Delfini in trappola

Louie Psihoyos
The Cove
Usa 2009

Dai primi fotogrammi la cittadina di Taiji, sulle coste del Giappone, appare una tranquilla meta turistica, un parco divertimenti all’aperto: barconi a forma di delfino solcano il mare carichi di gente, fontane zampillanti raffigurano balene e ogni souvenir è un inno a questi abitanti del mare. Ma la Taiji svelata da “The Cove” (L’insenatura), vincitore dell’Oscar 2010 per i documentari, è ben diversa e nasconde un orribile segreto. Qui, nello specchio d’acqua racchiuso da un’insenatura (il covo, appunto), ogni anno da settembre a marzo vengono catturati migliaia di delfini destinati a far divertire il pubblico dei parchi acquatici di tutto il mondo. Gli altri, quelli che non passano la selezione, subiscono una crudele mattanza prima di finire sui banchi dei mercati di pesce del Giappone.

Diretto dal regista statunitense Louie Psihoyos, il ‘thriller’ ambientalista è stato presentato in anteprima a Roma da Legambiente, Feltrinelli Real Cinema e Current, la tv fondata da Al Gore che ne ha acquistato l’esclusiva, ed è disponibile in Dvd nelle librerie Feltrinelli. Tutto è nato da un’idea di Ric O’Barry, l’addestratore di delfini della celebre serie tv Flipper, che grazie a quell’esperienza ha maturato un drastico cambiamento d’opinione sullo sfruttamento degli animali, sulla cattività e sul forte stress a cui sono sottoposti nei parchi. Da allora trascorre la vita a difendere i delfini in ogni parte del mondo, con tutti i rischi che ne conseguono (emblematica la risposta alla domanda “Quante volte sei stato arrestato”: “Quest’anno?”) ed è convinto che svelare quanto accade a Taiji possa essere la chiave di volta per un serio cambiamento.

La città è il centro di un grosso traffico di delfini vivi da mandare negli acquari di tutto il mondo e del business che soddisfa la domanda locale di carne di delfino. Ecco cosa accade: una volta intercettati i delfini al largo della costa, i pescatori li spingono verso la riva grazie a una barriera sonora realizzata con spranghe di ferro battute contro le barche. Qui arrivano gli acquirenti per scegliere gli esemplari da addestrare nei parchi acquatici, in genere tursiopi. Un commercio che frutta ben 150 mila dollari per ogni esemplare venduto. Quelli che non vengono scelti sono destinati a una sorta ancora peggiore. I pescatori li ammassano dentro l’insenatura e li arpionano a morte, ogni delfino morto vale 600 dollari. Ogni anno vengono uccisi in questo modo in Giappone 23 mila delfini e la loro carne finisce nei mercati giapponesi, spesso spacciata come carne di balena, considerata più pregiata.

Per portare allo scoperto la mattanza, il regista ha messo in piedi una vera e propria squadra alla “Ocean Eleven” di esperti in vari settori, con l’obiettivo di penetrare segretamente nella baia e piazzare sulla scogliera e sott’acqua telecamere, sensori e microfoni. Il film coniuga sapientemente il linguaggio tipico del giornalismo d’inchiesta televisivo con quello del cinema d’azione. Allo svolgimento dell’azione, infatti, si alternano le interviste agli esperti e i racconti dei protagonisti impegnati nell’impresa, creando una suspense inattesa per un documentario. Ciò che colpisce guardando il film è che, nonostante la strenua difesa che il governo giapponese fa della caccia ai cetacei, giustificata come una pratica dettata dalla tradizione, la maggior parte della popolazione nipponica sembra non conoscere quello che succede a Taiji e in altre città costiere, e ignora addirittura che nel paese si mangi carne di delfino. Al contrario, i pescatori vedono la caccia a balene e delfini come una sorta di “disinfestazione”, così viene definita nel film, perché convinti che i cetacei stiano impoverendo gli stock marini nutrendosi di pesce.

Oltre a denunciare lo stress degli animali in cattività e la mattanza a cui sono sottoposti, il film mette in guardia dalle alte concentrazioni di mercurio presenti nel pesce, che costituisce la base dell’alimentazione giapponese. Non solo. Chiaro è l’atto d’accusa alla Commissione baleniera Internazionale (Iwc), che ha messo fuori legge la caccia commerciale alle balene nel 1986 senza però ottenere risultati reali. Il Giappone continua ad aggirare il divieto giustificando la caccia per scopi scientifici e ottenendo gli appoggi di altri paesi. Inoltre, i mammiferi marini più piccoli, come i delfini, non sono protetti dall’Iwc né da altri organismi internazionali. Laddove non possono niente i governi e le istituzioni, però, dicono i protagonisti del film, può la passione dei singoli. Per aderire alla campagna: www.takepart.com/thecove.

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