Iraq, la guerra all’ambiente

Non solo vittime umane, ma anche un disastro ambientale dalle conseguenze incalcolabili. Sarebbe questo il prezzo da pagare in caso di attacco all’Iraq. A lanciare l’allarme è Jonathan Lash, presidente del World Resources Institute, che alla Bbc on-line ha tracciato i contorni tragici del possibile dopo guerra iracheno, dedotti dal rapporto stilato nel 1993 dai ricercatori della National Commission for Wildlife Conservation and Development. Nella relazione si legge, infatti, che prima di ritirarsi dal Kuwait alla fine del 1991, i militari iracheni bruciarono circa 750 pozzi petroliferi, lasciando che petrolio e catrame avvelenassero almeno 30 mila uccelli marini, che nubi di caligine e docce di pioggia acida coprissero per mesi interi una superficie di circa due mila chilometri, contaminando l’acqua e le piante, che mezzo miliardo di tonnellate di diossido di carbonio soffocassero i civili. E che l’uranio impoverito utilizzato dai soldati britannici e statunitensi quintuplicasse rispetto al 1991 il tasso di bambini iracheni nati con gravi difetti. Cosa avverrebbe oggi in caso di conflitto, si chiede Lash, visto che l’Iraq è 25 volte più esteso del Kuwait, che possiede 2000 pozzi petroliferi e una maggiore densità di popolazione, composta per il 40 per cento da quindicenni? (d.d.v.)

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