). Lo scorso anno i casi di trasmissione locale erano stati 4, ma il 2024 aveva fatto segnare numeri record, superando i 200, in crescita rispetto all’anno precedente. L’Italia, insieme alla Francia, è l’unico paese in Europa ad aver registrato casi autoctoni nel 2026: 5 in Francia alla fine di settembre ma nel 2024 erano stati 83. Le misure di contenimento attuate per le ultime segnalazioni mirano a contenere la diffusione delle zanzare, con attività di disinfestazione, cui vanno sempre aggiunte le tradizionali misure protettive personali e per i propri ambienti privati.
Cittadini consapevoli ma poco informati
Lo studio coordinato da Isi Foundation e condotto in collaborazione con Sorbonne Université e INSERM di Parigi, Queen Mary University a Londra e Aix-Marseille Université a Marsiglia, ha coinvolto 2.904 volontari durante la stagione delle zanzare 2024. Alla base dello studio c’era Influweb in Italia e GrippeNet/CovidNet in Francia, le piattaforme nazionali della rete europea InfluenzaNet. “Da oltre quindici anni migliaia di italiani condividono con noi informazioni sulla propria salute attraverso Influweb”, commenta Daniela Paolotti, Senior Research Scientist della Fondazione ISI e autrice senior dello studio. Questo ci ha permesso di ottenere risposte subito utilizzabili dalle autorità sanitarie”.
Ebbene, lo studio dice che oltre il 91% dei partecipanti ha la piena consapevolezza del rischio, solo il 14,6% però ha cercato volontariamente informazioni in merito. Quando poi le conoscenze ci sono, i cittadini sono disposti a proteggersi, per esempio vaccinandosi. Le piccole azioni quotidiane per evitare la moltiplicazione dei vettori, dicono ancora gli autori dello studio, sono in crescita rispetto a una decina di anni fa: il 44,4% dei cittadini – soprattutto quelli che vivono in contesti più a rischio – elimina l’acqua stagnante e il 28,5% usa regolarmente repellenti. Una comunicazione mirata, accessibile e legata al contesto locale, è quindi essenziale per migliorare la preparazione dove la dengue è una minaccia emergente.
Credits immagine: Matteo Fusco su Unsplash





