Sclerosi multipla, epilessia, sindromi post-traumatiche o da deperimento e soprattutto dolore cronico. Sono alcune delle malattie per cui in Italia si fa un uso terapeutico dei derivati della cannabis. Solo il dolore cronico coinvolge un terzo dei pazienti, molti dei quali sono costretti a ricorrere al mercato nero o a importare i derivati della cannabis dall’estero. E’ quanto emerge da una ricerca epidemiologica condotta dall’Associazione per Cannabis Terapeutica (Act), i cui risultati definitivi saranno presentati nel convegno “Cannabinoidi e dolore: attualità e prospettive”, organizzato da Act il 28 ottobre a Milano in collaborazione con il dipartimento dei sistemi giuridici ed economici dell’Università Milano-Bicocca e il dipartimento di farmacologia, chemioterapia e tossicologia dell’Università degli Studi di Milano. Medici, studiosi e pazienti faranno il punto sull’uso dei cannabinoidi nella terapia del dolore.
Nonostante siano passati molti anni dalle principali scoperte che hanno aperto la strada alla comprensione delle potenzialità terapeutiche dei cannabinoidi, infatti, l’Italia è ancora in forte ritardo in questo campo. “Sarà un confronto a 360 gradi, partendo dalle più recenti scoperte sul sistema cannabinoide, cioè quelle sostanze prodotte dall’organismo che hanno effetti simili ai principi attivi della cannabis”, spiega Salvatore Grasso, presidente di Act, “La terapia del dolore è poco praticata nonostante le evidenze scientifiche incoraggianti sull’efficacia dei cannabinoidi nel lenire il dolore”.
E’ il caso, per esempio, del dolore neuropatico derivante dalle lesioni del sistema nervoso. Esso si manifesta nella sindrome dell’arte fantasma (dopo un’amputazione), nelle neuropatie periferiche, per esempio nel diabete o nella infezione da Hiv, o quando ci sono lesioni del sistema nervoso centrale come nel caso di pazienti affetti da sclerosi multipla. Si tratta di forme di dolore che spesso risultano resistenti agli antidolorifici convenzionali, compresi gli oppiacei. “Dallo scorso giugno nelle farmacie canadesi è disponibile su ricetta il Sativex, un derivato della cannabis per il sollievo del dolore neuropatico nei pazienti affetti da sclerosi multipla”, continua Grasso, “Questo grazie ad una ricerca, pubblicata su Neurology, che ha dimostrato l’efficacia del farmaco nel ridurre l’intensità del dolore in tali pazienti”. Un’ulteriore prova delle potenzialità dei cannabinoidi viene da uno studio pubblicato su Science il 14 ottobre, al quale hanno preso parte anche studiosi italiani.
“Fino ad ora si pensava che il recettore CB1, quello a cui si devono gli effetti psicotropi della cannabis, fosse l’unico a essere presente nei neuroni del cervello, e che il recettore CB2 si trovasse quasi esclusivamente in cellule immunitarie. Ora abbiamo scoperto che esso viene espresso anche in alcuni neuroni del sistema nervoso centrale”, spiega Vincenzo di Marzo, dell’Istituto di chimica biomolecolare del Cnr di Pozzuoli, Napoli. “Se stimolato assieme al recettore CB1, il CB2 ne potenzia gli effetti benefici contro la nausea e il vomito indotti da agenti chemioterapici, e quindi ne riduce gli effetti psicotropi. Perciò, mettendo a punto dei farmaci che attivino entrambi i recettori si ottiene un’attività anti-emetica con minori effetti collaterali”. Un modo per fare questo è sfruttare quegli endocannabinoidi che attivano sia il recettore CB1 che il CB2. “Somministrando delle sostanze sintetiche sviluppate in laboratorio che ne inibiscano la degradazione, se ne possono innalzare i livelli endogeni. In questo modo si può far stimolare “dall’interno” entrambi i recettori, simultaneamente e solo in quei tessuti dove gli endocannabinoidi già partecipano all’attività anti-nausea, con maggiore selettività ed efficacia e minori effetti collaterali rispetto ad agenti che stimolano direttamente i due recettori e indiscriminatamente in tutti i tessuti”, continua Di Marzo. “Questi approcci possono trovare utilità nel trattamento del dolore neuropatico e infiammatorio perché anche la stimolazione del recettore CB2 produce effetti analgesici”.
Durante il convegno sarà presentato inoltre uno studio dell’Università La Sapienza di Roma sui cannabinoidi nella cura del dolore da cancro. “Tra sei mesi avvieremo un protocollo sull’impiego dei cannabinoidi nella terapia del dolore”, spiega Rosanna Cerbo, dell’Università La Sapienza. “Coinvolgerà l’Azienda Policlinico Umberto I di Roma e l’Ospedale “Le Molinette” di Torino e sarà svolto con il dronabinol, farmaco contenente derivati dei cannabinoidi, su pazienti ospedalizzati con dolore severo di natura oncologica”. La ricerca scientifica, insomma, è attiva più che mai e mira a scardinare le resistenze che ancora persistono nel nostro paese. “In teoria non vi sono barriere legislative all’uso medico della cannabis in Italia, ma in pratica il ricorso ad essa è ancora molto difficile poiché non esistono fonti legali di approvvigionamento né prodotti a base di cannabis e derivati che non siano da importare”, conclude Cerbo. “E’ doveroso continuare a verificare e fornire prove dell’efficacia della sostanza nella terapia del dolore severo”.





