L’invasione dello storno

Dotato di straordinarie capacità di adattamento, è oggi uno degli uccelli più diffusi nel mondo. Importato in occidente come animale ornamentale, ha occupato le città ed è diventato un flagello per l’agricoltura. Nonostante i molti metodi adottati per limitarne la riproduzione

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Sebbene sia comparsa sul pianeta in tempi relativamente recenti, la specie umana ha impresso al naturale processo dei mutamenti ecologici globali un’accelerazione che non ha pari per velocità e portata.

Di conseguenza, moltissimi organismi viventi non riescono a stare al passo con i cambiamenti ambientali e vanno incontro all’estinzione. Ma in rari casi, al contrario, alcune specie hanno il modo di affermarsi molto, molto velocemente. Quella che segue è la vicenda biologica di una di queste specie, lo Sturnus vulgaris, o piu semplicemente storno.

Dotato di straordinarie capacità di adattamento, lo storno è uno degli uccelli oggi piu diffusi nel mondo. Grazie alle sue caratteristiche biologiche e comportamentali è riuscito a instaurare con la nostra specie un rapporto di convivenza così stretto da prosperare sia nelle città che nelle campagne abitate. In questi ambienti è tanto numeroso da creare a volte problemi di notevole entità, tali da richiedere dispendiosi e complessi programmi di intervento.

Cerchiamo dunque di capire meglio chi è lo storno, di seguirne più da vicino la vita per comprenderne lo straordinario successo evolutivo e le potenzialità e per individuare di conseguenza i limiti dei metodi utilizzati per combatterlo.

Il più in gamba della famiglia

Gli Sturnidi sono una grande famiglia composta da 140 specie appartenenti a 38 generi differenti, diffusi in tutta l’Asia, in Europa e in Africa (1). Inoltre, grazie all’intervento umano, alcune specie abitano anche l’America, l’Australia e la Nuova Zelanda. Si tratta di passeriformi di taglia medio-piccola (il peso varia tra i 75 e i 100 grammi) dotati di zampe e becco robusti e di ali relativamente lunghe e appuntite. Caratteristica comune a tutta la famiglia è il nero piumaggio iridescente dai riflessi brillanti.

Generalmente gli storni vivono in gruppo. Possiedono un canto molto elaborato, in grado di imitare praticamente tutti i suoni, voce umana compresa. Si nutrono di alimenti vegetali (semi, frutti, nettare) e animali (prevalentemente insetti e altri invertebrati). Tra di essi il genere Sturnus sembra essere uno dei più evoluti sotto molti punti di vista. Senza dubbio lo storno comune èla specie più diffusa.

Originatosi probabilmente nelle regioni orientali dell’Asia, nel corso dei secoli lo stornoèriuscito ad estendere enormemente la sua area di distribuzione diffondendosi, oltreché su buona parte dell’Asia, anche nella Penisola Arabica, in tutta l’Europa e nel bacino del Mediterraneo. I motivi di questa espansione vanno ricercati in parte nel progressivo miglioramento climatico che ha interessato tutto l’emisfero boreale negli ultimi millenni, e in parte nei cambiamenti ecologici prodotti dalla specie umana che, sottraendo alle foreste enormi porzioni di territorio per far posto ai campi e ai pascoli, ha creato per questo uccello un ambiente ottimale, e una fonte quasi illimitata di cibo. Lo storno è infatti particolarmente adattato a vivere su terreni poco alberati. Le sue ali triangolari sono specializzate nel volo in zone aperte, le zampe robuste gli permettono di camminare su terreni scoperti e il becco eclettico e poco specializzato gli consente di nutrirsi di un po’ di tutto (2).

La colonizzazione di nuovi territori da parte della specie è avvenuta in maniera discontinua nel tempo. Lo storno europeo, ad esempio, ha subito nel corso dei secoli alterne vicende di calo demografico e successivo incremento, e attualmente la specie sembra in fase di forte espansione al margine meridionale del suo areale (Francia e Italia in primo luogo), mentre è in sensibile calo nel nord e nel centro Europa (3).

Ma la diffisione dello storno anche al di fuori del suo areale originario è stata fortemente favorita dall’intervento umano. La specie è stata introdotta a fini ornamentali in America del Nord, Australia, Nuova Zelanda e Sudafrica, e ovunque si è diffusa immediatamente. Si pensi che i cento individui liberati a New York nel 1890 sono diventati oggi circa 200 milioni! (4).

Non deve dunque sorprendere che questo piccolo uccello sia diventato una delle specie piu comuni del mondo, presente su oltre un terzo delle terre emerse del pianeta!

Migratore solo se necessario

Le popolazioni di storno che vivono nelle zone settentrionali sono migratrici, e possono così permettersi di sfruttare anche le brevi ma intense estati boreali, ampliando ulteriormente la loro diffusione. Ma il comportamento migratorio risulta flessibile. Infatti gli animali abbandonano i territori di nidificazione soltanto se costretti dalle condizioni climatiche, risparmiando in tal modo molte energie e abbassando i tassi di mortalità dovuti a questi spostamenti.Le zone di svernamento delle popolazioni europee corrispondono al bacino del Mediterraneo, dove i migratori giungono a partire da ottobre per restare fino ai primi di marzo. L’Italia, il sud della Francia, la Spagna e la Tunisia risentono maggiormente delle invasioni invernali, che amplificano il già consistente numero di animali stanziali non migratori (solo in Italia questi ultimi ammontano a circa1-3 milioni di coppie (5)).

Dagli studi condotti mediante l’”inanellamento scientifico” – l’apposizione di un anellino metallico numerato alla zampa degli uccelli – si è visto che la rotta principale seguita dagli storni europei corre lungo la direttrice principale nord ovest – sud est. Al contrario di quanto avviene tra i migratori veri e propri, comunque, raramente gli individui si mostrano fedeli alla stessa zona di svernamento di anno in anno, e ciò permette loro di colonizzare velocemente zone nuove.

La forza del numero

Durante la stagione invernale gli storni conducono per lo più vita di gruppo, e che gruppo! Ben noti sono i loro assembramenti serali, quando gli uccelli di ritorno dalle aree di alimentazione si riuniscono e invadono canneti e aree alberate a centinaia di migliaia per passare la notte. Essere tanti è una strategia vincente, e molte tra le specie più evolute, compresa la nostra, hanno sviluppato questo tipo di comportamento. In tanti si minimizza il rischio di essere predati, poiché si riduce statisticamente la probabilità per un singolo individuo di finire ucciso da un falco o da un altro carnivoro, e ci si difende meglio (stormi compatti riescono ad attaccare con maggior vigore e aggressività i predatori, fino a scacciarli). Anche il colore nero del piumaggio sembra essersi sviluppato proprio in funzione della vita sociale, in quanto risulta particolarmente visibile tra conspecifici, e allo stesso tempo rappresenta un chiaro segnale per i predatori poiché indica animali particolarmente difficili da catturare (anche i Corvidi, tipici uccelli sociali, sono neri). Inoltre l’iridescenza cangiante delle ali, le cui penne sembrano mutare il colore a seconda dell’inclinazione, permette a questi uccelli una maggiore e più rapida sincronizzazione nei movimenti aerei all’interno dello stormo, rendendo possibili quelle straordinarie figure di gruppo che ricordano molto da vicino il comportamento dei banchi di pesci, anch’essi rivestiti di squame lucenti (6).

Altro vantaggio della vita di gruppo è che in tanti ci si nutre con maggiore efficienza poiché, a turno, ci sono sempre delle sentinelle attente (7). Alcuni ricercatori poi ipotizzano che durante gli assembramenti notturni gli storni riescano in qualche modo a scambiarsi informazioni sulle zone di alimentazione più ricche, un altro aspetto molto affascinante e vantaggioso del vivere in tanti, anche se non ancora provato in maniera definitiva (8).

Pasti sostanziosi e dieta variata

Dal punto di vista alimentare lo storno è un formidabile opportunista. Praticamente onnivoro, si nutre di insetti e artropodi del suolo, raramente anche di lucertole e piccoli anfibi nonché di frutta, semi, scarti di cibo umano, mangime per il bestiame, funghi e persino nettare (3).

Durante l’inverno è praticamente vegetariano, mentre in primavera la dieta si estente a insetti e invertebrati, necessari, tra l’altro, all’alimentazione e lo sviluppo dei pulcini. L’adattamento a una dieta tanto variabile coinvolge addirittura la sua fisiologia. Infatti, a seconda della stagione e del tipo di cibo disponibile, lo storno è in grado di modificare il proprio intestino, che risulta più lungo durante l’inverno, quando l’animale si nutre di materie vegetali che necessitano di una maggiore permanenza nell’apparato digerente perché se ne possa trarre il massimo dell’energia (9).

Il comportamento alimentare di questo straordinario uccello contempla poi una tecnica unica nel mondo degli uccelli, molto efficiente, che gli consente di scovare e catturare le prede nel terreno. Lo storno spinge il becco nel suolo, tra le foglie o tra le radici dell’erba e lo apre ottenendo una sorta di foro. Mentre il becco si apre gli occhi ruotano in avanti, e gli consentono una visione binoculare della zona scoperta. Ciò è possibile grazie alla particolare muscolatura del becco e alla conformazione del cranio, che consente all’animale di non inclinare la testa di lato per vedere a terra, come fanno tutti gli altri uccelli, dando modo alle eventuali prede di fuggire o di nascondersi. In ogni momento comunque gli occhi possono spostarsi all’indietro, permettendo all’animale di tenere la situazione circostante sempre sotto controllo.

Uova al sicuro e cure amorevoli alla prole

La grande capacità adattativa dello storno si esprime anche nel delicato momento della riproduzione. La specie infatti, diversamente da altri Sturnidi più primitivi, nidifica all’interno di cavità, siano esse naturali o artificiali. Questa caratteristica è molto importante dal punto di vista evolutivo poiché permette allo storno di avere una produzione di prole molto più elevata rispetto ad altri uccelli che costruiscono il nido all’aperto, dove le uova e piccoli sono più esposti alla predazione e più vulnerabili ai fattori climatici avversi. Il sito per la deposizione può essere il sotto-tegola di un tetto, un vecchio nido scavato da un picchio, un comignolo e persino la tana di un topo nel terreno, quando non c’è di meglio. E se la cavità scelta è occupata da altre specie, lo storno non esita a sloggiarle, mostrando una forte aggressività che sta seriamente mettendo in pericolo alcune specie di uccelli, soprattutto in nord America e in Australia, impedendone la riproduzione (4).

E’ il maschio che sceglie il sito e incomincia a imbottirlo di materiale vegetale, ancor prima di aver conquistato una femmina. Per invogliarla all’accoppiamento, mette in mostra le penne lucenti, soprattutto della gola e delle ali, e canta tutto il giorno. Di solito i maschi più abili sono quelli con un canto più elaborato, i più anziani ed esperti, nel cui repertorio compaiono fischi, versi gracchianti e anche imitazioni del canto di altri uccelli o di suoni vari, tra i quali è stato registrato persino il rumore di un trattore. Una volta attratta la compagna, il partner a volte, con un gesto di gran classe, la invoglia a entrare nel nido offrendole un fiore con il becco sulla “porta” di casa.

Le uova, in media 5 a covata, sono bianco-azzurre, senza le tipiche macchiettature mimetiche presenti nelle covate delle specie che nidificano allo scoperto (un bel risparmio, dal punto di vista metabolico). Nelle regioni meridionali vengono portate avanti due covate l’anno, e i piccoli abbandonano il nido dopo appena una ventina di giorni. Generalmente i pulcini degli uccelli che nidificano all’interno di cavità sono presi di mira da pulci e acari, che sincronizzano il loro ritmo biologico svernando nei nidi in attesa di nuovi ospiti in primavera, e ciò può aumentare il rischio di mortalità o malattie nelle nidiate. Per risolvere tale problema lo storno utilizza veri e propri antiparassitari naturali, imbottendo il nido con foglie fresche di piante specifiche che svolgono tale azione benefica (10).

Durante l’allevamento della prole entrambi i genitori si occupano dei piccoli, che vengono nutriti ogni poche ore con le prede piu soffici e nutrienti, come i ragni e le larve. Grazie a tali cure il tasso medio di sopravvivenza dei pulcini è molto alto, e sebbene nei primi mesi di vita molti giovani storni muoiano per cause naturali, la specie riesce comunque sempre a incrementare i propri contingenti.

Rapporti conflittuali con la specie umana

Il successo evolutivo dello storno ha creato non pochi problemi.In alcune regioni la specie è considerata un vero e proprio flagello per l’entità dei danni che può arrecare alle coltivazioni. In Europa centrale il raccolto di alcuni frutti, come le ciliege, arriva ad essere depredato per 90 , mentre negli Stati Uniti la capacità della specie di scavare i semi appena piantati dei cereali ha causato danni per milioni di dollari (11). Per questo motivo lo storno è stato combattuto negli ultimi decenni con metodi simili a quelli di un campo di concentramento: gas tossici, dinamite sotto i dormitori (le aree utilizzate per la sosta notturna), veleni sia letali che mutageni, ecc. (12).

Le aree urbane, che offrono maggior riparo dal vento e dai predatori, non sono state risparmiate dall’avanzata dello storno che negli ultimi centocinquanta anni le predilige come luogo di sosta notturna, soprattutto durante la stagione fredda. La specie ha infatti sviluppato un vero e proprio comportamento pendolare tra le campagne, dove si nutre, e le città, dove torna a dormire. Ciò ha creato seri inconvenienti di traffico e problemi di inquinamento acustico e sanitario (lo storno è, come moltissime specie animali, portatore potenziale di un gran numero di patologie trasmissibili anche alla nostra specie) (13).

Ma tutti i sistemi di eliminazione diretta degli uccelli non sono riusciti ad aver ragione di questo scomodo coinquilino alato, e ciò per un semplice motivo di carattere ecologico. Lo storno infatti ha una mortalità naturale annua del 50 – in pratica muore ogni anno un uccello su due per cause naturali – e un numero eccezionalmente alto di individui, e non sembra perciò risentire del tasso di mortalità inflitto dalle tecniche di controllo demografico. Queste perdite invece di sommarsi si sostituiscono alle morti naturali, e solo nel caso superassero il fatidico 50% di un’intera popolazione, potrebbero ridurne il numero totale, cosa impossibile vista appunto la grandezza delle popolazioni.

Oggi si preferisce cercare dei sistemi di controllo e gestione che non contemplino piu l’eliminazione diretta, ma l’allontanamento dalle aree maggiormente a rischio mediante sistemi incruenti. Questi possono essere di tipo attivo – utilizzo di specifici richiami d’allarme registrati o di sofisticati deterrenti visivi di vario genere: sagome di rapaci in volo, luci stroboscopiche, palloni gonfiati a elio, ecc. – o passivo – protezione dei raccolti medianti reti, potatura dei dormitori, ecc. – (2).

L’utilizzazione di tali sistemi sembra aver dato risultati apprezzabili, ma ancora oggi non è stato possibile “domare” del tutto ragione questa specie, e molto probabilmente dovremo abituarci a convivere con essa limitandoci a contenerne i danni maggiori.

Bibliografia

(1) Sibley, C.G. and B.L. Monroe, Distribution and taxonomy of birds of the world, Yale Univ. Press, New Haven & London, 1990.

(2) Feare, C.J., The Starling, Oxford University Press, Oxford & New York, 1984.

(3) Cramp, S. e C.M. Perrins (Eds.), The birds of the Western Palearctic, Vol, VII, Oxford University Press, Oxford & New York, 1994.

(4) Lever, C., Naturalized birds of the world, Longman, New York, 1989.

(5) Meschini, E. e S. Frugis (a cura di). “Atlante degli uccelli nidificanti in Italia”, Suppl. Ric. Biol. Selvaggina XX, Bologna, 1995.

(6) Baker, R.R. e G.A. Parker.”The evolution of bird coloration”, Phil. Trans. R. Soc, B287: 63-130, 1979.

(7) Clark, C.W. e M. Mangel, “The evolutionary advantages of group foraging”, Theor. Popul. Biol, 30 (1): 45-75, Academic Press, New York & London, 1986.

(8) Ward, P. e A. Zahavi, “The importance of certain assemblages as ‘information centres’ for food finding”, Ibis 115: 517-34 1973.

(9) Al-Joborae, F.F., “The influence of diet on gut morphology of the Starling (Sturnus vulgaris) L. 1758”, D. Phil. thesis, University of Oxford, 1979.

(10) Clark, L., “The nest protection hypothesis: the adaptative use of plant secondary compounds by European Starling”, in Loye, J.E. and M. Zuk (a cura di), Bird-parasite interactions: ecology, evolution, and behaviour, Oxford Univ. Press. Oxford, New York, Tokio, 1991.

(11) Wright, E.N., Inglis, I.R. e C.J. Feare (a cura di.), “Bird problems in agriculture”, Br. Crop Prot. Counc . Publ. , Croydon, 1980.

(12) Johnson, R.J. e J.F. Glahn, “Starlings”, Prevention and control of wildlife damage Inst. of Nebraska, Lincoln, 1983.

(13) Weber, W.J., Health hazards from pigeons, starling and English sparrows, Thompson Publ., Fresno, 1979.


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