La triste conta delle vittime civili in Afghanistan

Science rende pubblico per la prima volta il database Isaf che conta morti e feriti. Analizzando questi dati con quelli provenienti da altre due fonti indipendenti appare chiaro il caro prezzo pagato dalla popolazione afgana

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A dieci anni dal suo inizio, la guerra in Afghanistan si fa sempre più sanguinosa. Il 2010 è stato l’anno che ha fatto registrare più vittime tra la popolazione civile, soprattutto a causa degli attacchi dei ribelli. John Bohannon, corrispondente della rivista Science, ha analizzato, insieme a un team di esperti, le cifre del database militare dell’International Security Assistance Force (Isaf), missione guidata dalla Nato, reso pubblico per la prima volta (qui l’articolo ad accesso libero). Non è tutto: dopo l’“outing” dell’Isaf, anche la Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (Unama) e l’organizzazione Afghanistan Rights Monitor (Arm), con base a Kabul, hanno rilasciato i dati grezzi in loro possesso per permettere un’analisi indipendente. Risultato: al di là delle discrepanze tra le varie stime, emerge con chiarezza il quadro di una guerra pagata a caro prezzo dai civili innocenti. 

Il Civcas (Civilian Casualty), così si chiama il database dell’Isaf, è un sistema di registrazione dei morti e dei feriti tra la popolazione, suddivisi per mese, regione, arma e autore (militari stessi o ribelli). Come racconta Bohannon, che ha vissuto come reporter nelle basi Isaf di Kabul e Kandahar, il database è gestito da un team specializzato. Una volta individuata in tempo reale un’emergenza attraverso il computer centrale, l’Isaf invia, insieme ai soccorsi, anche dei soldati incaricati di redigere un rapporto. Il rilascio di questo database, si legge nell’articolo, può aiutare i ricercatori ad analizzare il conflitto, sforzo finora vanificato per la mancanza di dati affidabili. Quantificare le vittime civili, infatti, non è cosa semplice. Mentre le morti tra i soldati in Iraq e Afghanistan sono pubbliche, per esempio sul sito icasualties.org, su quelle dei civili esiste un vuoto informativo. Per cercare di contarli ci si affida ai mass media, ai racconti della popolazione o ai resoconti degli ospedali, ma spesso queste stime si rivelano inaffidabili. Anche le migliaia di documenti rilasciati la scorsa estate da Wikileaks (92 mila sulla guerra in Afghanistan e 400 mila dell’Iraq) sono stati raccolti senza un rigore scientifico. Inoltre, le organizzazioni che pubblicano periodicamente i rapporti, spiega Bohannon, non rendono accessibili i dati di partenza, impedendo ad altri ricercatori di analizzarli. 

Veniamo ai numeri. Secondo il database Civcas, negli ultimi due anni in Afghanistan sono morti 2.537 civili e 5.594 sono rimasti feriti. Il 12 per cento delle morti è attribuibile alle forze Isaf e la restante parte ai ribelli. Per gli analisti che hanno avuto a disposizione i database delle altre organizzazioni, però, si tratta di sottostime (tutti i dati sono disponibili qui). Unama ha fornito tre anni di statistiche mensili sulle vittime, incluso un dettagliato calcolo delle morti per attacchi aerei dal gennaio 2009, mentre Arm ha fornito i dettagli degli incidenti che hanno causato vittime nella prima metà del 2010. 

Qui si apre la guerra delle cifre. Solo nell’ultimo mese, sostengono queste organizzazioni, in una battaglia nella provincia di Kunar, al confine orientale con il Pakistan, i soldati dell’Isaf hanno ucciso 65 civili, tra cui 50 donne e bambini. Infatti, Unama segnala più vittime del Civcas: negli anni 2009-2010 si parla di 5.191 civili morti, oltre il 70 per cento dei quali caduti per mano di “elementi antigovernativi”, il 20 per cento da forze del governo e il resto indeterminato. Rispetto ai dati Civcas, inoltre, l’Unama attribuisce il triplo delle morti di civili ai militari. Una delle più significative discrepanze, comunque, riguarda i 529 civili che la missione Onu indica come vittime di attacchi aerei nel 2009-2010, contro i 136 elencati dal database Isaf per lo stesso periodo. “I dati grezzi non potranno mai essere identici”, spiega l’ammiraglio Gregory Smith, direttore delle comunicazioni Nato. “Noi non siamo presenti in tutte le 34 province del paese e contiamo solo quello che vediamo”. 

Polemiche a parte, gli esperti di Science rilevano un dato univoco: nell’ultimo anno, le vittime dell’operazione Enduring Freedom sono aumentate. Sia i dati Civcas sia quelli dell’Unama segnalano un aumento del numero totale di civili uccisi nel 2010 rispetto all’anno prima, rispettivamente del 19 e del 15 per cento. Allo stesso tempo, ci sono anche segnali positivi, come la diminuzione dei morti causati dalle forze militari. Nell’ultimo anno è diminuito del 26 per cento il totale dei civili uccisi dai soldati, secondo i dati Unama. E sia l’Onu che il Civcas mostrano una riduzione delle vittime per attacchi aerei nel 2010, rispettivamente del 50 e del 10 per cento. A questi progressi, si aggiunge anche un cambio di rotta nelle direttive militari dell’Isaf: grazie alla riduzione dell’uso della forza nei confronti delle popolazioni locali, soprattutto ai posti di blocco, si è riusciti a dimezzare il numero dei morti.

Riferimento: DOI: 10.1126/science.331.6022.1256


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