Antichi rimedi, moderni tabù

La maggioranza delle sostanze che oggi chiamiamo “droghe” sono state o sono tuttora dei “farmaci”. La distinzione fra droga (1) e farmaco è più basata su un’ideologia etico-politica che su una definizione scientifica. Oggi per esempio la Cannabis e l’eroina condividono il dubbio onore di essere classificate, dalla legge statunitense sulle “sostanze controllate” (2), nello Schedule 1, quello che raggruppa le sostanze dotate di un inaccettabile rischio di dipendenza e di nessuna utilità medica. Lo stesso accade nella maggioranza degli altri Paesi, inclusa l’Italia. Se si considerano la storia e la farmacologia dell’eroina, su cui non posso dilungarmi qui (3), e la vastità degli usi terapeutici oggi seriamente ipotizzabili per la Cannabis (4), non si può non pensare che queste leggi siano state fatte non guardando in faccia la realtà, ma tentando di stravolgerla per scopi che non riguardano né la medicina né la cura dei malati.

In questo articolo cercherò di raccontare con qualche dettaglio la storia dell’uso medico della sostanza storicamente più importante, l’oppio, e di quella attualmente più promettente, la canapa, mentre potrò solo accennare brevemente a quella di altre sostanze non meno cariche di vicissitudini, ma che per varie ragioni devono, sotto l’aspetto medico, essere considerate di secondo piano.

L’oppio

L’oppio agli albori della medicina. Moltissimi reperti fossili dimostrano che il papavero era conosciuto in Europa centro-meridionale già nel Neolitico e nell’Antica età del bronzo (5500-3000 a.C.). Tavolette mediche sumeriche (3000 a.C.), papiri egiziani (papiro Ebers, 1550 a.C.), oltre a bassorilievi, monete e gioielli di varie epoche ritrovati in tutta l’area mediterranea e nel medio-oriente, citano o raffigurano il papavero.
L’oppio è uno dei farmaci principali della medicina fin dai tempi in cui essa si confondeva ancora con la magia e con la religione, e certo uno dei pochissimi che per il loro valore hanno attraversato i millenni fino ai nostri giorni. Ippocrate (V-IV sec. a.C.), negli scritti che gli sono attribuiti, parla ripetutamente dell’oppio, e lo raccomanda come narcotico e contro la dissenteria. Nicandro (II sec. a.C.) è il primo a parlare della theriaka, una miscela di sostanze diverse, sempre contenente oppio, che avrà una lunghissima storia, sopravvivendo addirittura fino al XVIII secolo. Pedanio Dioscoride (I sec. d.C.) è il primo a descrivere la tecnica di estrazione dell’oppio e a presentarne le principali caratteristiche farmacologiche: “Elimina il dolore, calma la tosse, riduce il catarro dei polmoni, blocca i flussi intestinali, e si applica sulla fronte di chi soffre di insonnia. Però, prendendolo in gran quantità, fa male, perché provoca letargia e uccide”.

L’oppio nell’Impero romano. Aulo Cornelio Celso, nel De medicina (ca. 30 d.C.), riferisce di circa 250 piante medicinali, tra cui il papavero, raccomandato contro il dolore. Plinio il Vecchio (I sec. d.C.) dà una descrizione dettagliata delle varietà di papavero e dei loro usi specifici ed è il primo a usare la parola latina opium. Nella Roma del I-II secolo d. C., l’oppio è contemporaneamente farmaco, veleno e antidoto. Sembra che esso – componente essenziale della theriaka e dell’antidoto di Mitridate – fosse diventato di uso comune. Nerone, Tito, Nerva, Traiano, Adriano e Marco Aurelio sono i più famosi degli imperatori romani per cui ne è documentato l’uso. Claudio Galeno (131-200 d.C.), medico di Marco Aurelio, considera l’oppio una panacea o qualcosa di molto simile: “Combatte i veleni e i morsi degli animali velenosi, cura il mal di testa cronico, la vertigine, la sordità, l’epilessia, l’apoplessia, la debolezza della vista, la perdita della voce, l’asma, la tosse di ogni genere, l’emottisi, la difficoltà di respirare, le coliche, il veleno iliaco, l’itterizia, la durezza della milza, i calcoli, i disturbi urinari, le febbri, le idropisie, la lebbra, le malattie delle donne, la melancolia e tutte le pestilenze”.

Quando le scienze fiorivano solo fra gli Arabi. Con la decadenza dell’impero romano, la scienza greca sopravvive presso gli Arabi. Nella prima enciclopedia medica araba, il Paradiso della sapienza di Ali Rabban al-Tabari, medico del califfo di Baghdad intorno all’850, c’è una completa trattazione dell’oppio (afiun) come analgesico, calmante della tosse, narcotico, veleno o – in forma di theriaka – antidoto ai veleni. Avicenna (980-1037) – fisico, matematico, filosofo oltre che medico – parla estesamente dell’oppio nel suo famoso Canone (“ottunde la mente, diminuisce la coscienza, ostacola le decisioni razionali, debilita la digestione e da ultimo porta alla morte per l’eccessivo raffreddamento delle funzioni naturali”).

Intorno al VII secolo d.C., la produzione dell’oppio è localizzata soprattutto in Medio Oriente lungo la costa del Mediterraneo, dalla Turchia all’Egitto. E con la grande espansione araba dopo la morte di Maometto nel 632, sono proprio i mercanti arabi a portare per primi l’oppio verso l’Asia. In Persia, l’uso dell’oppio è ben documentato a partire dall’VIII secolo, in India e Birmania dal IX. In Cina, intorno al 1000, l’uso dell’oppio come medicina è già diffuso.

Dai secoli bui alla rinascita delle scienze. In Europa, lungo tutto il Medio Evo, restano pochissimi riferimenti scritti all’oppio, che cade in disuso per la diminuzione degli scambi commerciali, l’eclisse delle scienze e soprattutto la condanna della Chiesa cattolica, secondo la quale la malattia e il dolore sono espressioni della volontà di Dio e possono essere evitati solo con la virtù e la preghiera. Solo dopo il 1200 l’oppio ritorna in auge, particolarmente come anestetico in chirurgia (Ugo e Teodorico Borgognoni, John of Arderne).

Allo svizzero Philippus Aureolus von Hohenheim – passato alla storia come Paracelso – spetta forse il maggior merito nella riscoperta scientifica dell’oppio. Curiosissimo ed eternamente inquieto, Paracelso studia e viaggia moltissimo, dalla Spagna alla Svezia, dalla Russia alla Turchia. Mistico, rivoluzionario, iconoclasta, insensibile alle lusinghe del successo, fu contestato in vita e criticato come ciarlatano per secoli. Ma Fielding H. Garrison lo considera “il pensatore più originale del Cinquecento”, e William Osler lo chiama “il Lutero della medicina”, a simboleggiare la rivolta contro la vacua tradizione. Paracelso include l’oppio in diverse ricette di sedativi e antidolorifici (“I sedativi sono di particolare efficacia quando comprendono l’oppio tebaico”) e lo chiama “la pietra dell’immortalità”. Probabilmente anche nel suo “laudano” (“Posseggo un segreto, che chiamo laudano, che non ha eguali quando si vuol evitare la morte”) l’oppio era l’ingrediente fondamentale.

Più avanti, il grande medico inglese Thomas Sydenham (1624-1689) è l’inventore di un’altra ricetta di laudano che porterà il suo nome e che fino ai tempi delle nostre nonne non mancherà mai nell’armadietto dei farmaci. Secondo lui: “Fra i rimedi che all’Onnipotente è piaciuto dare all’uomo per alleviare le sue sofferenze, nessuno è più universale ed efficace dell’oppio”; “Senza oppio, l’arte di guarire cesserebbe di esistere”; “Questo farmaco è così insostituibile e utile nelle mani del medico esperto e capace che la scienza farmaceutica senza di esso resterebbe imperfetta e vacillante”.
Di William Heberden (1710-1801), altro eccellente clinico, è stato recentemente riscoperto un breve saggio sull’oppio, che vale ancora la pena di meditare (5). L’autore fa notare che l’oppio è un farmaco molto sicuro, e che bisogna solo aver l’accortezza di basare sempre la scelta del preparato e della dose sul singolo caso: “Nessuno […] dovrebbe essere scoraggiato dal dare o dal prendere un oppiaceo, finché diverse preparazioni non sono state provate: e queste prove possono facilmente esser fatte con tale cautela da provocare solo minimi disturbi e nessun pericolo. […] L’oppio è ben lontano dall’essere la minore delle benedizioni che la Provvidenza ci ha dato per mitigare le varie sofferenze a cui l’umana forma è soggetta. Ci sono farmaci specifici, o cure, per pochi dei nostri mali, mentre l’oppio porta qualche sollievo in tutti”.

Dall’isolamento della morfina al proibizionismo. Il vero passo avanti arriva con l’alba del XIX secolo. Friedrich W. A. Sertürner (1783-1841), oscuro aiuto-farmacista, nel 1805 riesce a isolare dall’oppio una sostanza che chiama “lo specifico elemento narcotico dell’oppio”. Dal nome di Morfeo, dio dei sogni, lo chiama Morphium. Più tardi si chiamerà morfina.

Da questo momento assisteremo a un consumo di massa degli oppiacei. L’accesso alle cure mediche è ancora un lusso che pochi possono permettersi – il medico costa troppo o semplicemente non c’è – e ci si affida a rimedi ben conosciuti. L’oppio è uno di questi, ed è certamente, se non una cura risolutiva, almeno un farmaco di provata efficacia per mille diverse indicazioni: dolori di ogni genere, diarrea, tosse, TBC, diabete, ansia, depressione, insonnia, alcolismo, “problemi femminili”, malaria, gotta e moltissime altre indicazioni. In molti casi, oppio e morfina diventano sostitutivi dell’alcool, dato che i loro effetti sono assai meno visibili e socialmente allarmanti. Persino i bambini vengono spesso tenuti tranquilli con l’oppio (6).

Intorno al 1850, la siringa ipodermica entrerà rapidamente nell’uso comune proprio per la somministrazione di morfina, segnando la più grande rivoluzione nella storia della somministrazione dei farmaci. E nel mondo devastato dalle guerre e disseminato di feriti e mutilati sofferenti, la morfina si guadagnerà l’appellativo di God’s own medicine – medicina di Dio.

Solo rare voci si levano inizialmente a protestare contro il vero o supposto “abuso” di oppiacei, e anche queste soprattutto in occasione di qualche clamoroso caso di avvelenamento o delle relativamente rare morti accidentali. Ma ben presto, una serie complessa di circostanze e di avvenimenti internazionali determinerà un diverso atteggiamento dell’opinione pubblica e dei governi. Nei primi anni del Novecento, si definirà quello dell’abuso (o anche solamente “uso”) di stupefacenti un problema sociale, degno di una soluzione tanto drastica sulla carta quanto irrealizzabile nella pratica: la proibizione di ogni utilizzo non strettamente medico (7). Purtroppo, il nuovo atteggiamento verso le “droghe”, e in particolare verso gli oppiacei, determinerà un profondo cambiamento di opinione fra gli stessi medici, e dopo la svolta proibizionista anche l’uso terapeutico di queste sostanze verrà di fatto estremamente limitato, quando non rifiutato a priori, con conseguenze gravissime per la qualità della vita di milioni di persone gravemente sofferenti.

Solo negli ultimi vent’anni si può dire che la terapia del dolore è ritornata a essere – ma ancora non sempre e non ovunque – il divinum opus di cui parlava Ippocrate 2500 anni fa.

La Cannabis

Dalla Cina al Mediterraneo. La canapa, probabilmente originaria dell’Asia orientale, era nota alla medicina cinese già qualche migliaio di anni fa. Il Pên-t’sao Ching – compendio di nozioni medico-farmaceutiche che si fa tradizionalmente risalire al terzo millennio a.C. (8) – la raccomanda per “disordini femminili, gotta, reumatismo, malaria, stipsi e debolezza mentale”, avvertendo che una dose eccessiva “fa vedere demoni”. In India, la canapa è citata nell’Atharvaveda (II millennio a.C.) come “pianta che libera dall’ansia”, ed è stata in uso nella medicina tradizionale fino ai nostri giorni.
In tempi appena più recenti, la canapa è citata in testi egizi e assiri, ed è ben conosciuta anche dalla medicina greco-romana. Dioscoride (I sec. d.C.) la raccomanda per mal d’orecchi, edemi, itterizia e altri disturbi. Secondo Galeno (II sec. d.C.) essa può servire contro le flatulenze, il mal d’orecchi e il dolore in genere, ma in dose eccessiva “colpisce la testa, immettendovi vapori caldi e intossicanti”.

Dall’oblio alla rinascita. In Europa, i suoi usi medici sembrano perdersi, insieme a molte altre cose, durante il Medio Evo. Ma con l’avvento dell’Età moderna e i grandi viaggi di esplorazione, la canapa ritrova i suoi estimatori. Garcia da Orta, medico portoghese in servizio presso il vicerè a Goa, in India, la cita nel suo Colloqui sui semplici e sulle droghe dell’India (1563) come stimolante dell’appetito, sonnifero, tranquillante, afrodisiaco ed euforizzante. E Robert Burton, nel suo Anatomia della melancolia (1621), ne suggerisce l’efficacia in quella che oggi chiameremmo “depressione”.

Verso la fine del XVIII secolo, la Cannabis è di nuovo in auge. Nicolas Culpeper, il più importante studioso di piante medicinali del suo tempo, nel Complete Herbal (1814), dà un quadro completo dei suoi possibili usi medici, a partire da quelli indicati da Galeno. Pochi anni dopo, due opere ravvivano l’interesse: un articolo di William Brooke O’Shaughnessy (9), medico irlandese trapiantato in India, e il libro Du hachisch et de l’aliénation mentale (1845) di Jacques-Joseph Moreau de Tours. Secondo O’Shaughnessy, che si basa sulla secolare esperienza indiana, la Cannabis è utile in diverse condizioni: reumatismo acuto e cronico, idrofobia, colera, tetano e convulsioni infantili. Invece, Moreau considera l’hashisch sia uno strumento di indagine della mente, sia un farmaco efficace in varie malattie mentali. Risalgono a questi anni anche le prime ricerche scientifiche italiane sulla Cannabis, riscoperte da Giorgio Samorini (1996).

Un farmaco dai molti usi. Fra il 1840 e il 1900, secondo Robert P. Walton (1938), furono pubblicati più di 100 articoli sugli usi medici della Cannabis. Nel 1854 essa venne inclusa nello U.S. Dispensatory: “L’estratto di canapa è un potente narcotico […] Si dice che agisca anche come deciso afrodisiaco, che stimoli l’appetito [..] Produce il sonno, riduce gli spasmi, calma l’irrequietezza nervosa, allevia il dolore” (10). Secondo William Osler, uno dei padri della clinica moderna, essa è “probabilmente il rimedio più soddisfacente” per l’emicrania (11).

Nel 1890, John Russell Reynolds riassume su The Lancet trent’anni di esperienza con la Cannabis. La giudica “incomparabile” nell’insonnia senile; utile come analgesico nelle nevralgie, inclusa la nevralgia del trigemino, nonché nella tabe, nell’emicrania e nella dismenorrea; molto efficace negli spasmi muscolari di varia natura (ma non nella vera epilessia); e, invece, di incerto valore nell’asma, nella depressione e nel delirio alcolico (12).
In Italia erano previsti dalla Farmacopea Ufficiale estratto e tintura di Cannabis indica. Secondo Paolo Emilio Alessandri (13) la canapa “usasi nel tetano, nelle nevralgie, isterismo, emicrania, reumatismo, corea, asma, e in molte altre malattie non escluso il cholera, dando però quasi sempre resultati contraddittori”. Pietro Mascherpa (14) afferma che essenzialmente si tratta di “un medicamento cerebrale e precisamente un analgesico analogo all’oppio e alla morfina”, che può avere più o meno le stesse indicazioni.

Proibire, proibire. La storia medica della Cannabis subisce una drastica svolta quando nel 1937, negli Stati Uniti, essa raggiunse l’oppio, la morfina e la cocaina nella lista delle “droghe proibite”. Le nuove norme americane – a cui presto si adeguarono gli altri Paesi – resero estremamente complicata e onerosa per i medici la prescrizione di farmaci a base di Cannabis, e in pochi anni essa cadde completamente in disuso. Non si può negare che questa mossa, in questo momento storico, condizionò tutta la storia successiva della Cannabis, impedendone di fatto non solo l’uso terapeutico, ma anche lo studio con i moderni metodi scientifici.

Il silenzio e l’acquiescenza dei medici non fu generale. Lo stesso Walton, che pure appoggiò la proibizione dell’uso voluttuario della marihuana, scrisse: “Più stretti controlli che rendessero la droga non disponibile per scopi medici e scientifici non sarebbero saggi, dal momento che per essa possono essere sviluppati altri utilizzi, tali da superarne completamente gli svantaggi. La sostanza ha diverse notevoli proprietà e se la sua struttura chimica fosse definita, e varianti sintetiche fossero sviluppate, alcune di esse potrebbero dimostrarsi particolarmente utili, sia come agenti terapeutici che come strumenti per indagini sperimentali” (15).
Nei trent’anni successivi diventano assai rari i lavori sull’uso medico della Cannabis, ed è solo con la fine degli anni Settanta dello scorso secolo che un timido interesse si risveglierà e che, fra mille difficoltà, cominceranno a riapparire studi su Cannabis e cannabinoidi (16).

La volta buona? Dopo altri trent’anni, gli ostacoli sono ancora quasi ovunque gli stessi, ma la mole di conoscenze è comunque cresciuta a velocità impressionante. Si può ormai dire senza paura di sbagliare che la Cannabis, i suoi derivati, e il sistema dei cosiddetti “endocannabinoidi” costituiscono uno dei campi di indagine più promettenti della farmacologia e della clinica. E che di fronte all’accumulo delle evidenze, sarà difficile tenere ancora a lungo in vita gli impedimenti che hanno finora reso difficile lo studio scientifico delle proprietà di questa semplice, naturalissima pianta medicinale.

Altre “droghe”

Coca e cocaina. Pianta magica degli Incas, elemento ancora oggi centrale in tutte le culture andine, la coca non ha avuto grande fortuna medica. La cocaina, tanto lodata come stimolante da Paolo Mantegazza e Sigmund Freud, è storicamente importante come il primo anestetico locale, e ancora oggi alcuni otorinolaringoiatri ne apprezzano l’efficacia anestetica unita a una potente azione vasocostrittrice – due azioni che non si ritrovano combinate in altri farmaci. Salvo qualche applicazione interessante ma discussa (come il Brompton’s cocktail, in cui la cocaina era usata per contrastare l’effetto depressivo degli oppioidi nella terapia del dolore), le sue proprietà psicostimolanti sono state apprezzate solo al di fuori della medicina. E solo pochi, isolati studiosi hanno preso in considerazione le interessanti qualità toniche, digestive e nutrizionali dell’infuso di foglie di coca, che i popoli dell’altipiano andino considerano essenziali alla sopravvivenza in alta quota.

Amfetamine. Le amfetamine, stimolanti dagli effetti soggettivamente simili alla cocaina ma molto più prolungati, sono state tranquillamente usate da alcune generazioni di studenti, avvocati, giornalisti, medici, autisti, aviatori, sportivi, ecc. per far fronte a compiti impegnativi e vincere la stanchezza. A lungo liberamente disponibili in farmacia, a bassissimo prezzo, sono state classificate come “stupefacenti” all’inizio degli anni Settanta dello scorso secolo, nel momento in cui, in sottogruppi marginali della cultura giovanile, comparvero nuove e allarmanti modalità d’uso (uso endovenoso di altissimi dosaggi, in binges prolungati per più giorni), con tutta una serie di complicanze mediche e psichiatriche. La proibizione, naturalmente, ridusse praticamente a zero l’uso lecito e (auto)controllato, che era sempre stato di gran lunga prevalente, mentre lasciò forse ancora più spazio all’uso problematico. Oggi le amfetamine hanno pochissime indicazioni mediche (narcolessia, sindrome da deficit di attenzione) e non sono più disponibili in molti Paesi.

LSD e sostanze “psichedeliche”. In principio fu il peyote, pianta sacra degli Huicholes e dei Tarahumara messicani, e la mescalina, studiata dagli psichiatri soprattutto come finestra sulla “malattia mentale”. Poi fu l’LSD, la cui storia avventurosa è stata oggetto di tanti libri, e che in vent’anni generò innumerevoli articoli scientifici e altrettante vivacissime controversie fra chi lo considerava straordinario strumento di indagine della mente nonché utile coadiuvante nella psicoterapia e nella psicoanalisi, e chi lo vedeva solo come sostanza distruttrice dell’io e disgregatrice della società. Furono poi “scoperti” dalla scienza ufficiale i funghi psilocibinici, usati da sempre dai curanderos messicani; l’ayahuasca e il San Pedro (altro cactus mescalinico), con un simile ruolo in vaste aree del bacino amazzonico (vedi Sapere, febbraio 2002, p. 39); e una serie quasi infinita di altre sostanze diffuse fra le tribù “primitive” di mezzo mondo come strumenti di magia, di religione, ma anche di medicina. Tutte sostanze di cui i medici, gli psichiatri, gli psicologi, gli psicoanalisti e – perché no – i filosofi, i religiosi e i mistici hanno solo cominciato a valutare le sottili, a volte trascendenti potenzialità, fermandosi poi – anche perché obiettivamente impediti dalle leggi – davanti al solco che divide il materiale dallo spirituale, il corpo dall’anima. Cosicché sono rimaste finora senza seguito le esperienze di distacco dal dolore e di accettazione della morte indotte o facilitate dai cosiddetti “psichedelici”.

MDA, MMDA, MDMA… Una serie infinita di sigle caratterizza i derivati feniletilamminici “empatogeni” che, grazie alla popolarità come “droghe da discoteca”, sono usciti dall’oscurità dei laboratori e dagli studi psichiatrici per diventare consumi di massa fra i tanti. Di alcune di queste sostanze si è sfiorato, molti anni addietro, il potenziale terapeutico in campo psichiatrico. Sostanze che accentuano l’empatia e il desiderio di contatto sia fisico che spirituale – una volta che ne fosse esclusa la neurotossicità oggi paventata – potrebbero persino essere un buon antidoto all’aggressività e alla superficialità usa-e-getta della società dei consumi. Tuttavia, grazie alla forza dei luoghi comuni ormai ben consolidati, sembra per ora molto difficile riportarle nel campo di attenzione della ricerca scientifica.

 

NOTE

(1) Mentre nel linguaggio corrente per “droga” si intende una “sostanza soggetta alla legge sugli stupefacenti”, il significato tradizionale di “droga” in medicina è quello di “sostanza grezza di origine naturale utilizzata come farmaco”. Per cui, in questa accezione, sono “droghe” non solo l’oppio o la Cannabis, ma anche la digitale, la china, la senna, e così via.

(2) Spero venga colta l’involontaria ironia di questa definizione delle sostanze proibite. In realtà, esse sono, proprio grazie a questo tipo di leggi, fra le sostanze meno controllate e controllabili, risultando disponibili per chiunque le desideri ventiquattr’ore su ventiquattro, a ogni angolo di strada, in tutto il mondo, nella totale assenza di ogni verifica di qualità, dose, origine e prezzo.

(3) Vedi Claudio Cappuccino, Dall’oppio all’eroina. Un maledetto imbroglio, cap. 6.

(4) Segnalo a questo proposito il libro di prossima uscita a cura dell’Associazione per la Cannabis Terapeutica: Erba medica. Usi terapeutici della Cannabis, ed. Stampa Alternativa, Roma (per informazioni: http://www.medicalcannabis.it).

(5) PAULSHOCK B.Z., “William Heberden and opium – some relief to all”, N. Engl. J. Med. 308: 53-6, 1983.

(6) Anche nelle campagne italiane si usava un infuso di capsule di papavero (papagna) per far dormire i bambini.

(7) Sulle forze politiche, sociali ed economiche che portarono, fra il XIX e il XX secolo, alla drastica svolta proibizionista rinvio a Cappuccino 1999, cap. 5.

(8) Per la storia antica della Cannabis, si veda Abel (1982). Per la storia medica Walton (1938).

(9) O’SHAUGHNESSY W.B., “On the preparations of the Indian Hemp, or Gunjah”, Transactions of the Medical and Physical Society of Bengal 8: 421-61, 1838 (ristampato in Mikuriya 1972, pp. 3-30).

(10) WOOD G.B., BACHE F., The dispensatory of the United States, Lippincott, Brambo & Co., Philadelphia 1854 (citato da Abel 1982, p. 182-3).

(11) OSLER W., MCCRAE T., The principles and practice of medicine (8th ed.), D. Appleton & Co., New York 1916.

(13) REYNOLDS J.R., “Therapeutic uses and toxic effects of Cannabis indica”, The Lancet 1: 637-8, 1890 (March 22) (ristampato in Mikuriya 1972, p. 145-9).

(14) In: Droghe e piante medicinali (2a ed.), Hoepli, Milano 1915, p. 144.

(15) In: Trattato di farmacologia e farmacognosia, Hoepli, Milano 1949, p. 425-6.

(16) WALTON 1938, p. 151.

(17) Per approfondimenti, GRINSPOON-BAKALAR (2001), Marijuana, medicina proibita e Libro bianco sugli usi terapeutici della Cannabis (http://www.fuoriluogo.it/quaderni/8/index.htm).

 

BIBLIOGRAFIA

Storia della canapa:

ABEL E.L., Marihuana: the first twelve thousand years, McGraw-Hill, New York 1982.
GRINSPOON L., BAKALAR J.B., Marijuana, medicina proibita, Editori Riuniti, Roma 2001.
MIKURIYA T.H. (a cura di), Marijuana: medical papers 1839-1972, Medi-Comp Press Oakland 1972.
SAMORINI G., L’erba di Carlo Erba. Per una storia della canapa indiana in Italia (1845-1948), Nautilus, Torino 1996.
WALTON R.P., Marihuana – America’s new drug problem, J.B. Lippincott & Co., Philadelphia 1938.

Storia dell’oppio:

BERRIDGE V.-EDWARDS G., Opium and the people: opiate use in 19th-century England, Allen Lane, London 1981.
CAPPUCCINO C., Dall’oppio all’eroina. Un maledetto imbroglio, Cox 18 Books, Milano 1999.
LATIMER D., GOLDBERG J., Fiori nel sangue, C. Ciapanna Editore, Roma 1983.
MERLIN M.D., On the trail of the ancient opium poppy, Fairleigh Dickinson U.P., Rutherford 1984.

Altre droghe e storia generale:

BRECHER E.M. et al., Licit & illicit drugs, Little Brown, Boston 1972.
GRINSPOON L.-BAKALAR J.B., Cocaine. A drug and its social evolution, Basic Books, New York 1985.
HOFFMAN A., LSD, il mio bambino difficile, Urra, Milano 1995.

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