Orientamento sessuale, quanto c’entra la genetica?

Confrontando i genomi di centinaia di migliaia di persone eterosessuali e non nel più vasto studio di associazione mai realizzato, i ricercatori di Cambridge e Harvard hanno individuato quattro varianti genetiche che potrebbero influenzare l'orientamento sessuale

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Le nostre preferenze in materia di relazioni sono “semplici” scelte? O ci sono fattori – la genetica, l’ambiente – che influiscono sul nostro orientamento sessuale? Curiosi di mestiere, da mezzo secolo gli scienziati cercano di saperne di più sulla sessualità, ma una risposta semplice non c’è ancora e probabilmente non ci sarà mai. Oggi però i ricercatori del Broad Institute di Cambridge e della Harvard Medical School ritengono di aver fatto un piccolo passo verso una migliore comprensione del ruolo dei geni nella sessualità.

Come? Attraverso il più vasto studio di associazione genome-wide mai realizzato finora, hanno individuato quattro varianti genetiche che potrebbero essere correlate a un orientamento sessuale che definiscono “non eterosessuale”. Non è una caccia ai “geni gay”, ci tengono a sottolineare gli autori della ricerca (che per ora è stata presentata all’incontro annuale dell’American Society of Human Genetics e disponibile in anteprima qui): i risultati infatti confermano l’impossibilità di fare previsioni su base genetica, riaffermando proprio la complessità del comportamento sessuale umano.

Lo studio

Attingendo a centinaia di migliaia di informazioni sia genetiche sia comportamentali archiviate nella Biobanca del Regno Unito e nella società privata 23andMe, il team guidato da Andrea Ganna del Broad Institute ha analizzato il genoma di oltre 450mila persone che alla domanda “hai mai avuto rapporti con una persona del tuo stesso sesso?” hanno risposto di no, confrontandolo con quello di oltre 26mila che invece al medesimo quesito hanno dato risposta affermativa (“sì, almeno una volta”). L’obiettivo era appunto trovare delle varianti genetiche con un’associazione statisticamente significativa con la non eterosessualità, includendo consapevolmente in questa definizione “un ampio spettro di esperienze sessuali, che vanno da persone che intrattengono relazioni solo con persone del loro stesso sesso a coloro che potrebbero aver avuto solo una o due esperienze”.

Gli scienziati hanno così individuato quattro varianti: due (una sul cromosoma 7 e una sul cromosoma 12) sono risultate specifiche per gli uomini con esperienze sessuali con lo stesso sesso, una cade in una regione sul cromosoma 15 già nota per influenzare la propensione alla calvizie, e una si trova in una regione del cromosoma 11 in cui risiedono geni per i recettori olfattivi.

La genetica dell’orientamento sessuale

Questo grande studio non ha confermato quanto emerso da precedenti indagini effettuate su campioni di popolazione molto più contenuti (per esempio l’allungamento del cromosoma X, individuato in uno studio del ’93), dando quindi nuove e più attendibili indicazioni sulla genetica dell’orientamento sessuale. Anche se in realtà, sottolineano gli autori, si tratta solo di un punto di partenza e le varianti individuate non hanno nessun valore predittivo. Insomma, non c’è nessun gene gay, nessuna firma biologica con la quale identificare le persone con orientamento non eterosessuale – un punto importante da rimarcare considerando il fatto che in alcune regioni del mondo è ancora considerato un comportamento criminale. Solo evidenze del fatto che “la non eterosessualità può essere influenzata in parte da molti piccoli effetti genetici”.

L’evidenza per cui le stesse varianti genetiche sono associate anche a una predisposizione allo sviluppo di disturbi dell’umore o di malattie mentali come la schizofrenia e la depressione non significa che ci sia una relazione di causa-effetto. Anzi, Ganna riferisce che questo dato “potrebbe essere dovuto al fatto che le persone che hanno comportamenti non eterosessuali hanno maggiori probabilità di essere discriminate”, deduzione rafforzata dal fatto che la correlazione è più forte nella fascia del campione di popolazione più anziana, cioè quelle generazioni che hanno affrontato le discriminazioni più pesanti per via del proprio orientamento sessuale.

Un’altra considerazione, forse un po’ provocatoria e dunque difficile da interpretare, è che sembra che le persone dichiaratesi unicamente eterosessuali ma che presentano le varianti genetiche correlate alla non eterosessualità siano propense ad avere più partner. Che le varianti genetiche conferiscano dunque un qualche vantaggio riproduttivo e che per questo si mantengano all’interno della popolazione? Mere ipotesi per il momento, che necessitano di molti più studi per poter essere confermate.

Riferimenti: American Society of Human Genetics

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