Autunno caldo per la scienza

Da una parte, il ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Dall’altra, più di 1500 scienziati. In mezzo, un cumulo di indiscrezioni, smentite e silenzi assenzi su un progetto di ristrutturazione degli istituti pubblici di ricerca che Letizia Moratti avrebbe affidato alla Ernst & Young, una società specializzata in consulenze aziendali. E tanta preoccupazione sul destino della ricerca di base in Italia. Una querelle di fine stagione che lascia intravedere un autunno caldo per la scienza italiana.I ricercatori infatti non hanno intenzione di stare a guardare: sul sito della rivista Le Scienze hanno promosso un appello e per martedì prossimo, il 10 settembre, hanno convocato un’Assemblea generale presso l’Aula convegni del Consiglio nazionale delle ricerche a Roma. Al centro del dibattito, alcune proposte concrete per il rilancio.Un’idea molto lontana sia da quello che prevede il Piano nazionale di ricerca (Pnr) sia le ulteriori modifiche introdotte dalla Moratti, da approvarsi attraverso l’ennesimo decreto ministeriale. Questi i punti caldi: soppressione e fusione di alcuni enti, maggiori incentivi alla ricerca applicativa in vista di risultati industriali a breve termine e nomina di politici e manager ai vertici degli Istituti. “Tenteremo di salvare la ricerca fondamentale da parametri aziendali”, afferma Carlo Bernardini, docente di fisica presso l’Università di Roma “La Sapienza” e coautore dell’appello agli scienziati, “quella ricerca pura che produce ‘beni immateriali’ e richiede tempi lunghi per ottenere risultati significativi. Che non può quindi rispondere alla logica del profitto, ma è patrimonio di tutto il Paese e un indice del suo grado di civiltà. Ma anche un parametro indispensabile per allinearsi agli altri Paesi G7”. Ed è proprio su questo punto che, secondo i firmatari dell’appello, le riforme del governo mostrano la loro miopia. “Il boom italiano degli anni ‘60 si è fondato sull’innovazione”, commenta Marcello Buiatti, ordinario di genetica all’Università di Firenze. “Allora imprese italiane come Fiat, Eni, Pirelli facevano ricerca e trainavano l’economia del nostro paese”, dice lo studioso, “oggi invece la situazione è cambiata: il 99,4 per cento delle imprese italiane ha meno di 50 addetti e non ha nemmeno dei laboratori di ricerca, perché si limita ad assemblare i prodotti degli altri. Le restanti industrie, quelle del calibro di Pirelli o Fiat, si sono finanziarizzate e sono in crisi”. Non solo, nel Piano nazionale di ricerca stilato dalla Moratti si fa riferimento al fatto che l’Italia dovrà essere competitiva con Paesi come la Cina. “Perché non pensare all’Europa piuttosto?”, si chiede Buiatti. “Con la Cina, se la competizione si basa su livello di produttività, ridotti costi di manodopera e flessibilità del lavoro, la battaglia è persa in partenza”, osserva lo scienziato. Per quanto riguarda la partita europea, i ricercatori sono tutti d’accordo: questa fase è molto delicata, visto che nei prossimi due o tre anni si gioca la corsa alle innovazioni e all’accaparramento dei brevetti. Se non si incentiva adesso la ricerca di base, ci si condanna a un ruolo gregario. E, a guardare le cifre, c’è poco da consolarsi perché su questo tema l’Italia è più vicina alla Grecia che a Paesi come Germania, Inghilterra o Francia. La quota di finanziamento pubblico destinato alla ricerca di base, oggi è appena lo 0,7 per cento del Pil e, nonostante le promesse del ministro di elevare la quota, entro fine legislatura, all’uno per cento, siamo ancora lontani dal due per cento stanziato nei Paesi più competitivi dell’Ue. Il Pnr, inoltre, prevede che gli enti pubblici vengano messi sul mercato, ma non tiene conto del fatto che in Italia non esistono dei fondi privati per la ricerca ed è difficile trovare delle imprese che accettino di finanziare quella di base. “Piuttosto”, continua Buratti, “bisognerebbe aumentare i finanziamenti pubblici e incentivare le stesse imprese a investire nei sistemi misti, pubblico-privato, come accade all’estero”. Se l’Italia è oggi un Paese a bassa densità di applicazioni industriali dipende anche dal “disinteresse degli industriali che investono solo sulle innovazioni dei processi e non dei prodotti”, spiega Bernardini. Vale a dire che rinnovano le macchine ma non rischiano i capitali sulle nuove tecnologie. Secondo i ricercatori, il quadro della ricerca di base sarebbe reso ancora più preoccupante dalle indiscrezioni sulla direzione dei centri pubblici che filtrano dal Ministero. Indiscrezioni che parlano di cariche dirigenziali assegnate non secondo un regolare concorso ma per nomina governativa, secondo criteri che premiano la capacità manageriale (di vendere le innovazioni) dei singoli. Una soluzione vista dai ricercatori firmatari dell’appello come una forte ingerenza della politica nel campo della scienza. Il pericolo, si legge nel documento, non è solo “di accorpare e smembrare istituzioni e indirizzi scientifici” come in un puzzle ma di introdurre “regole di accentramento e gerarchizzazione dell’autorità e delle decisioni, affidate ai politici di governo e ai loro fiduciari”. “Bisognerebbe introdurre una ‘magna charta’ europea, delle regole di ferro per tutelare l’autonomia della ricerca”, spiega Francesco Lenci dell’Istituto di biofisica del Cnr, “perché non si può demandare al potere politico l’organizzazione di una struttura scientifica e la selezione dei suoi leader. Né si può immaginare una ricerca puramente applicativa che, nel giro di poco tempo, diverrebbe obsoleta”. Ma allora come mettere ordine e alleggerire il sistema italiano della ricerca di base dal gravame della burocrazia? Come renderlo competitivo? “Le enclave di non produttività scientifica ci sono”, va avanti Lenci, “ma per eliminarle bisognerebbe consultare gli addetti ai lavori”. E, a dir la verità, degli appositi organi consultivi sono anche previsti dalla legge italiana, solo che non sono mai stati resi operativi. La Moratti invece mostra l’intenzione di voler cancellare un patrimonio prezioso, come la Stazione zoologica Dohrn di Napoli, l’Istituto nazionale di alta matematica, l’Istituto di oceanografia di Trieste e altri centri che dovrebbero essere soppressi. Enti che secondo Bernardini “hanno raccolto finora risultati alti e positivi”. Una esperienza negativa al riguardo, d’altronde, c’è già stata: “Nel 1999 la riforma Berlinguer ha ridotto gli istituti del Cnr da 300 a 108 e ne ha affidata la direzione ai cosiddetti comitati. Risultato: la componente scientifica è stata sostituita da elementi governativi della cui competenza è lecito dubitare”, ammonisce il fisico.A essere maliziosi, si potrebbe pensare che dietro questa difesa dell’autonomia della scienza ci sia il timore dei ricercatori politicamente non omogenei con la maggioranza di governo di essere fatti fuori o relegati in ruoli marginali. “Non è così”, chiarisce Lenci, “perché chi fa ricerca trova il suo referente all’interno del mondo scientifico e non nella politica. “Piuttosto”, continua il ricercatore, “se l’accreditamento avviene al di fuori della comunità scientifica si giunge a meccanismi perversi. Si pensi, per esempio, a cosa accade a una ricerca che ha fini applicativi: i risultati sono soggetti al segreto industriale e non vengono resi pubblici. Oppure alla ricerca militare, le cui scoperte, tenute segrete, non possono essere verificate dalla comunità scientifica”.

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