Così la realtà virtuale cambia il giornalismo

(Credits: Detlef La Grand/Flickr CC)
(Credits: Detlef La Grand/Flickr CC)
(Credits: Detlef La Grand/Flickr CC)

Basta una app sul telefonino, e un visore usa-e-getta di cartone, acquistabile per pochi euro come il Google Cardboard. È la nuova frontiera della realtà virtuale low cost. Che i giornali stanno imparando a sfruttare per consentire ai propri lettori di entrare davvero dentro la notizia.

Lo chiamano giornalismo immersivo, ed è un nuovo modo – come lo definisce il New York Times, che lo ha implementato lo scorso novembre con la sua sezione VR – di raccontare storie. Uno dei primi esperimenti è quello del quotidiano inglese The Guardian, che ha realizzato il suo primo video a 360°: “6×9” descrive le sensazioni date dal confinamento in prigione, in una cella di isolamento di cinque metri quadrati riprodotta nei minimi dettagli. Inserendo il cellulare nel visore e attivando la app sentiamo le grida di altri prigionieri, riceviamo il pasto da una fessura della porta, e osserviamo il gabinetto in acciaio e le crepe sulla parete. Voci fuori campo descrivono il disagio psicologico provato nel carcere duro, chiusi in un piccolo ambiente con pochissimi contatti con l’esterno. L’esempio è stato seguito da altre testate giornalistiche, come il Wall Street Journal e abc News. Nel frattempo Youtube ha creato il supporto digitale per il caricamento di video a 360°.


Ma con il giornalismo immersivo possiamo trovarci tra i profughi di guerra, assistere alla commemorazione delle vittime del terrorismo di Parigi, o partecipare a un safari in Tanzania. “Quelle che un tempo erano esperienze riservate a pochi, ora sono a disposizione di tutti, ovunque e in qualsiasi momento” afferma Neal Mohan, responsabile del settore advertising di Google.

Tuttavia la VR presenta alcuni limiti. Per le persone più sensibili, un’esperienza virtuale può generare nausea, a causa dell’incoerenza tra le percezioni visive e quelle moto-sensoriali che giungono al cervello, in modo simile a quanto avviene per il mal di mare o il mal d’auto. Inoltre c’è il rischio che la realtà mostrata appaia fin troppo reale, nascondendo il confine tra la realtà attuale e quella virtuale. Essere immersi nella notizia dà infatti la sensazione di avere “visto” con i propri occhi. “Più un’immagine appare immediata e di prima mano, più è facile dimenticare il processo di selezione operato dal giornalista” ha commentato su The Spectator il giornalista Matthew Parris. Chi guarda, dunque, potrebbe non percepire l’opera di mediazione del giornalista, che pure c’è. Questo andrebbe a discapito del senso critico dello spettatore, che penserebbe erroneamente di vedere un pezzo di realtà oggettiva.

Il giornalismo immersivo è solo all’inizio, e promette nuovi sviluppi, per esempio attraverso l’aggiunta di sensazioni tattili, vento, odori. Ma attenzione: come avverte Thomas Kent dell’Associated Press e advisor per l’Ethical Journalism Network, “ogni nuovo elemento meriterà una discussione approfondita sulla sua capacità di riflettere la realtà”.

Articolo prodotto in collaborazione con il Master in Giornalismo e comunicazione istituzionale della scienza dell’Università di Ferrara

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