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La mediateca di Babele

di
Michele Fabbri

Quante sono le composizioni musicali possibili nell’era della musica realizzata con il computer? Se restiamo negli standard abituali dell’audio digitale (44.100 campioni al secondo e 65.536 ampiezze diverse con la tecnologia a 16 bit) e se immaginiamo brani di lunghezza variabile da 1 secondo a un’ora, otteniamo un numero con 537.450 zeri. Per ascoltarle tutte non basterebbe un tempo pari a diverse volte l’età dell’universo.

E’ un po’ come la biblioteca immaginata da Jorge Luis Borges, in cui sono conservati tutti i volumi composti da tutte le possibili sequenze dei venticinque caratteri dell’alfabeto. Se quella di Borges è la “Biblioteca di Babele”, quella dei suoni è la “Mediateca di Babele”. E ben rappresenta – secondo Lorenzo Seno, fisico e ricercatore presso il Centro ricerche musicali (Crm) di Roma – il punto a cui è arrivato oggi l’incontro fra musica ed elettronica. “Oggi la computer music mette a disposizione degli strumenti che rischiano di aprirci d’improvviso troppe strade nella mediateca di Babele”, dice Seno, tra i partecipanti a “La Terra Fertile”, l’incontro biennale di musica elettronica che si è tenuto a L’Aquila dal 4 al 7 settembre. Una prima conseguenza, come hanno sottolineato anche altri interventi nel corso del convegno, è una sorta di permanente incomprensione fra musicisti e scienziati, fra esigenze espressive e potenzialità tecnologiche. Con le tecnologie di segnale è infatti possibile costruire “qualsiasi” suono: basta gestire opportunamente i relativi parametri (ampiezza, frequenza, filtri, inviluppo, forma d’onda, e così via) La tecnica di costruire suoni a partire da segnali elementari combinati algoritmicamente dà indubbiamente un enorme grado di libertà compositiva, ma troppo spesso il risultato è un vano aggirarsi nella Mediateca (e una parte del pubblico comincia a stancarsi). Come uscire da questa empasse? La strada proposta da Seno e dal Cmr è la “sintesi per modelli fisici di strumenti virtuali”.

Non si tratta di una novità assoluta. Utilizzata per capire i “segreti” degli strumenti acustici e per riprodurre il più fedelmente possibile il loro suono, la sintesi per modelli fisici di strumenti virtuali si basa sulla costruzione di un modello matematico dell’oggetto che emette il suono e sul calcolo in tempo reale del moto vibratorio dell’oggetto nelle condizioni stabilite dal musicista. L’idea originale dei ricercatori del Centro sta nel costruire nuove famiglie di strumenti (“strumenti virtuali”) che consentono al compositore esperienze impossibili con gli strumenti tradizionali ma che contemporaneamente abbiano tutto il rigore e i vincoli della sintesi per modelli fisici.

“Corda di metallo” è il primo prototipo realizzato dal Crm. E’ un algoritmo di sintesi per modelli fisici di strumenti ad arco (per computer della classe Pentium) e nasce delle esigenze compositive del maestro Michelangelo Lupone. Il compositore era inizialmente interessato ad ottenere un timbro “metallico”; ma ora con lo strumento virtuale si possono produrre suoni da corde in legno o in gomma. Lo stesso strumento può suonare, oltre che nell’aria, nell’acqua, nell’olio, oppure si può scegliere quanto sia ruvido l’archetto. E non si tratta semplicemente di preimpostare dei parametri, perché l’operazione di calcolo che modifica lo strumento avviene in tempo reale durante l’esecuzione. Un po’ quello che accade con il rendering delle immagine negli ambienti di Realtà Virtuale.

Mosso da analoghe esigenze di riavvicinare ricerca scientifica e esigenza compositiva è il progetto “Macchina del 2000” presentato al convegno da Giuseppe di Giugno, iniziatore dell’informatica musicale presso l’Ircam di Parigi e attualmente animatore delle attività del Cemat, l’associazione che riunisce i centri di ricerca italiani. E’ un progetto ambizioso, perché deve portare in pochi anni alla costruzione di una macchina universale, capace cioè di integrarsi con tutte le piattaforme esistenti (Pc, Mac, eccetera), modulare, espandibile nel tempo e di costo accessibile ad ogni studente di conservatorio. Una sfida non da poco nel mondo in velocissima trasformazione dell’informatica e privo di standard. Ma una sfida obbligata, per evitare che i musicisti siano costretti a rincorrere macchine sempre più complicate e lontane dalle proprie esigenze.

Il progetto, per ora tutto italiano ma in seguito esteso in ambito Ue, sta entrando nella fase operativa. La struttura hardware sarà costituita da una unità di controllo Cpu che renderà la macchina indipendente dall’impiego di un “host” esterno e in grado di essere “upgradata” ad ogni successivo miglioramento tecnologico. Nel caso in cui, pur con l’aggiunta di ulteriori moduli di calcolo, la potenza non fosse sufficiente per operazioni in tempo reale (problema che si verifica ad ogni nuova generazione di software), la macchina dovrà emulare una più potente, usando procedure di calcolo differito. Anche il software sarà modulare per consentire automaticamente ogni aggiornamento, universale rispetto al sistema operativo e in grado di supportare i diversi linguaggi di programmazione (dal Fortran al C++ al Visual Basic).

E difficile dire, a questo stadio di sviluppo dei progetti, se l’impresa di riavvicinare la scienza e la musica di oggi nel loro antico e proficuo cammino avrà pieno successo. La contemporanea rassegna “Corpi del suono” ha fornito un’idea dello stato dell’arte. Una cosa però è certa: per brani come “Cum grano vocis” di Andrea Saba, in cui dall’elaborazione di “grani” di voce di un millisecondo si ritorna alle ancestrali sonorità dei canti sardi, o per le primigenie “Pulsazioni cosmiche” di Antonella Tigretti o per le opere di altri giovani compositori, si può semplicemente ed inequivocabilmente dire: “E’ bella musica”.

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