Archeologia hi-tech

Finora è stato impiegato principalmente come simulatore di volo, per esercitazioni militari e per la proiezione di trailer cinematografici. Si tratta della Vision Station, uno strumento di visualizzazione che nella forma ricorda vagamente una parabola. Ora però viene utilizzato dagli archeologi per visualizzare il sito di scavo in 3D, per ricostruire cioè in maniera virtuale l’ambiente da studiare. E arriva per la prima volta in Italia. L’occasione per vederlo è la quarta edizione di “MondoGis” la mostra sulla storia dei sistemi informativi geografici che si terrà al Palazzo dei Congressi dell’Eur a Roma dal 22 al 24 maggio prossimi. Un’occasione per raccontare l’evoluzione del rapporto fra l’essere umano e la descrizione del territorio, dalle prime rappresentazioni del Paleolitico sino ai grandi laboratori di elaborazione digitale dell’informazione geografica. “Il modello implementato sulla Vision Station”, spiega il coordinatore del progetto, Maurizio Forte, ricercatore dell’Istituto per le Tecnologie Applicate ai Beni Culturali del Cnr, “ci farà rivivere nel I secolo d.C. ad Aksum in Etiopia, capitale del regno della mitica Regina di Saba. L’utente sarà immerso in un ambiente che ripropone la morfologia del terreno e le costruzioni esattamente così come erano allora. Ma anche i personaggi, gli animali, le piante, i fiumi. Grazie a un joystick si potrà camminare lungo una superficie di 20 chilometri quadrati, ascoltando i suoni associati allo spazio fisico, più o meno forti a seconda della distanza dall’oggetto”. Cosa differenzia questa particolare applicazione dalle tante animazioni che si possono vedere nei videogames? “Questo prototipo, oltre l’aspetto puramente ludico, è in realtà un strumento di studio per l’archeologo”, precisa Forte. “Per esempio, dietro quella che sul video appare come una macchia di colore, si nasconde il lavoro sul campo di circa 35 persone tra archeologi, geologi ed esperti di paleoambiente di istituti italiani e americani”. Grazie quindi a uno strumento visivo molto efficace, il geoarcheologo può riconoscere tracce, anomalie, regolarità geometriche risalenti al passato. La realtà ricostruita può aiutare a percepire la presenza nel sottosuolo di oggetti ancora prima che emergano dallo scavo. Prima che in archeologia, simili tecniche di ricostruzione sono state utilizzate dalla Nasa, l’Agenzia spaziale statunitense, nella preparazione delle sue missioni. Grazie a modelli costruiti sulla base di telerilievi, è possibile infatti conoscere meglio la struttura di un pianeta in previsione di un’eventuale esplorazione. “Il paesaggio archeologico all’inizio della ricerca è come un pianeta sconosciuto”, continua Forte. “Noi archeologi siamo chiaramente più fortunati perché possiamo visitare materialmente il sito prima di intervenire. Anche se ciò non è sufficiente, visto che quello che si vede in superficie è praticamente solo la punta di un iceberg”. Le potenzialità di un ambiente immersivo sono al momento ancora tutte da scoprire. Un sistema come quello implementato sulla Vision Station, per esempio, è navigabile ma non si può interrogare. Nei prossimi anni questi strumenti verranno potenziati con dei database, in cui saranno inserite informazioni sui siti studiati, come le analisi geologiche o i dati del telerilevamento: a quel punto si potrà finalmente parlare di realtà arricchita, e non più di realtà virtuale. L’archeologia del futuro sarà quindi un’attività sempre più eclettica, grazie al contributo di discipline molto diverse tra loro quali la geofisica, la chimica, l’archeometria e l’informatica. Anche se per ora non è possibile eliminare lo scavo, come spiega Maurizio Forte: “Il lavoro sul campo è uno degli aspetti più affascinanti di questo mestiere. Nessuno può dire di conoscere un luogo esclusivamente sulla base di una ricostruzione fredda, geometrica, asettica fatta dal computer. Un territorio respira grazie alle persone che ci vivono, e lo studio antropologico è fondamentale per capire il cosiddetto ‘mindscape’, il paesaggio della mente. Ad Aksum le scoperte più importanti, infatti, non sono arrivate dallo scavo o dai rilevamenti, ma dallo studio dei comportamenti della comunità locale, spesso identici a quelli di centinaia di anni fa”.

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