Individuare selettivamente gli errori commessi, così da poter diagnosticare l’aprassia in maniera più accurata. Il nuovo test messo a punto da Raffaella Rumiati, coordinatrice del settore di Neuroscienze Cognitive della Sissa di Trieste, servirà proprio a questo, come spiega il suo studio pubblicato su Brain. Chi soffre di aprassia, a causa di una lesione cerebrale dell’emisfero sinistro, non riesce più a eseguire sequenze motorie apprese con l’esperienza grazie all’imitazione: per questi pazienti, quindi, allacciarsi le stringhe delle scarpe o lavarsi i denti può diventare un’impresa impossibile.
Per la diagnosi di questo deficit, “finora in Italia si è usato un test pubblicato nel 1980 da De Renzi e colleghi, in cui al paziente si chiede di copiare 24 gesti simbolici e non (noti e non), presentati di tre in tre in un’unica lista”, spiega la neuroscienziata. Che ora propone un nuovo modello cognitivo di imitazione a due vie: “In base a questo modello”, va avanti Rumiati, “quando si osserva un gesto e lo si riproduce, si possono utilizzare due differenti strategie: imitando il gesto senza pensare a ciò che si sta facendo, senza alcuna attribuzione di significato attraverso una conversione automatica (via diretta o non semantica), oppure riconoscendo l’azione grazie alle conoscenze pregresse, recuperando le informazioni corrispondenti all’input e implementandole nell’output motorio (via semantica)”.
Nel caso di azioni note, quindi, si attivano le rappresentazioni immagazzinate nella memoria semantica, nel caso di gesti nuovi si utilizza invece una via di elaborazione automatica. Nei pazienti che soffrono di aprassia una di queste strategie può venire meno: le aree cerebrali lese possono infatti comprendere zone coinvolte nel meccanismo di imitazione. E lo studio del gruppo italiano permette proprio di distinguere le regioni comuni alla capacità imitatoria da quelle specifiche per il tipo di movimento da imitare.
Secondo Rumiati, nel test tradizionale la somministrazione mista dei due tipi di stimoli non permette di mettere in evidenza un eventuale deficit della via diretta o semantica, nonostante i due processi abbiano elaborazioni indipendenti: sottoposto a un’unica lista di stimoli, il paziente cerebroleso tende ad attivare la strategia diretta, più economica, che gli consente – come una sorta di pilota automatico – di copiare tutti i tipi di gesti, sia quelli che conosce sia quelli che non conosce. Ma se il paziente avesse lesa la via diretta, finirebbe con l’eseguire in modo poco accurato anche i gesti riconoscibili, che al contrario potrebbe imitare per la via semantica.
“Individuare selettivamente il tipo di errore che il paziente commette”, conclude Rumiati, “è determinante per capire quali aspetti dell’organizzazione del gesto sono stati intaccati dalla lesione, cioè serve per fare una diagnosi più accurata. Allo stesso tempo serve per verificare la bontà di un modello dell’organizzazione del gesto”. (l.g.)





