Così si va dall’emozione all’eccesso

C’è un unico circuito cerebrale che regola le reazioni, sia positive che negative, a tutti quegli stimoli   che possono dare piacere, ansia, disgusto o addirittura fobia. È lì, nella corteccia prefrontale, che è racchiuso l’impatto emozionale e motivazionale provocato per esempio dal cibo o dalle droghe, ed è lì che si decide il confine tra uso e abuso, tra golosità e fame compulsiva, tra prudenza e disturbo d’ansia. A mediare la risposta è la noradrenalina, che ha un ruolo fondamentale nel controllare questi processi. La scoperta, pubblicata sui Proceedings of the National Academy of Sciences, è di un gruppo italiano coordinato da Stefano Puglisi-Allegra del Dipartimento di psicologia dell’Università “La Sapienza” di Roma, insieme alla Fondazione Santa Lucia.

“Prima si pensava che questi meccanismi risiedessero in zone antiche del cervello”, ha spiegato Puglisi-Allegra, “mentre abbiamo scoperto che le motivazioni positive, come mangiare, e i loro eccessi, dipendono fortemente dalla produzione di noradrenalina nella corteccia prefrontale. Certo, questa è solo una parte di un meccanismo molto più complicato, ma indica una via molto
interessante”.

I ricercatori hanno identificato il meccanismo che regola la capacità (comune a esseri umani e animali) di ricercare ricompense e ad evitare punizioni in base al valore attribuito agli stimoli. L’esperimento è stato condotto sui topi, a cui sono stati somministrati input gratificanti (cioccolata o cocaina) e avversivi (un farmaco in grado di indurre malessere). Grazie alla tecnica della microdialisi intracerebrale, è stato quindi misurata la variazione dei  livelli di noradrenalina e dopamina, due neurotrasmettitori, nel cervello delle cavie.

È emerso che la noradreanalina è una condizione necessaria per la risposta emozionale: è attraverso questi segnali biochimici che siamo in grado di riconoscere lo stimolo e orientare di conseguenza il nostro comportamento. “Una risposta biochimica eccessiva, quindi un sovraccarico delle strutture del cervello interessate, provoca una perdita di flessibilità nei meccanismi”, continua Puglisi-Allegra. “In questo caso si sviluppano comportamenti compulsivi, e si passa alla dipendenza o alla fobia”. Anche se già da anni sono disponibili psicofarmaci che agiscono sui neurotrasmettitori, la comprensione approfondita dei processi e delle parti del cervello coinvolte potrà aiutare a studiare terapie più mirate. (an.c.)

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