Basta cemento, meglio riqualificare

“Là dove c’era l’erba ora c’è una città, e quella casa in mezzo al verde ormai, dove sarà?”. La canzone di Celentano ben si addice a introdurre il tema del consumo di suolo, in concomitanza oggi, 5 dicembre, con la giornata mondiale dei suoli. Ne parliamo perché, con l’occasione, Legambiente si fa portavoce all’attuale governo della richiesta di una legge per fermare il consumo di suolo e premiare invece le riqualificazioni a 360 gradi (sul fronte energetico, edilizio e antisismico). E nello stesso tempo oggi viene presentato oggi il volume L’insostenibile consumo di suolo (di Ciro Gardi, Nicola Dall’Olio e Stefano Salata), che scatta una fotografia sullo stato dei terreni cementificati e sulle ripercussioni che tutto questo ha sull’ambiente e sulla società.

Cominciamo col raccontare cosa dicono i numeri relativi al consumo di suolo e cosa si intende esattamente con questo. Il suolo viene consumato quando un’area naturale, seminaturale o agricola diventa urbanizzata. Per esempio in Europa, solo per gli anni compresi tra il 2000 e il 2006, sono stati urbanizzati intorno 100 mila ettari all’anno (l’equivalente di una città come Berlino, scrivono da Legambiente). Un trend in linea con quello degli anni precedenti, quando tra il 1990 e il 2000 sono stati mangiati circa 275 ettari al giorno, oltre i 100 mila l’anno. Questo significa che dal 1990 al 2006 un cittadino europeo si è ritrovato 15 mq in più di occupazione di territorio. In totale questo si traduce in un 2,3% di suolo impermeabilizzato (con cemento o asfalto). E l’Italia in tutto questo, come sta messa?

Il Belpaese secondo l’Agenzia europea dell’ambiente vanta il 2,8% di suolo cementificato; per l’Ispra (Istituto Superiore per la Ricerca e la Protezione Ambientale) vengono consumati 8 mq al secondo, e complessivamente dal 1956 al 2010 il consumo di suolo è cresciuto dal 2,8% al 6.9%. Tradotto vuol dire che ogni anno nasce  una nuova Milano e una nuova Firenze in Italia. E tutto questo non può che far male all’ambiente e rappresentare un rischio stesso per la salute dei paesaggi e delle persone.

L’impermeabilizzazione infatti, attraverso il cemento e l’asfalto, ostacola l’assorbimento di acqua da parte del terreno, modificando il microclima e mettendo a rischio l’ambiente. Così tanto che, anche visti i recenti disastri capitati in Sardegna e a Pescara, non si può più ignorare il problema e diventa necessaria un’azione urgente, sia a livello legislativo che tecnico-operativo, come avverte Legambiente: “Per dire basta alle vittime delle alluvioni, degli effetti dei cambiamenti climatici e del dissesto idrogeologico dobbiamo prendere atto che non è possibile continuare a cementificare il territorio. L’impermeabilizzazione dei terreni impedisce il naturale defluire delle acque e aumenta significativamente i rischi e i pericoli legati alle alluvioni. Affinché non si ripetano tragici eventi, come quelli avvenuti recentemente in Sardegna come a Pescara e per salvare il paesaggio italiano, diciamo basta al consumo di suolo”.

Sul come farlo è il presidente di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza, a intervenire: “Il suolo è un bene comune e una risorsa limitata e non rinnovabile. C’è bisogno di una legge per fermare il consumo di suolo intervenendo sulle cause che lo determinano, che vanno dalla bolla finanziaria intorno all’edilizia all’uso distorto degli oneri di urbanizzazione. Se vogliamo fermare il consumo di suolo, è obbligatorio favorire la rigenerazione urbana: occorre intervenire sul patrimonio esistente, trasformare le periferie in ecoquartieri, ripensare la mobilità urbana e periurbana. Lo si può fare sviluppando un nuovo equilibrio tra fiscalità e incentivi che renda attraente, efficace e più semplice l’investimento nella città già costruita, impedendo che si producano anonime urbanizzazioni e piastre commerciali ai danni di campagne, coste e spazi aperti”.

Via: Wired.it

Credits immagine: TheNoxid/Flickr

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1 commento

  1. Sono d’accordo. Il consumo di suolo è allucinante, come lo sono la distruzione delle foreste (100.000 Kmq/anno), l’aumento di CO2 nell’atmosfera terrestre, la distruzione di ecosistemi, l’aumento della popolazione umana (90 milioni di individui/anno). Tutto questo significa la fine della civiltà industriale, la fine della crescita economica, che è una terribile patologia della Terra. Non è la fine del mondo, è la fine di una forma di pensiero, nata circa due secoli orsono nella cultura occidentale: la smania dell’aumento indefinito dei beni materiali. L’unico modo di vivere della Terra è una situazione stazionaria.

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