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Per cosa ricorderemo l’etologa e attivista Jane Goodall

La fondazione Jane Goodall Institute ha confermato la morte della sua fondatrice Valerie Jane Morris-Goodall avvenuta ieri, primo ottobre 2025, all’età di 91 anni: “È stata un esempio straordinario di coraggio e convinzione, lavorando instancabilmente per tutta la vita per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle minacce alla fauna selvatica, promuovere la conservazione e ispirare un rapporto più armonioso e sostenibile tra persone, animali e mondo naturale”. È stata l’etologa e attivista di fama mondiale a cui dobbiamo molto per i suoi studi sulle abitudini sociali dei grandi primati, soprattutto degli scimpanzé, ma anche per essere stata una delle figure scientifiche più influenti in ambito della conservazione della biodiversità, nonché una grande attivista contro i cambiamenti climatici.

Jane Goodall e l’amore per gli scimpanzè

Valerie Jane Morris-Goodall è nata il 3 aprile 1934 a Londra. Ed è proprio durante un viaggio in Kenya nel 1957, che nasce il suo amore e la dedizione per gli scimpanzé (Pan troglodytes): incontrò, infatti, il paleoantropologo Louis Leakey, che la convinse che studiarli avrebbe potuto fornire informazioni sul comportamento dei primi antenati umani. Jane Goodall, quindi, iniziò i suoi studi pioneristici sui grandi primati nel 1960 in Tanzania, in quello che oggi conosciamo come Parco Nazionale del Gombe Stream. Sebbene non avesse una formazione accademica formale in un’area di ricerca che all’epoca era dominata dagli uomini, trascorse mesi osservando in silenzio, armata solo del suo taccuino, binocolo e molta pazienza, le scimmie, dando loro nomi come Fifi, Passion e David Greybeard. E fu proprio lei la prima a farci conoscere alcuni dei comportamenti di questi animali ritenuti fino ad allora una prerogativa degli esseri umani. “Non sono solo gli esseri umani ad avere una personalità, ad essere capaci di pensiero razionale e di provare emozioni come gioia e dolore”, affermò Goodall in un documentario del 1996.

Grandi Primati e la loro personalità

Grazie ai suoi studi, infatti, abbiamo ridefinito molte delle convinzioni che avevamo sui grandi primati. Ad esempio, il fatto che gli scimpanzé siano in realtà onnivori, e non vegetariani, e ancora che provano emozioni, sanno costruire e usare utensili, avere una vita sociale, sviluppare una sorta di sistema linguistico primitivo. Goodall, tuttavia, documentò anche comportamenti inquietanti e spietati mai visti prima, come esemplari di femmine dominanti che uccidono i cuccioli di altre femmine. “Abbiamo scoperto che gli scimpanzé possono essere brutali e che loro, come noi, hanno un lato oscuro nella loro natura”, si legge nel suo libro “Reason for Hope: A Spiritual Journey”. Negli anni ’70, Goodall si focalizzò sugli sforzi di conservazione delle scimmie, arrivando a fondare, nel 1977, il Jane Goodall Institute, un’organizzazione no-profit, presente presso il Gombe Stream Research Centre, il centro di ricerca sugli scimpanzé che mira, tra le altre cose, a sensibilizzare i giovani di tutto il mondo sulla conservazione ambientale. “La Dott.ssa Jane Goodall è stata in grado di trasmettere gli insegnamenti della sua ricerca a tutti, soprattutto ai giovani. Ha cambiato il modo in cui vediamo le grandi scimmie. Il suo saluto da scimpanzé all’Unesco l’anno scorso riecheggerà negli anni a venire”, ha affermato in una dichiarazione Audrey Azoulay, direttrice generale dell’Unesco.

Cambiamenti climatici e conservazione della biodiversità

Durante i suoi 60 anni di lavoro, Jane Goodall ci ha insegnato a conoscere i primati, ma ha anche concentrato i suoi sforzi per diffondere un messaggio di salvaguardia ambientale, nel tentativo di diffondere la consapevolezza dell’attuale crisi ambientale e la necessità di proteggere la biodiversità. Attraverso le sue organizzazioni, infatti, ha fornito un sostegno e una guida tangibili, continuando fino all’ultimo a girare il mondo per difendere la salvaguardia degli ecosistemi. “Bisogna occuparsene insieme: della perdita di biodiversità e del cambiamento climatico”, aveva riferito l’etologa. “L’unico vantaggio dato dall’eccessivo numero di persone sul pianeta, è che ce ne sono abbastanza per risolvere ogni singolo problema. Ognuno di noi ha un impatto sul pianeta, ogni giorno. E a meno che non siamo molto poveri o molto giovani, possiamo scegliere che tipo di impatto avere. Per esempio, cosa compriamo? Come è stato prodotto? Ha danneggiato l’ambiente? È stato crudele con gli animali? È a buon mercato a causa di stipendi iniqui?”. Un impegno scientifico, sociale e politico che le ha consentito di ricevere numerosi riconoscimenti. Tra questi, per esempio, ricordiamo che nel 1962 ha intrapreso un dottorato di ricerca all’Università di Cambridge, pur non avendo una laurea, e nel 1995 le è stato conferito il titolo di Commendatore dell’Ordine dell’Impero Britannico. Nel 2002 è stata nominata Messenger of Peace dall’Onu, nel 2021 ha ricevuto il Templeton Prize e nel 2022 la Stephen Hawking Medal per la comunicazione della scienza, nel gennaio 2025 ha ricevuto dal Presidente degli Stati Uniti Joe Biden la Presidential Medal of Freedom, mentre in Italia le fu assegnata nel 2011 l’onorificenza di Grande Ufficiale della Repubblica Italiana. In ultimo, ma non per questo meno importante, Jane Googall è stata di ispirazione per molte altre donne a diventare scienziate.

Via: Wired.it

Credits immagine: Fabiana Rizzi su Unsplash

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