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Cybercittadini d’Europa

di
Renata Tinini

Per gli abitanti delle minuscole isole che circondano la Danimarca, muoversi ed incontrare gente è sempre stata un’impresa ardua, soprattutto d’inverno. Ma ora i membri delle comunità sparpagliate nell’arcipelago danese hanno finalmente un luogo dove incontrarsi, fare nuove conoscenze, condividere un hobby, concludere un affare, anche quando piove e tira vento. In realtà si tratta di uno spazio virtuale. Ma non è la solita posta elettronica. Perché quello riservato agli isolani del nord Europa è un vero spazio di incontro, dove le persone potranno vedersi e riconoscersi. O per meglio dire: vedere e riconoscere la loro rappresentazione virtuale (il loro “avatar”), che tra qualche tempo sarà disponibile con la stessa facilità con cui ora ci si fa una fototessera.

Basta infatti uno “scanner corporeo tridimensionale” – che già oggi si può comperare dalla californiana “Cyberware” alla modica cifra di 400.000 dollari, o affittare per 2.500 dollari l’ora – per poter apparire in un ambiente virtuale con la propria immagine tridimensionale, non statica come una fotografia ma realisticamente dinamica. E in questo “alter ego virtuale”, le espressioni del viso, l’andatura, il modo in cui si indossa la giacca saranno fedelmente riprodotti. O magari, persino migliorati.

Questi ed altri futuristici scenari sono stati presentati il 20 febbraio scorso all’Università di Siena, in un seminario che ha messo a confronto industria e ricerca sul tema delle interfacce intelligenti all’informazione. L’incontro è stato organizzato all’interno di i3net (le tre ‘i’ stanno per Intelligent Information Interfaces), una rete di progetti finanziati dall’Unione Europea che si propone di studiare l’impatto delle nuove tecnologie sulla vita quotidiana. Ricercatori di diverse università europee e rappresentanti dell’industria hanno dibattuto su come reinventare le interfacce di accesso all’informazione per favorire un nuovo senso di appartenenza ad una comunità. Quello che qualcuno ha già battezzato “communityware”.

Ed ecco allora i nuovi prodotti e prototipi per la trasmissione di informazioni a/da utenti in movimento. Oltre ai più recenti telefoni Gsm dotati di fax, posta elettronica e accesso ad Internet, si sono visti gli active badges, apparentemente normali tesserini di riconoscimento con nome e fotografia da appuntare sugli abiti, ma con una marcia in più: grazie a un sistema di sensori a raggi infrarossi dislocati in stanze e corridoi che localizzano il badge – e quindi la persona che lo indossa, con buona pace della privacy – all’interno dell’edificio stesso, i tesserini elettronici permettono un’interazione intelligente tra persone, oggetti, edifici.

Un badge personalizzato accende automaticamente il personal computer quando si entra nella propria stanza, e spegne la luce quando si esce dall’ufficio – con un non trascurabile risparmio energetico. Non solo: il badge permetterà di localizzare costantemente la posizione del dipendente su una mappa che appare sullo schermo del computer. Ed è soprattutto per quest’ultima caratteristica che gli active badge sono già usati in alcuni grandi ospedali, dove la rintracciabilità del personale è spesso questione di vita o di morte. Altre tecnologie trovano applicazioni nei musei, sotto forma di computer indossabili con funzione di guide personalizzate, che possono essere poi arricchite con la propria personale esperienza.

I tredici progetti di i3net sono accomunati dall’attenzione che dedicano alla vita delle persone, non più considerate come monadi isolate, ma membri di una comunità. Viene in questo modo data un’implicita risposta a coloro che paventano un futuro di uomini soli e autistici, cittadini del cyberspazio ma indifferenti al mondo reale. Alcuni progetti hanno fatto scelto di progettare lo scenario a partire dalle esigenze delle persone, e dunque mettendo in piedi una cooperazione tra tecnici dell’informatica, sociologi, antropologi, designer e amministrazioni locali.

Vale la pena, allora, di dare un’occhiata al progetto ‘Campiello’, che punta la sua attenzione ai problemi delle comunità locali delle città d’arte: e di Venezia in particolare, emblema della metropoli in cui il turismo sta snaturando il rapporto degli abitanti con il proprio ambiente, e dove spesso il turista è visto come l’invasore, subìto per alcune ore ed espulso subito dopo. La convinzione sociologica che anima il progetto, coordinato dall’Università di Milano, è che tornando a impossessarsi del proprio territorio gli abitanti divengano più ospitali, e l’essere ospitali comporta un’apertura nei confronti dell’altro.

Cosa c’entrano le nuove tecnologie con le idiosincrasie dei veneziani? C’entrano, perché permettono di costruire uno spazio collaborativo in cui la comunità locale possa raccontarsi e confrontarsi, utilizzando la vasta gamma di nuove interfacce ora disponibili, dalla WebTV ai computer mobili, agli schermi giganti interattivi; inserendo la vita quotidiana della città nel museo. Un esempio: l’informazione relativa a un quadro del Tiziano potrà dirà non solo da quale chiesa proviene, ma creerà una sorta di legame ipertestuale con la vita del quartiere in cui si trova la chiesa che accoglie il dipinto. I progetti di i3 cercano insomma di disegnare scenari imperniati sulle esigenze delle comunità, e rappresentano un’interessante indicazione per uno sviluppo tecnologico sostenibile.

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