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Angeli con il mitra

di
Daniela De Vecchis

Giocano a fare la guerra. Non virtualmente, come in un videogioco, ma realmente, sui campi di battaglia. Strappati dalle scuole, dalle case, dalla strada e addestrati ad uccidere, a volte, a massacrare. C’è qualcosa, tuttavia, ben visibile, che contraddice la loro ferocia. E’ il loro volto. Volto di bambini sfruttati, derubati dell’innocenza, ma pur sempre bambini. Il “Rapporto globale 2001” realizzato dalla Coalizione internazionale “Stop all’uso dei bambini soldato!” attesta che 300 mila minori sono attualmente coinvolti in conflitti armati in 41 Paesi e 500 mila sono quelli arruolati dagli eserciti regolari e dai gruppi paramilitari di oltre 80 nazioni. La situazione è migliorata in America Latina, in Medioriente e nei Balcani, ma è ancora ad alto rischio in Africa e in gran parte dell’Asia e del Pacifico. Le cifre, per di più, non rendono conto, se non in misura parziale, dell’orrore che il mondo continua a tollerare. Secondo il bilancio Unicef, infatti, nell’ultimo decennio, più di due milioni di bimbi sono stati uccisi in guerra, oltre un milione è rimasto orfano, più di sei milioni quelli resi invalidi, dieci milioni i piccoli psicologicamente traumatizzati e circa 20 milioni non hanno più una casa.

Pare che il primato del reclutamento dei baby-soldato spetti all’Afghanistan, dove si diventa “guerrieri di Dio” a 10-11 anni. I talebani hanno vietato gli aquiloni, sostituendoli con le armi, unico segno di modernità in un Paese tornato, di colpo, al Medioevo. Hanno proibito la musica, ad eccezione delle canzoni religiose. Hanno abolito l’istruzione scientifica, matematica, letteraria, istituendo corsi di religione solo per i ragazzi. Questi vengono sottoposti ad un indottrinamento politico-religioso-militare a dir poco inflessibile. Credenze religiose che, forse, neanche il Corano suggerisce; minacce, punizioni fisiche e umiliazioni di ogni sorta per chi sbaglia; esecuzioni sommarie per chi diserta; somministrazione di droga, alcol, latte misto a polvere da sparo per annullare ogni resistenza. La spietatezza del regime talebano è balzata ora agli onori della cronaca, ma si tratta di metodi generalizzati, subìti dai bambini in molte altre parti del mondo. Ai “guerrieri-ragazzini” della Sierra Leone viene detto che i loro ju-ju, amuleti immersi nel sangue, hanno il potere magico di renderli invincibili. Durante la guerra Iran-Iraq (1980-88), i bambini iraniani venivano costretti a esplorare i territori minati, dopo essere stati convinti di essere i martiri dell’Islam. In Myanmar, i piccoli si esercitano a scovare le mine, spazzando le strade con scope o rami. In Uganda, i baby-soldato dell’ “Esercito della resistenza di Dio” subiscono il più folle, forse, degli addestramenti: fatti convivere a gruppi di dieci, devono, a un certo punto, uccidere con le proprie mani il compagno, accusato, dal loro maestro, di essere un traditore. In Birmania, i piccoli sono vittime di riti di iniziazione, che possono giungere ad atti di cannibalismo.

“I Kadogo (soldati ragazzini) sono degli ottimi soldati perché non si preoccupano di nulla. Obbediscono agli ordini, non pensano a tornare a casa, dalla moglie o dalla famiglia. E non hanno paura di nulla”. In poche parole, quelle di un ufficiale dei ribelli della Repubblica Democratica del Congo, viene spiegato il motivo dell’arruolamento forzato dei minori. Facchini, spie e soldati, divengono, in genere, i piccoli che la guerra stessa ha privato della famiglia, oppure i figli di genitori poverissimi che intravedono nel servizio di leva l’unica fonte di guadagno, perciò di cibo. O ancora i bambini animati dalla vendetta nei confronti di chi ha ucciso i loro parenti. Sono quest’ultimi impropriamente chiamati “volontari”. Oltre a essere disciplinati e, per propria natura, facilmente influenzabili, sono anche economici. La loro corporatura li rende particolarmente adatti a impugnare fucili, pistole, mitra, lanciagranate, mine. Armi che costano tra i 10 e i 20 dollari, barattabili con un pollo o una pecora. E il mercato delle “armi leggere” è in costante crescita, con l’Italia tra i principali produttori, terza dopo Usa e Regno Unito, con un guadagno di 600 miliardi di lire l’anno. E poi, vi sono le bambine. Destinate anche loro a combattere, addestrate al suicidio, stuprate e usate come “schiave sessuali”, per soddisfare i desideri depravati degli ufficiali. I costi, per le piccole vittime, sono altissimi: malnutrizione, infezioni dell’apparato respiratorio e della pelle, malattie sessuali e, per chi sopravvive, il trauma del reinserimento.

Eppure il diritto internazionale protegge i bambini. La “Convenzione sui diritti dell’infanzia”, siglata nel 1989, assegna alla “persona-bambino” tutti i diritti inviolabili relativi a questo status, permettendo, tuttavia, agli Stati firmatari di arruolare ragazzi a partire dal quindicesimo anno di età (art. 38). Proprio la contestazione che questo articolo ha suscitato da parte delle organizzazioni in difesa dei diritti umani, ha portato all’adozione, nel gennaio 2000, di un Protocollo opzionale, in base a cui il limite di età per entrare nell’esercito viene innalzato a 18 anni. Anche se 80 Paesi hanno firmato la Convenzione, soltanto cinque l’hanno ratificata (Canada, Andorra, Panama, Sri Lanka, Bangladesh). Italia e Gran Bretagna, che vietano ai minorenni la patente di guida, gli alcolici e il diritto al voto, consentono loro di arruolarsi a 17 anni.

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