Obiettivo donna

Nel 2001 sul campo di battaglia dell’Aids sono morte tre milioni di persone. Un terzo di queste erano donne. Cinque milioni invece è il numero dei nuovi infettati, la metà dei quali ha tra i 15 e i 24 anni, in maggioranza donne, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. Nell’Africa subsahariana, per esempio, il tasso di sieropositività si attesta fra il 17 e il 22 per cento tra le ragazze di 17-20 anni, mentre non supera il 7 per cento tra i coetanei maschi. Sono queste le cifre da cui parte la Conferenza mondiale sull’Aids 2002 che si terrà a Barcellona dal 7 al 12 luglio. Oltre 14 mila fra medici, rappresentanti di associazioni di malati, di Organizzazioni non governative, di case farmaceutiche e di governi, si riuniranno per cercare delle soluzioni a una situazione che sta diventando catastrofica. E che rischia, dopo la sovraesposizione mediatica degli anni scorsi, di essere dimenticata. Presentando la conferenza, Luiz Loures, responsabile per l’America Latina dell’Unaids, l’agenzia dell’Onu per la lotta a questa malattia, ha sottolineato che “in realtà esistono due malattie: l’Aids dei poveri e quello dei ricchi”, come si evince dal fatto che dei 68 milioni di morti previsti nei prossimi 20 anni ben 55 milioni saranno africani, e in particolare della zone subsahariana. E poi c’è il dramma delle donne. La maggiore vulnerabilità biologica, dovuta alla presenza simultanea di infezioni sessualmente trasmesse che aumentano la potenzialità infettiva dell’Hiv, non spiega, infatti, perché nei Paesi in via di sviluppo l’Aids colpisca in maggioranza la popolazione femminile. A giocare un ruolo chiave è prima di tutto la povertà, che induce molte giovani a prostituirsi in cambio di cibo e vestiti, seguono gli stupri, praticati in maniera sistematica in alcune nazioni africane o asiatiche e non perseguibili dalla legge, e ancora l’introduzione di metodi di prevenzione non accettati culturalmente o messi in mano agli uomini. Anche dalle relazioni che verranno presentate alla Conferenza risulterà chiaro infatti che da malattia dei gay l’Aids si è trasformato prima nel morbo degli eterosessuali tossicodipendenti o emarginati, e poi in quello delle donne. Un mimetismo sociale che non ha risparmiato neanche l’Italia: il rapporto annuale sullo studio Icona (Italiana CohOrt of Naive Antiretroviral patients), che monitora una coorte di 5014 persone sieropositive su tutto il territorio nazionale, parla di un 34,3 per cento di persone che si sono infettate per via eterosessuale, di cui il 63,7 per cento di sesso femminile. Di più. Il 39,3 per cento delle donne acquisisce il virus dal partner abituale, sia esso marito o fidanzato, di cui ignorava lo stato sierologico. Ma preoccupa anche quel 25 per cento di donne che afferma di essersi contagiato consapevolmente, attraverso rapporti sessuali non protetti con il partner sieropositivo. Diventa quindi primario investire sull’informazione e la prevenzione nella popolazione femminile, in nome anche della probabilità che ogni madre ha di trasmettere il virus al feto. Ma l’impegno non può prescindere dal contesto culturale nel quale di attua. “In Africa distribuire preservativi agli uomini non porta a molti risultati”, spiega Stefano Vella, presidente dell’International Aids Society. Né pretendere che le donne obblighino i loro partner a indossarli. Piuttosto, bisognerebbe dare alla popolazione femminile la possibilità di proteggersi da sola. Per esempio, attraverso spermicidi o microbicidi efficaci. A questo tema sono dedicate più di 20 relazioni della Conferenza, segno del dibattito che si è sviluppato intorno a questo tema e alla sostanziale incertezza scientifica al riguardo. Forse a causa dello scarso ritorno economico che avrebbe chi producesse una simile sostanza, che andrebbe distribuita praticamente in modo gratuito. Di fatto, la ricerca in questa direzione ha stentato a decollare. Oggi ci sono diversi prodotti allo studio, tra cui un agente protettivo sotto forma di gel messo a punto dall’Istituto Superiore della Sanità italiano, ma nessuno sembra destinato per ora ad arrivare sul mercato. E c’è anche chi sta esplorando l’idea di utilizzare il diaframma come protezione contro il virus. Si è constatato infatti che le donne africane accettano questo metodo contraccettivo. Anche se ora resta da vedere se questo dispositivo sia sufficiente a bloccare l’Hiv. Una prova ulteriore che solo unendo alla ricerca scientifica l’impegno culturale e politico si può vincere la battaglia contro l’Aids.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here