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Cosa ci distingue dai computer? Basta una parola. Anzi, una parolaccia

Solitamente è ai computer che si chiede di spacciarsi per esseri umani. È quello che fa il famoso test di Turing, il metodo proposto nel 1950 dal grande matematico inglese di cui porta il nome per cercare di stabilire quando i computer avranno acquisito una capacità di pensiero simile alla nostra.

Ma con i progressi dell’Ai che procedono a passi da gigante, è arrivato il momento di cambiare le carte in tavola: come fare per convincere qualcuno che quello con cui sta parlando è proprio un essere umano? A chiederselo sono stati John McCoy e Tomer Ullman, due ricercatori del dipartimento di Brain and Cognitive Sciences dell’Mit, che in un articolo pubblicato sul Journal of Experimental Social Psychology presentano la loro imprevedibile risposta: dati alla mano, parlare di deiezioni corporee sarebbe il modo più rapido per assicurarsi di non essere scambiati per un computer.

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Simone Valesini

Giornalista scientifico a Galileo, Giornale di Scienza dal 2012. Laureato in Filosofia della Scienza, collabora con Wired, L'Espresso, Repubblica.it.

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