Sono 200 mila ogni anno, nella sola Africa, i morti sulle strade e milioni i feriti gravi. E nella regione sub-sahariana il numero degli incidenti mortali è destinato ad aumentare addirittura dell’80 per cento entro il 2020. Le cifre, contenute nel “World Report on Road Traffic Iniury Prevention” pubblicato nel 2004 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) e dalla Banca Mondiale, danno l’idea di quanto sia preoccupante la crisi della sicurezza stradale in molti paesi in via di sviluppo. A lanciare l’allarme è Ian Roberts, professore di epidemiologia e salute pubblica alla London School of Hygiene and Tropical Medicine, che sul British Medical Journal punta il dito contro le grandi compagnie di commercio internazionale. Che investono nelle aziende dei paesi più poveri, dove la manodopera e il trasporto costano meno e gli standard di sicurezza non vengono rispettati. Così le popolazioni locali pagano a caro prezzo la corsa di sviluppo, morendo investiti dai carri merci o schiacciati dai trattori. “La questione riguarda i principali governi e le aziende che traggono profitto dal trasporto a bassissimo prezzo ”, spiega Roberts, che nel suo articolo chiama in causa in particolare la Commonwealt Development Corporation, del dipartimento per lo sviluppo internazionale del governo britannico. Nel 2003, infatti, questa società ha ricavato dai suoi investimenti in Africa 15 milioni e mezzo di dollari. “La Cdc non è la sola, tutte le multinazionali del commercio vanno a investire in paesi come l’Africa, l’Asia e l’America latina, che ne fanno le spese”. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) le perdite economiche associate ai ferimenti durante i trasporti nei paesi in via di sviluppo è di 100 miliardi di dollari.Le aziende come la Cdc cercano di creare ricchezza nei mercati emergenti, soprattutto quelli dei paesi in via di sviluppo, investendo in affari “sostenibili” nel settore privato. Qui, infatti, la manodopera costa meno rispetto ai paesi occidentali, il trasporto delle merci non è sottoposto al pedaggio autostradale e il carburante è più economico. E soprattutto non c’è nessun controllo sugli standard di sicurezza delle aziende, che sono minimi. Tutto questo significa circa il 20 per cento in più di profitti. E per le popolazioni locali? “Le statistiche dicono che nel 2003, in Africa, solo le attività di trasporto della Cdc hanno causato il decesso di tre bambini e il ferimento di altri 13”, aggiunge Roberts, “e la cifra riportata è sottostimata: le morti sulle strade possono essere almeno quattro volte di più di quelle riportate dalla polizia, mentre il numero dei feriti circa 75 volte più alto. Per ogni morto ci sono circa 15 feriti gravi che richiedono l’ospedalizzazione e 70 di minore gravità”. In merito alle attività della Cdc, la risposta del dipartimento per lo sviluppo internazionale del Regno Unito alla crisi della sicurezza stradale è stata di finanziare la “Global Road Safety Partnership”. Essa coinvolge 70 organizzazioni governative e aziende private, giganti come Ford, DaimerChrysler e Volvo e multinazionali come Bacardi-Martini e United Distillers. “Queste sono le organizzazioni filantropiche che possono risolvere il problema della sicurezza sulle strade africane?”, si domanda Roberts. “Portare ricchezza nei paesi in via di sviluppo è meritorio ma è immorale continuare a prestare poca attenzione al costo umano dei trasporti. In questo modo si abbassano solo i costi delle aziende occidentali ma si aumentano quelli delle popolazioni locali. La soluzione è pagare l’effettivo costo sociale e ambientale dei trasporti”.





