Un fossile proveniente da una miniera in Brasile ha rivelato un segreto che la comunità scientifica cercava da decenni: strutture cellulari e molecolari riconducibili al sangue di un dinosauro. Un gruppo internazionale guidato dai ricercatori della Curtin University, in Australia, ha individuato microstrutture ellissoidali simili a cellule e molecole associate all’emoglobina (la proteina che trasporta il sangue nei globuli rossi) all’interno dei canali vascolari di un aratasauro (Aratasaurus museunacionali), un piccolo teropodo vissuto circa 115 milioni di anni fa. La scoperta, descritta sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, è la prima conferma credibile del ritrovamento di un componente ematico di dinosauri, e apre nuove prospettive sullo studio della fisiologia dei rettili estinti.
Una conferma chimica
Nel corso degli ultimi anni diversi gruppi di ricerca avevano annunciato il ritrovamento di proteine o cellule sanguigne nei resti fossili di dinosauri, scontrandosi però con la difficoltà di replicare i dati e di escludere contaminazioni batteriche o fungine intervenute dopo la morte dell’animale. La particolarità del nuovo studio risiede nell’approccio metodologico adottato, che unisce l’osservazione al microscopio elettronico a un’indagine geochimica rigorosa. Per fugare ogni dubbio, il team ha sottoposto i campioni a spettrometria di massa e mappato tutti gli elementi presenti nel reperto fossile, per assicurarsi che fossero compatibili con il sangue.
Dalle analisi non sono emerse tracce di ife fungine, spore o pellicole microbiche che avrebbero potuto colonizzare l’osso prima della fossilizzazione, né mineralizzazioni anomale capaci di simulare forme cellulari. Al contrario, l’estratto osseo ha rivelato una netta dominanza di eme B, una molecola chiave che consente ai globuli rossi di trasportare l’ossigeno, la cui firma molecolare si distingueva nettamente da quelle presenti nelle rocce circostanti. La mappatura degli elementi chimici ha inoltre confermato che le microstrutture ellissoidali sono strettamente correlate alla presenza di ferro, carbonio e azoto, gli elementi costitutivi dell’emoglobina, mentre il resto della matrice ossea mostrava una composizione minerale differente basata su calcio, fosforo e fluoro.
Un caso fortunato
I 115 milioni di anni del fossile descritto nel nuovo studio lo rendono il più antico esempio noto di possibili cellule sanguigne di dinosauro, battendo i precedenti record fermi a circa 80 milioni di anni fa. La chiave di una conservazione così lunga risiede nel contesto geologico in cui l’aratasauro è stato sepolto: un tappeto microbico in acque poco profonde e quasi totalmente prive di ossigeno. Secondo i ricercatori, la mineralizzazione del manganese avrebbe agito da stabilizzante, replicando e preservando le delicate strutture prima che i tessuti potessero decomporsi, in un processo in cui la biologia ha interagito direttamente con il microambiente geochimico circostante.
Nonostante le verifiche accurate eseguite dai ricercatori, la cautela resta d’obbligo, in attesa di una verifica indipendente dei loro risultati su altri campioni e in differenti contesti geologici. Tuttavia, la portata del lavoro va ben oltre il singolo fossile. Il fossile era infatti stato scoperto nel 2008 e archiviato per anni in un deposito universitario, prima di essere riesaminato dagli autori della ricerca. L’analisi dimostra quindi che migliaia di reperti già catalogati e conservati nei cassetti dei musei e delle università di tutto il mondo potrebbero custodire informazioni molecolari e mineralogiche inaspettate, pronte per essere scoperte grazie ai progressi tecnologici e scientifici degli ultimi decenni.





