L’eco della vicenda Lipobay, il farmaco anticolesterolo accusato della morte di almeno 52 pazienti in tutto il mondo, si è già spenta in Italia. Così al tempo della nevrosi segue quello dell’oblio. Non solo nei confronti della vicenda statine – che ha avuto un clamore sovradimensionato rispetto alla sua pericolosità reale – ma anche delle questioni più preoccupanti: le reazioni avverse ai farmaci, l’appropriatezza delle prescrizioni e il condizionamento dei medici. Su questi argomenti si registra una sinistra alleanza tra chi ha tutto l’interesse a far dimenticare (l’industria), chi non riesce ad attribuire all’informazione altrettanta importanza che al numero dei clienti-pazienti (i medici) e chi non riesce a vivere con l’interrogativo perenne se le compresse che prende siano davvero così pericolose (i malati).
Le malattie da farmaci – usiamo l’espressione in modo lato – sono uno scacco per la medicina e il medico. Non è semplice digerire il fatto che strumenti presentati come la chiave di volta della lotta alle malattie possano far danni. E che possono farlo sempre, anche con le prossime mille ricette sotto le quali mille medici apporranno oggi la loro firma. Sì, perché le malattie da farmaci non sono così eccezionali come si crede, e non sono una faccenda di mero interesse storico. Una revisione recente di 39 studi condotti in ospedali degli Stati Uniti ha suggerito che il 6,7 per cento dei ricoveri è dovuto a gravi reazioni indesiderate da farmaci, responsabili del decesso nello 0,32 per cento dei casi, per un totale di 100 mila morti per anno. Alla luce di questi dati le reazioni indesiderate da farmaci rappresenterebbero una fra le sei cause principali di morte negli Stati Uniti. Non solo. Le reazioni indesiderate da farmaci causano anche un prolungamento della degenza ospedaliera e un aumento della spesa al costo stimato di 4.685 dollari (circa 5.205 euri, poco più di 10 milioni di lire) per evento prevenibile indesiderato da farmaci.
Che fare? Certo il problema in sé non è di facile soluzione. Prima di tutto perché le sperimentazioni cliniche che prece-dono la commercializzazione non hanno le dimensioni sufficienti per evidenziare in modo attendibile impor-tanti effetti indesiderati da farmaci. Una reazione grave, per esempio, si può verificare con una frequenza di un caso su 10.000 esposizioni e occorrerebbe quindi uno studio dieci volte più grande per avere buone probabilità che la reazioni si verifichi. Il problema è complesso e non può esserci una soluzione semplice, diretta. Piuttosto, sono auspicabili iniziative di vario genere.
Una soluzione – ma davvero solo una – è quella di ridurre l’analfabetismo dei medici a riguardo. Le reazioni indesiderate da farmaci possono essere di sei tipi. Le A sono collegate alla dose e all’effetto del farmaco e a un incremento di azione farmacologica del principio attivo (A sta per l’inglese Augmented). Le B sono di genere tutto diverso e non hanno nulla a che fare con l’effetto del farmaco, come accade, per esempio, nel caso di certi antiipertensivi che causano tosse (B sta per Bizzarre). Le C sono correlate alla dose e al tempo (C dall’inglese Chronic). Le D sono dovute all’uso continuo del farmaco (e per questo D dall’inglese Delayed: effetti ritardati). Nel caso E le reazioni indesiderate sono legate alla sospensione del farmaco (la lettera E indica l’End of use, la sospensione della terapia). Le F, infine, dipendono da un inatteso insuccesso della tera-pia (F dall’inglese Failure: insuccesso). Sembra poco probabile che gran parte dei medici abbia di fronte questo schema mentale quando si trova davanti a una persona con dei problemi medici e curata con delle medicine. La seconda cosa da fare – collegata alla prima – è cercare di promuovere presso i medici un uso appropriato dei farmaci. Cosa sulla quale il Dipartimento del Farmaco del Ministero della sanità ha iniziato muoversi.
Nella gran parte dei casi le reazioni indesiderate da farmaci non sono castighi del cielo, inattesi. Per questo è stato proposto persino di ridefinirle in modo diverso, sottolineando il ruolo del medico. Secondo il punto di vista iniziale dell’Organizzazione mon-diale della sanità la reazione sarebbe stata “una risposta dannosa e non intenzionale a un farmaco, che si verifica con dosaggi normalmente adoperati nell’uomo per la profilassi, la diagnosi o la terapia di una malattia o per modificare una funzione fisiologica”. Poi, però, allo scopo di includere errori terapeutici o reazioni nei confronti di contaminanti o costituenti inattivi, il fenomeno è stato definito “una reazione dannosa o spiacevole, dovuta all’uso di una sostanza medicinale, che preconizza un rischio per future somministrazioni e giustifica preven-zione o trattamento specifico, oppure modificazione del dosaggio prescritto, o infine la sospensione del pro-dotto”. Si potrebbe suggerire e fare molto altro, ma se si facessero anche queste due piccole cose sarebbe già qualcosa.





