La marea nera continua sott’acqua

Una colonna di idrocarburi (plume) lunga oltre 35 chilometri, alta 200 metri e larga fino a due chilometri. È quello che hanno trovato i ricercatori della Woods Hole Oceanographic Institution (Whoi) nelle profondità del Golfo del Messico, a pochi chilometri di distanza dal pozzo che ha riversato nell’oceano almeno quattro milioni di barili di greggio. Su Science si leggono le prime misurazioni certe, quelle effettuate tra il 19 e il 28 giugno. Il quadro che ne emerge è ancora incompleto, ma fa intuire come l’emergenza, là sotto, sia tutt’altro che terminata.

Prima di dover rientrare a causa dell’uragano Alex, il gruppo guidato da Richard Camilli ha condotto circa 5.700 analisi chimiche in tempo reale grazie all’utilizzo di due strumenti tecnologici avanzati: il Sentry, un veicolo sottomarino autonomo (AUV) e il Tethys, uno spettrometro di massa subacqueo. Le rilevazioni chimiche hanno dato informazioni su forma, dimensioni, profondità, velocità di movimento e direzione dell’insieme di microgocce di petrolio. “Nel mese di giugno – ha spiegato Camilli in una conferenza stampa al National Press Club di Washington D.C. – il plume si stava muovendo lentamente verso Sud-Ovest con una velocità di 250 metri all’ora. Al momento non è possibile dire con certezza dove si trovi e in che misura possa essersi disperso, né tanto meno se ce ne siano altri. Tutto ciò che sappiamo è che è stato causato dalla fuoriuscita di petrolio del pozzo Macondo a Deepwater Horizon”.

L’analisi degli idrocarburi monoaromatici ha rilevato nel plume una concentrazione di BTEX (benzene, toluene, etilbenzene e xilene) superiore ai 50 microgrammi per litro. Questa informazione ha permesso ai ricercatori di fare una stima di quanto del petrolio uscito dal pozzo della British Petroleum sia andato a finire nella colonna sottomarina. “Tenendo conto di velocità, dimensione e concentrazione, possiamo affermare che il plume contiene almeno il 6-7 per cento di tutto il BTEX riversato nel Golfo dal giorno dell’esplosione, il 20 aprile scorso”. Dopo vari tentativi, la falla è stata tappata completamente il 4 agosto con l’operazione Static Kill, grazie a iniezioni di fango e cemento (vedi Galileo per ripercorrere la serie di tentativi).

Un fatto su cui gli scienziati non hanno dubbi è la lentezza con cui sta avvenendo la biodegradazione degli idrocarburi. La chiave di volta per studiare il processo consiste nella misurazione della quantità di ossigeno disciolta nell’acqua, poiché i microrganismi usano proprio questa molecola per “digerire” gli idrocarburi. Le rilevazioni del gruppo del Whoi non hanno registrato alcuna significativa variazione nella quantità di ossigeno tra dentro e fuori il plume. “Ciò indica – ha spiegato Camilli – che, se gli idrocarburi sono soggetti a biodegradazione anche a quelle profondità, potrebbero essere necessari mesi prima che vengano degradati e si osservino degli effetti sulla vita marina”. Ad oggi, dunque, non è possibile fare la conta dei danni provocati agli ecosistemi (vedi Galileo).

Finora la maggior parte dei dati viene da fonti governative o legate alla British Petroleum. Secondo un rapporto diffuso i primi di agosto da un team di scienziati della National Oceanic and Atmospheric Administration, dal Golfo sarebbe stato eliminato quasi il 75% di tutto il petrolio fuoriuscito (in parte bruciato, raccolto, evaporato e chimicamente disperso). Le stime, già criticate per eccessivo ottimismo da parte di diversi studiosi, potrebbero non tenere conto della reale quantità di idrocarburi ancora in profondità. “Ulteriori informazioni – ha aggiunto Camilli – arriveranno dalle analisi sui componenti semi-volatili. Senza questi dati, non è possibile determinare esattamente quanto petrolio ci sia nel plume e fare ipotesi sulla sua attività biologica”.

Riferimento: DOI: 10.1126/science.329.5994.972-b

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