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Italiani, fumatori passivi

di
Daniela De Vecchis

Il fumo danneggia l’apparato respiratorio anche di chi non fa uso di sigari e sigarette. La notizia, cui dedica ampio spazio la prestigiosa rivista The Lancet, conferma scientificamente ciò che gli studi sui bambini, il buon senso e l’esperienza suggerivano da tempo. Per la prima volta, infatti, uno studio empirico, commissionato dalla European Community Respiratory Health Survey, ha descritto le conseguenze del fumo passivo sui polmoni, i bronchi e la gola di una popolazione adulta. La ricerca, svoltasi tra il 1990 e il 1994, ha coinvolto 36 centri, medici e universitari, sparsi in 13 paesi europei, in Australia, in Nuova Zelanda e negli Stati Uniti. Circa otto mila individui, non fumatori, di età compresa tra i 20 e i 48 anni, sono stati sottoposti prima a un questionario, poi a una dettagliata intervista, infine, a una serie di specifiche analisi cliniche attestanti le loro difficoltà respiratorie. I fumatori passivi sono concetrati soprattutto in Europa centrale e meridionale, mentre i tassi più bassi si registrano in Svezia, Nuova Zelanda, Australia e Usa. Il record è della Spagna, mentre al terzo posto c’è l’Italia. Che ha partecipato allo studio con tre centri Pavia, Torino e Verona. Abbiamo chiesto a Vincenzo Lo Cascio, preside vicario della facoltà di medicina e chirurgia dell’università di Verona di commentare i risultati dello studio.

Professor Lo Cascio, come giudica la situazione italiana?

“Non vi è dubbio che la situazione è decisamente critica e fuori controllo per la assoluta mancanza, nella popolazione generale, della coscienza dei danni che il fumo passivo può provocare. Ciò determina una assai scarsa sensibilità al problema e una modesta propensione a rispettare e far rispettare i divieti di fumare. Basti pensare che in moltissimi ospedali il personale (medici, paramedici, amministrativi) continua a fumare in pubblico, talora anche negli ambienti direttamente collegati alle degenze!”.

Quali sono i sintomi principali correlati al fumo passivo?

“Il fumo passivo determina un aumento della sintomatologia asmatica (difficoltà espiratoria con tosse scarsamente produttiva) e delle infezioni respiratorie soprattutto nel bambino. Nell’adulto, oltre a irritare le vie aeree (tosse, infezioni bronchiali), determina un aumento delle neoplasie polmonari, anche se questa affermazione non ha ancora il forte supporto scientifico raggiunto per il fumo attivo”.

Che rapporto esiste fra questi sintomi e l’asma o le allergie nasali?

“Il nesso con l’asma bronchiale è stato dimostrato solo nell’età infantile. Il fumo, sia attivo che passivo, sembra determinare un aumento delle IgE, le immunoglobuline mediatrici della risposta allergica”.

E’ più dannoso l’ambiente di lavoro o la casa, in cui uno o più famigliari fumano?

“Ovviamente è maggiormente dannoso l’ambiente nel quale il soggetto soggiorna per più lungo tempo: per l’adulto questo coincide di solito con l’ambiente di lavoro mentre per il bambino con l’ambiente domestico, soprattutto nel caso che uno dei familiari fumi tanto da “contaminare” la casa”.

Cosa fare per diminuire l’esposizione involontaria al fumo?

“Occorre proibire il fumo nei locali pubblici, far rispettare il divieto, ma soprattutto promuovere adeguati programmi di educazione sanitaria sin dal periodo scolastico in modo da far crescere la conoscenza del problema. Occorrerebbe anche eliminare del tutto la pubblicità del fumo che ha certo carattere più accattivante e persuasivo dei cartelli che vietano il fumo”.

Quanto influisce la legislazione vigente e la compiacenza di chi non ne punisce il mancato rispetto?

“La legislazione vigente e la sua scarsa applicazione non rappresentano un valido ostacolo alla diffusione del fumo, specie in ambiente giovanile ove il fumare rientra spesso negli atteggiamenti “alla moda” di contestazione del mondo degli adulti”.

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