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Tecnologia è partecipazione

di
Mauro Scanu

“Assemblea o assemblaggio?”. Dietro questo gioco di parole si nasconde una delle tipiche provocazioni del filosofo e antropologo Bruno Latour. L’occasione per lanciarla è stata la tavola rotonda organizzata al Politecnico di Milano dalla Scuola di Dottorato di Ricerca dell’istituto e dalla Fondazione Giannino Bassetti che si è tenuta lo scorso 17 novembre. Può la tecnologia vivere indipendentemente dalla politica? Il celebre intellettuale francese sembra non avere dubbi nel rispondere di no. “Le tecnologie non sono solo assemblaggi di parti ma anche assemblee nel senso politico del termine”, ha esordito Latour: “Non solo perché la fase di progettazione e di creazione è ormai un momento collettivo in cui intervengono scienziati, ingegneri, tecnici e amministratori politici, ma anche perché gli artefatti una volta costruiti necessitano poi di custodi, sorveglianti e ispettori che si inseriscono in un ambito sociale”. Questa catena di attori costituisce la cosiddetta “società del rischio”, in cui ognuno – individuo o istituzione – controlla una porzione più o meno ampia e approfondita del sapere e allo stesso tempo detiene una parte di responsabilità nel funzionamento dell’intero meccanismo. Che è così complesso da non poter funzionare con le competenze dei singoli individui: nemmeno il miglior ingegnere aeronautico potrebbe pretendere da solo di far volare un Boeing 747. Secondo Bruno Latour svelare la trama di questo complesso tessuto socio-tecnico, in cui interagiscono elementi umani e non umani, tecnologici e sociali, è però tutt’altro che facile. “Ci sono dei momenti in cui queste connessioni diventano più chiare, per esempio le catastrofi: un caso evidente può essere il disastro dello shuttle Columbia”, ha spiegato nel suo intervento. “Di norma il pubblico non è molto interessato a vedere una navetta sulla pista di lancio, che è materia per un ingegnere della Nasa e non per l’uomo della strada. Dopo l’incidente però, il problema è diventato sociale e c’è stata una corsa collettiva a curiosare dentro la scatola nera, a maneggiare i pezzi del puzzle tecnologico. È interessante notare che solo allora in molti si sono accorti dell’esistenza di un apparato istituzionale alle spalle dell’impresa scientifica e tecnologica. Quell’insieme di attori che in modo più o meno evidente permette continuamente il compromesso tra innovazione tecnologica e società”.Come ha messo in evidenza Piero Bassetti, presidente della fondazione omonima, l’intuizione di Latour è fondamentale per ragionare sulla tecnologia non più in quanto semplice scoperta tecnica, ma come motore del cambiamento sociale e politico. Di conseguenza è necessario indagare sulle responsabilità che a essa sono legate. L’innovazione tecnologica non è asettica, proprio perché aiuta a modellare con decisione il mondo in cui viviamo: l’attribuzione di responsabilità quindi non può prescindere dal controllo democratico. “Ci sono pensatori anche molto influenti che tendono a considerare la scienza come impresa culturale, e a relegare la tecnologia a un ruolo di subalternità, mero strumento applicativo del progresso scientifico”, ha commentato Roberto Verganti, direttore della Scuola di Dottorato di Ricerca del Politecnico di Milano. “Uno fra questi è Umberto Veronesi, che recentemente ha dichiarato che il compito dell’innovazione tecnologica è esclusivamente quello di attuare ciò che produce la scienza. Ma la realtà non è così polarizzata, come cerchiamo di insegnare agli studenti della Scuola di Dottorato”.Di conseguenza ben venga la proposta latouriana di istituire un Parlamento delle Cose, in cui sia possibile rappresentare umani e non umani implicati nelle controversie scientifiche. Visto che la parola scientifico si può sempre più leggere come politico, e ciò è confermato da problemi quali il riscaldamento globale o la scelta dell’energia nucleare. Per l’intellettuale francese non si potrà più fare a meno di forum che rappresentino le nostre opinioni in merito all’innovazione, che ci garantiscano nello scegliere cosa sia meglio per il nostro domani. Il nostro compito allora dovrebbe essere quello di guardare al passato, a quando i padri della democrazia gridavano “nessuna tassa senza rappresentanza”. Per evitare di subire mestamente un percorso già segnato da un’élite, secondo Latour lo slogan oggi deve essere attualizzato: “nessuna innovazione senza rappresentanza”.

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