Cosa sappiamo su donanemab, il nuovo anticorpo monoclonale contro l’Alzheimer

    donanemab
    Crediti: Danie Franco / Unsplash

    L’azienda farmaceutica statunitense Eli Lilly ha pubblicato proprio in questi giorni i risultati dello studio clinico di fase tre per il donanemab, un anticorpo monoclonale che sembra avere buoni effetti nel ridurre la presenza delle cosiddette placche amiloidi, una fra le cause più accreditate della progressione e forse dell’insorgenza dell’Alzheimer. Purtroppo, proprio come il lecanemab, altro anticorpo monoclonale allo studio per il trattamento delle persone affette da questa malattia neurodegnerativa, anche il donanemab può causare effetti collaterali da non sottovalutare, come la stessa Eli Lilly riconosce.

    I potenziali vantaggi

    “Siamo incoraggiati dai potenziali benefici clinici che donanemab può offrire, anche se, come molti trattamenti efficaci per malattie debilitanti e fatali, vi sono rischi associati che possono essere gravi e pericolosi per la vita”, ha dichiarato Mark Mintun, vice-presidente del gruppo Neuroscience Research & Development presso Lilly e presidente di Avid Radiopharmaceuticals. “Notiamo – prosegue – che questi risultati suggeriscono che le persone nella fase iniziale della malattia potrebbero essere le più reattive ai terapici che hanno come bersaglio l’amiloide”. La formazione di placche amiloidi è dovuta all’accumulo di una proteina, detta beta-amiloide, non più funzionale, ovvero che ha perso alcune delle proprie caratteristiche biochimiche e che di conseguenza forma aggregati e precipitata all’interno delle cellule neuronali. Secondo i dati rilasciati dall’azienda farmaceutica, il trattamento con l’anticorpo monoclonale avrebbe di molto ridotto la presenza di queste formazioni.


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    Lo studio ha coinvolto un totale di circa 1700 pazienti con segni iniziali di declino cognitivo e altri marcatori legati allo sviluppo della malattia di Alzheimer. Secondo i dati riportati da Eli Lilly, il 47% dei partecipanti trattati con donanemab non è andato incontro a progressione clinica durante l’anno di trattamento, contro il 29% dei pazienti trattati con placebo. “Siamo estremamente soddisfatti che donanemab abbia dato risultati clinici positivi, con una significatività statistica convincente, per le persone affette dalla malattia di Alzheimer in questo studio”, ha aggiunto Daniel Skovronsky, responsabile scientifico e medico di Lilly e presidente dei Lilly Research Laboratories. “Si tratta del primo studio di Fase 3 di un farmaco in fase di sperimentazione per la malattia di Alzheimer che ha ottenuto un rallentamento del 35% del declino clinico e funzionale”.

    Gli effetti collaterali

    Purtroppo però, come dicevamo, anche gli effetti collaterali non sono mancati. Alcuni pazienti hanno sviluppato una condizione detta Aria (amyloid-related imaging abnormalities), che consiste nell’insorgenza di rigonfiamenti temporanei in alcune aree del cervello (Aria-E) o in microemorragie (Aria-H), talvolta osservate a seguito del trattamento con questa classe di anticorpi monoclonali. Il 24% dei partecipanti trattati con donanemab hanno sviluppato Aria-E, mentre il 31,4% hanno presentato i sintomi legati all’altra condizione, Aria-H, contro il 13,6% dei pazienti trattati con placebo. Secondo quanto riportato dall’azienda farmaceutica, nella maggior parte dei casi si è trattato di sintomi valutati come lievi o moderati, mentre un 1,6% ha sviluppato una sintomatologia grave. Tre pazienti sarebbero morti durante il trial per cause forse attribuibili ad Aria.

    Infine, come sottolinea una news di Science, considerando il parametro definito come Clinical Dementia Rating-Sum of Boxes (Cdr-Sb), la differenza assoluta fra il gruppo trattato con l’anticorpo e quello che ha invece ricevuto il placebo sarebbe di poco inferiore a 0.7. In passato, uno studio su questo tema aveva concluso che fosse necessario almeno un intero punto di differenza su questa scala per poter osservare una differenza clinicamente rilevante nella progressione della malattia. In conclusione, è importante riconoscere il progresso soprattutto nella comprensione di quelle che sono le cause che scatenano la malattia e che sembrano essere confermate dagli studi effettuati su questa classe di anticorpi monoclonali. Allo stesso tempo, sarà necessario secondo gli esperti attendere la pubblicazione di ulteriori dati per valutare da quale parte penda l’ago della bilancia, fra rischi e benefici.

    Via Wired.it

    Credi immagine: Danie Franco/Unsplash