Il freddo fa male al cuore

Alle porte della stagione invernale, un monito alle persone che sono a rischio di sviluppare malattie cardiovascolari viene dal Congresso Europeo di Cardiologia: attenzione a non prendere troppo freddo. Due ricerche presentate oggi dimostrano infatti gli effetti negativi che l’esposizione a temperature rigide producono sul cuore, aumentando addirittura il rischio di sviluppare un infarto acuto del miocardio.

Il primo studio è stato condotto a Winnipeg, in Canada, una delle grandi città più fredde del mondo, e ha dimostrato una chiara relazione fra temperatura e rischio: ad ogni abbassamento di 10°C corrisponde un aumento del 7% di infarto con sopraslivellamento del tratto ST (STEMI), quello che ha prognosi peggiore. “I risultati mostrano che il rischio può essere previsto anche due giorni prima che l’evento abbia luogo”, ha spiegato Shuangbo Liu, cardiologo all’Università di Manitoba a Winnipeg, leader del gruppo di ricerca. “Una maggiore consapevolezza e una riallocazione delle risorse potrebbe aiutarci a rispondere in maniera più efficace a questo rischio stagionale prevedibile”. Il fattore che incide di più è la temperatura massima registrata, con una differenza rilevante di STEMI registrati in giornate in cui la massima era sotto gli 0°C rispetto a giorni in cui era al di sopra dello 0.

I ricercatori hanno valutato retrospettivamente un periodo di 6 anni concentrandosi in particolare sulla forma più acuta di infarto del miocardio (STEMI), raccogliendo i dati di più di 1800 casi. “Il nostro è primo studio che si concentra su questo tipo di infarto, collegandolo alle condizioni atmosferiche. I criteri diagnostici per questo evento non sono cambiate negli ultimi 20 anni e quindi i nostri dati sono consistenti”, ha sottolineato Liu.

Chi soffre di fibrillazione atriale, poi, dovrebbe prestare particolare attenzione. Una ricerca condotta su circa 290mila persone da Tze-Fan Chao, cardiologo al Taipei Veterans General Hospital e alla National Yang-Ming University di Taiwan, dimostra infatti che l’abbassarsi della temperatura aumenta in questi pazienti il rischio di ictus ischemico fino a 4-5 volte. “Durante la fibrillazione atriale l’attività elettrica del ventricolo sinistro è disordinata e la contrazione è inefficace, causando una stasi del sangue all’interno del ventricolo stesso che può portare alla formazione di coaguli. Se un coagulo lascia il cuore e viaggia verso il cervello può causare un ictus e bloccare il flusso sanguigno attraverso le arterie cerebrali”, ha spiegato Chao.

Autunno e inverno sono associati a un’incidenza più elevata di decessi per infarto del miocardio, ictus e congestione cardiaca. Dati che si potrebbero spiegare alla luce dei livelli elevati di fibrinogeno nel plasma e alla maggiore attività coagulante del fattore VII che sono stati registrati durante lo studio. “L’aumento e l’attivazione di questi fattori di coagulazione durante la stagione fredda potrebbero portare a una condizione pro-coagulante che a sua volta favorisce la formazione di coaguli di sangue nel ventricolo sinistro e quindi l’aumento del rischio di ictus in pazienti con fibrillazione atriale”, ha spiegato Chao. Lo studio ha messo in evidenza inoltre come una temperatura media al di sotto dei 20°C sia associata a un aumento del rischio significativo rispetto a giornate con una media di 30°C.

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