Come si amministra un science centre

Il rogo del 4 marzo scorso a Città della Scienza di Napoli ha richiamato l’attenzione su questo progetto d’avanguardia e sulla sua gestione economica. All’indomani della tragedia si sono sollevate polemiche sui conti economici di CdS, sul fatto che i dipendenti fossero senza stipendio. Era in perdita? Per farlo ripartire serve una sorta di “commissariamento”? Per cercare di rispondere a queste domande ripercorriamo brevemente la storia del polo museale di Bagnoli e cerchiamo di capire come sopravvivono gli altri science centre europei.

Il progetto. Il 25 febbraio 1993, Vittorio Silvestrini e i membri della Fondazione IDIS presentano il progetto di Città della Scienza alle istituzioni. Grazie ai finanziamenti promessi dal CIPE (Comitato interministeriale per l’economia) e dalla Regione Campania, Fondazione IDIS diventa proprietaria di 70 000 m2 lungo il litorale di Bagnoli. In base all’accordo, Città della Scienza non potrà contare esclusivamente sullo Stato per reperire i fondi necessari alla sua attività, ma dovrà recuperarne almeno il 65% sul mercato.

La gestione IDIS-Regione. Negli anni, l’erogazione del restante 35% è discontinua e rende necessari prestiti dalle banche. Silvestrini chiede quindi alla Regione, guidata da Bassolino, di stabilizzare il contributo previsto. Gli viene proposta, in cambio, una società partecipata dalla Regione e dalla Fondazione IDIS (al 51% e 49% rispettivamente) che gestisca Città della Scienza. Fondazione IDIS deve accettare e il primo luglio 2005 nasce La Città della Scienza SCpA onlus.

La nuova gestione compartecipata però non funziona. Già a inizio 2006 Silvestrini parla di una perdita di commesse per un milione di euro, sia per impegni non rispettati dalla Regione, sia per il venir meno della competitività sul mercato. Anche i visitatori diminuiscono. Silvestrini si dimette nel maggio 2007, a dicembre la società chiude in perdita.

Il ritorno della gestione alla Fondazione IDIS. Dal 2008 la gestione torna alla Fondazione IDIS, con Luigi Amodio direttore generale. La SCpA diventa Città della Scienza SpA (oggi Campania Innovazione), in house della Regione, e mantiene solo poche attività, che torneranno a fine 2013 alla Fondazione IDIS. Le prestazioni riprendono, i visitatori tornano ad affollare il science centre. Rimangono però le inadempienze da parte dello Stato: nel 2008 non arrivano i 3 milioni di euro previsti dall’accordo con MIUR e Regione, accordo che non viene rinnovato per il 2009. Nel 2010 diventa difficile pagare dipendenti e fornitori.
Il giorno del rogo, Città della Scienza ha 4 milioni di debiti, a fronte di un patrimonio di circa 100 milioni di euro e quasi 10 milioni di crediti nei confronti dello Stato.

Quale governance dopo il rogo? Fondi pubblici e governance si intrecciano nel decreto del 28 marzo 2013 firmato dai ministri uscenti dell’Istruzione e per la Coesione Territoriale. Sul tavolo 20 milioni di euro per la ricostruzione, che però sarà gestita da un comitato interistituzionale e non direttamente dalla Fondazione IDIS. Silvestrini parla di esproprio e, per quanto membro designato, non partecipa alle discussioni. Ciro Alfano, membro del comitato quale Assessore provinciale agli Affari generali e Attività Produttive, riconosce: «Abbiamo rimesso il nostro mandato nelle mani dei nuovi ministri prima di arrivare a parlare di governance. Se ce ne sarà data occasione, ne discuteremo».

Il panorama europeo. Mentre a Napoli il dibattito sulla gestione resta aperto, quali modelli adottano i paesi Europei? In Francia, la Cité des sciences et de l’industrie è finanziata principalmente dallo Stato. Due terzi del CdA sono di nomina più o meno diretta del governo e delle forze politiche. Oltremanica, l’80-90% dei fondi del Museo di Storia Naturale di Londra viene dal Ministero della Cultura, che nomina uno dei 12 membri del CdA; altri 8 sono espressi dal Primo Ministro.

Il modello economico di Città della Scienza – 65% dei fondi dal mercato e 35% da stanziamenti statali – appare quindi originale e moderno. Non a caso, l’obiettivo a lungo termine del museo inglese è una gestione simile a quella partenopea: riduzione della dipendenza statale con la creazione di nuove fonti di finanziamento. D’altra parte, un rapporto del governo francese del 2007 indica la stabilità dei sussidi statali come uno dei punti di forza della gestione economica de la Cité des sciences.

La soluzione migliore secondo Amodio è chiara: «Rinunciare all’autonomia gestionale e intellettuale significherebbe diventare un’appendice del sistema pubblico. Per pagare gli stipendi basterebbero le risorse che attendiamo da MIUR e Regione Campania dal 2008». Ora, con un nuovo Governo, si riapre la discussione.

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