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Manoscritti come fossili

È possibile studiare i manoscritti antichi come dei fossili, applicando il modello biologico usato per le dinamiche di popolazione del regno animale e risalendo quindi alla loro distribuzione e alla loro longevità. Ad affermarlo è un paleontologo della Cornell University, John Cisne, in un articolo apparso su Science. L’idea è che si possa ritenere la “vita” dei manoscritti, ovvero quanti ne venissero copiati e tramandati e quanti distrutti, come analoga al ciclo animale di riproduzione e morte. Assumendo questo, Cisne propone di studiare le età delle diverse copie sopravvissute di un manoscritto e dalla distribuzione ricavata e dedurre, come si fa in paleontologia, quante dovevano essere le copie in circolazione in una data epoca e quante invece venivano bruciate o distrutte da cause naturali. La reazione degli storici è controversa. L’approccio di Cisne potrebbe rivelarsi fruttuoso ed innovativo secondo Florence Eliza Glaze, storico alla Coastal Carolina University, ma “necessita fondamentali modifiche”. Secondo la Glaze, infatti, alcune assunzioni come quella di ritenere i testi medievali poco dinamici, chiusi entro confini geografici rigidi, si scontra con la realtà storica dell’immigrazione e dell’emigrazione dell’epoca: “Collaborare con uno storico avrebbe portato ad uno studio molto migliore”. (m.d.b.)

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