Giappone e radiazioni: quali danni a lungo termine?

Ieri, alle 10:30 ora locale, una nube di fumo nero si è innalzata dal reattore 3 della centrale di Fukushima e i lavoratori sono stati allontanati velocemente. La radioattività dell’unità non sembra essere aumentata, mentre è salita quella del reattore 2, che ora si attesta intorno ai 500 millisievert per ora. Un numero davvero preoccupante: già il governo giapponese si era visto costretto ad aumentare di oltre il doppio il limite massimo dell’esposizione annua consentita per legge ai lavoratori delle centrali (da 100 millisievert a 250 per anno, 5 volte la dose ammessa negli Usa, e valore a cui si manifestano i primi sintomi da contaminazione radioattiva). 

Gli occhi del mondo sono continuamente puntati sugli operatori di Fukushima, ma a preoccupare è anche la cosiddetta bassa radioattività, che si muove, seguendo i venti, attraverso il Pacifico. In particolare, si monitora lo iodio 131 (con un tempo di dimezzamento di 8 giorni) e il cesio 137 (con un’emivita di 30 anni): questi due elementi passano nell’acqua e nei cibi e sono tra le cause dei tumori, in particolare quello della tiroide. 

Già il primo ministro, Naoto Kan, ha vietato le spedizione di latte dalla prefettura di Fukushima e da altre tre prefetture vicine. Anche in una dozzina di vegetali a foglia larga sono stati rilevati valori sopra la media di elementi potenzialmente nocivi, mentre lo iodio radioattivo si trova nell’ acqua dei rubinetti di Tokyo, al momento vietata ai bambini. Ma quale rischio ci sia realmente per la popolazione giapponese (e non solo) nei prossimi mesi non è dato saperlo. 

Il punto è che gli effetti nel lungo periodo delle basse radiazioni per la salute non si conoscono, e i risultati degli studi svolti finora (quelli sulle conseguenze dell’incidente di Chernobyl) sono contraddittori. “ È troppo presto per dire quale impatto potrà avere la fuoriuscita di radiazioni dagli impianti di Fukushima”, dice Jacquelyn Yanch, fisica al Mit di Boston a Nature, che dedica un articolo alla questione. “Se non abbiamo fornito una stima del rischio è perché non sappiamo ‘quanta [radiazione] ’ sia ‘troppa ’”. 

Per ora, comunque, nelle aree distanti dal luogo dell’incidente la situazione sembra sotto controllo: “La basse concentrazioni di iodio, cesio, tellurio, xeno e lantanio radioattivi che hanno raggiunto gli Stati Uniti sono ben al di sotto ai livelli normali dell’ambiente e non rappresentano un rischio per la salute”, ha dichiarato a Nature Ted Bowyer, fisico nucleare del Northwest National Laboratory di Richland (Washington), una delle prime stazioni Usa ad aver rilevato gli isotopi della nube di Fukushima. Anche William McCarthy dell’ Environment, Health and Safety Office del Mit è cauto: “La cosa più prudente è non mangiare i cibi [contaminati], questo però non significa che ci sia un rischio immediato per la popolazione”. Intanto anche in Italia si temono i venti radioattivi spirati dalla Daiichi: le radiazioni, nel caso in cui dovessero arrivare, saranno talmente diluite da non crear problemi, afferma il ministro della salute Ferruccio Fazio.

Proprio per valutare questo rischio ed evitare allarmismi, alcuni scienziati – radiologi e biologi in primis – chiedono di cominciare immediatamente a pianificare gli studi epidemiologici. Tra questi, come riporta New Scientist, c’è Elizabeth Cardis del Centro de Investigación en Epidemiología Ambiental (Creal) di Barcellona (precedentemente a capo della sezione di radiologia della International Agency for Research on Cancer dell’Oms). Si stima che le radiazioni di Chernobyl abbiano causato 6mila casi di cancro della tiroide in Europa e, secondo Cardis, da qui al 2065 potrebbe essere la causa di altri 25mila tumori. Un’indagine delle Nazioni Unite presentata a febbraio, però, non avrebbe trovato prove convincenti di quanto affermato dalla ricercatrice. 

In Giappone le cose potrebbero essere più chiare fin dall’inizio. Gli studi epidemiologici potrebbero partire subito (invece che dopo un anno, come accadde in Ucraina): “Gli effetti delle dosi dell’ordine di 100 millisievert (per anno, ndr.) possono essere compresi se i ricercatori mappano le radiazioni, tengono registri delle persone sottoposte alle radiazioni e correlano i dati con l’incidenza dei tumori nei decenni a venire”, ha detto Cardis. “Il Giappone ha i migliori radiologi del mondo, e potrebbe dissipare ansie inutili conducendo delle indagini attendibili”.

Riferimenti: NatureNew Scientist

Via Wired.it

1 commento

  1. Il sivert è un’unità di misura della dose di radiazione assorbita, non di radioattività.
    Dire che “la radioattività del reattore 2 si attesta intorno ai 500 millisievert” non significa nulla, bisognerebbe indicare almeno un’intervallo di tempo in cui si assorbirebbe quella quantità di radiazioni.

  2. Cara Tiziana,
    da diversi anni sono interessato agli effetti biologici delle radiazioni ionizzanti e desidero esprimere qui un parere. Chiarisco subito però che scrivo a titolo personale e senza implicare che le mie idee riflettano quelle dell’ente per cui lavoro (l’ENEA).
    Gli effetti di lungo termine delle basse dosi di radiazioni sono noti e c’è molta attività di ricerca scientifica sull’argomento. Oltre agli studi sui sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki, esistono altri studi di lungo termine su lavoratori professionalmente esposti alle radiazioni ionizzanti come, ad esempio, i minatori dell’Uranio, nonché il personale ospedaliero dei dipartimenti di radiologia. Gli effetti delle esposizioni a basse dosi di radiazioni ionizzanti sono quantificati nel rischio di contrazione di cancri e complicazioni cardiovascolari. Si tratta di quantificazioni di rischio, non di associazione causale “certa”. Detto altrimenti, si può parlare solo di probabilità di manifestazioni di queste complicanze, a causa dell’esposizione alle radiazioni, e non è possibile dire con certezza che “il signor X ha contratto in cancro a causa dell’esposizione alle radiazioni”, anche perché il cancro indotto dalle radiazioni non è diverso da quello indotto da altre cause e molta gente si ammala di cancro senza avere mai subito esposizioni “significative” alle radiazioni. Quando la popolazione posta sotto osservazione è sufficientemente grande, e la probabilità di causare queste malattie è apprezzabile (dosi di radiazioni non trascurabili) si riesce a riscontrare un “eccesso di incidenza” di malattie che può ragionevolmente essere attribuito all’esposizione alle radiazioni. I tecnici usano quindi il termine ‘effetti stocastici’ per distinguere questi effetti da quelli “deterministici”, che invece si vedono solo a dosi di radiazioni più elevate.
    Si potrebbe scrivere tanto di più ma poi rischierei di diventare noioso, per cui mi interrompo qui.
    Buon lavoro!
    Massimo

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