Uno studente universitario su cinque si sarebbe fatto del male volontariamente almeno una volta nella vita per sopprimere le emozioni negative, provocandosi graffi, tagli, lividi, bruciature, morsi. E la stessa allarmante percentuale si ritrova tra gli studenti delle superiori. Il fenomeno è molto spesso associato a disturbi alimentari come anoressia e bulimia. Questi i dati di uno studio sugli studenti italiani (578 universitari e 219 delle medie superiori), realizzato dall’Università di Milano-Bicocca. I risultati sono stati presentati al convegno “Autolesionismo, disturbi alimentari e disturbi di personalità”, in corso tra oggi e domani a Vicenza.
Ma perché farsi del male? “I ragazzi si infliggono dolore per evitare o sopprimere emozioni negative, per entrare in uno stato di torpore o per ricevere attenzione dagli altri”, afferma Roberto Ostuzzi, presidente della Società italiana per lo studio dei disturbi del comportamento alimentare (Sisdca). E la modalità preferita è quella dei graffi (50%), seguita dai tagli (34%) e dai lividi (24%). Il primo episodio di autolesionismo avviene precocemente, in media verso i 13 anni. Questi comportamenti si verificano con frequenza e intensità variabili, ma alcune volte possono essere anche fatali. La mortalità di queste persone, infatti, è stimata intorno al 9-10 per cento.
Il fenomeno sembra legato ai problemi con il cibo. Uno studio coordinato da Ostuzzi su un campione di 230 persone ricoverate in un reparto ospedaliero per la cura dei disturbi alimentari (bulimia, anoressia e disturbo da alimentazione incontrollata), infatti, rivela che circa il 28 per cento di loro aveva messo in atto comportamenti autolesivi almeno una volta durante la terapia. Nell’81 per cento dei casi, inoltre, è presente un disturbo della personalità (generalmente i pazienti sono borderline, presentano cioè una grave forma di instabilità tra nevrosi e psicosi). (a.g.)





