Feriti a vita

Sono 300 mila in tutto il mondo. In più di 50 paesi nel mondo i bambini vengono usati come soldati nei conflitti armati. Strappati alle loro famiglie, costretti a uccidere o a convivere con la morte. Privati della loro infanzia e dei loro affetti, con conseguenze fisiche e soprattutto mentali indelebili. Come dimostra una ricerca pubblicata su The Lancet, condotta dal Dipartimento di Ortopedagogia dell’Università di Ghent, in Belgio, e dall’organizzazione Sponsoring Children Uganda, che analizza i sintomi da stress post-traumatico degli ex bambini soldato dell’Uganda. Da 16 anni, infatti, nelle regioni settentrionali del paese africano si svolge un conflitto che vede opposte le forze governative ugandesi contro gli eserciti ribelli appoggiati dal Sudan che vogliono prendere il potere. Qui il movimento armato Lord’s Resistance Army (Esercito di resistenza del Signore, Lra), guidato da Joseph Kony, un fondamentalista cristiano che mira a governare il paese secondo i Dieci Comandamenti, rapisce decine di bambini che poi costringe a combattere: circa il 90 per cento dei reclutati dalla Lra ha meno di 18 anni. Solo nel periodo compreso fra giugno 2002 e lo stesso mese del 2003, i rapiti sono stati 8400. Attraverso un questionario semi-strutturato fatto compilare a 301 ex bambini soldato, di età superiore ai 12 anni che ora vivono nelle città ugandesi di Gulu e Lira, i ricercatori belgi hanno valutato la natura delle esperienze vissute durante il rapimento. Il 77 per cento degli intervistati ha visto qualcuno essere ucciso, mentre il 39 per cento ha dovuto uccidere egli stesso un essere umano. Il 6 per cento ha visto uno dei propri cari morire per mano degli eserciti di resistenza, e il 2 per cento di loro ha ucciso un proprio familiare. Il 64 per cento è stato costretto a combattere, spesso senza alcun addestramento militare. E non importa quanti anni abbiano, per quanto tempo siano rimasti prigionieri dei ribelli o quale tipo di trauma abbiano subito, dicono i risultati della ricerca. I giovani che hanno subito queste violenze soffrono dei cosiddetti sintomi post-traumatici anche a distanza di diversi anni.”Quando arrivano negli ospedali sono vestiti da militari, sono feriti. Spesso accompagnati da altri soldati e ti accorgi subito che hanno fatto la guerra”, spiega Grazia Marcianesi Casadei, infermiera che ha svolto delle missioni con Medici senza Frontiere in una cittadina del Sudan a 10 chilometri dal confine con l’Uganda. “Presentano dei disagi particolari: non parlano in modo corretto, spesso balbettano, hanno incubi notturni, sono spaventati oppure troppo aggressivi. Si tratta di bambini che hanno fatto uso di droghe, di alcool, sono stati vittime di abusi sessuali, hanno maneggiato delle armi: questo ha azzerato il loro lato ludico, infatti hanno difficoltà anche a colorare e a scrivere”.Una volta tornati liberi i bambini devono affrontare condizioni di vita durissime. Senza avere nessuno vicino, perché spesso anche i loro genitori sono stati vittime di rapimenti e uccisioni. Secondo la ricerca, ben il 30 per cento degli intervistati è orfano. La morte di un genitore, soprattutto della madre, lascia dei significativi sintomi di stress, soprattutto nelle ragazze. E rende più difficile il reinserimento sociale, complicato dal fatto che i bambini sono stigmatizzati per i crimini commessi. “Vivono di espedienti, marchiati socialmente, spesso malati o sieropositivi per gli abusi subiti e senza infrastrutture che li aiutino”, continua l’infermiera. “A volte per loro, piccoli e indifesi, non c’è altra alternativa che restare con i militari, perché la reintegrazione nella società è difficile, soprattutto senza una famiglia alle spalle”. Secondo i dati di Medici senza Frontiere, sono circa 50 mila in tutta l’Uganda settentrionale i bambini che percorrono molte miglia a piedi, dai villaggi e dai campi sfollati, per rifugiarsi di notte nel centro delle vicine città. Ed evitare così di essere attaccati o rapiti dai soldati. Mangiano una sola volta al giorno e dormono all’aperto, a stretto contatto con altre persone e con seri rischi per la salute. Molti di loro sono malati di scabbia, una malattia della pelle causata dagli acari che si aggrava dalla vicinanza con altre persone. “In questi paesi c’è bisogno di progetti di tipo sanitario, ma anche psicologico e sociologico per il recupero dei bambini e per il loro reinserimento in società”, conclude Grazia Casadei.

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