Paolo Nespoli: “Fuori dalla Terra ho imparato a conoscere me stesso”

Nespoli

Nel 2007 è sullo Space Shuttle Discovery per collaborare alla costruzione di un componente (italiano) della Stazione spaziale internazionale. Tre anni dopo è a bordo della Stazione, per la missione MagISStra dell’Agenzia spaziale europea: vi resta 157 giorni. E vi torna nel 2017, per lavorare alla missione Vita, dell’Agenzia spaziale italiana. Totale: 313 giorni, 2 ore e 36 minuti passati nello Spazio, record assoluto per un italiano. Parliamo di Paolo Nespoli, milanese classe 1957, astronauta, ingegnere e maggiore dell’Esercito Italiano. Nespoli è uno dei protagonisti di Scienze in Vetta, una kermesse scientifica di tre giorni che andrà in scena a Courmayeur Mont Blanc dal 23 al 25 agosto prossimi. Ne abbiamo approfittato per farci raccontare dall’astronauta qualche dettaglio sulla sua esperienza nello Spazio e le sue previsioni sul futuro.

Maggiore Nespoli, nella sua carriera ha partecipato a tutte le tappe della vita della Stazione spaziale internazionale, dalla nascita all’età adulta. Cosa è cambiato nel tempo?
“Dalla sua costruzione a oggi, il carattere della Stazione spaziale internazionale non è cambiato: è rimasta un avamposto scientifico di altissimo livello, un ambiente del tutto diverso da quello terrestre, che ospita esperimenti impensabili al suolo e che, nonostante ciò, hanno ricadute tecnologiche enormi per la vita quotidiana sul nostro pianeta. Tanto che lo slogan della Nasa per la Stazione spaziale è ‘Off the Earth, for the Earth’, ossia ‘Fuori dalla Terra, per la Terra’. Nello stesso tempo, però, sono cambiate molte cose: la Stazione spaziale, oggi, è un posto molto più ospitale e sicuro di quanto non lo fosse anni fa. Ho potuto apprezzare le differenze durante la mia ultima permanenza: nel 2010 il lavoro quotidiano era interrotto di frequente a causa di malfunzionamenti e guasti che andavano sistemati – il gabinetto, per esempio, che si rompeva una volta su tre – mentre lo scorso anno tutto ha funzionato decisamente meglio. La Stazione è diventata più efficiente, solida e vivibile. Rispetto alla prima visita, inoltre, ho avuto la possibilità di avere un collegamento internet, di videochiamare spesso la mia famiglia e di farmi inviare dalla Terra, occasionalmente, il cosiddetto ‘pacchetto della Croce Rossa’, contenente lettere, dolciumi e altri oggetti. Piccole cose che cambiano notevolmente la qualità della vita”.

A più di otto mesi dalla fine della missione Vita, se la sente di tracciarne un bilancio? Com’è stata la sua permanenza a bordo?
“Il bilancio è certamente positivo. È andato tutto benissimo, anche oltre le aspettative e le previsioni. Abbiamo condotto oltre 300 esperimenti in orbita: l’Agenzia spaziale italiana è riuscita a concentrare in sei mesi tutti gli esperimenti previsti per un anno. In proposito, voglio sottolineare che, naturalmente, il merito non è solo mio: sono una delle tante rotelline di un ingranaggio enorme e complesso, composto di centinaia di persone che lavorano in sincronia per portare a termine gli obiettivi con efficacia e sicurezza tutti gli obiettivi prefissati”.

Guardandovi da Terra, non possiamo che rimanere impressionati dalla vostra freddezza nella gestione del pericolo e degli imprevisti. Come ci si prepara all’imprevedibile?
“Con una pianificazione lunga e accuratissima: durante il training, si cerca di analizzare gli scenari in tutti i loro aspetti e prevedere quello che potrebbe andare storto. Sulla Stazione spaziale internazionale bisogna adattarsi e saper fare di tutto, dallo scienziato all’idraulico al meccanico al comunicatore. Per imparare a far fronte a ogni situazione e a gestire il panico, l’addestramento a terra prevede prove estreme: abbiamo convissuto con gli orsi in Alaska e abitato per mesi una caverna remota in Sardegna. In confronto, la Stazione spaziale è sembrata un luogo molto sicuro, dove mi sono veramente sentito a casa”.

Marte, la Luna, i satelliti di Giove, gli asteroidi. Gli obiettivi futuri dell’esplorazione spaziale sono tanti e ambiziosi. Quale pensa sia la priorità?
“Tutte le possibilità sono certamente ambiziose e affascinanti. Se dovessi sceglierne una, direi che è arrivato il momento di esplorare Marte. E magari di creare un avamposto sulla Luna. La comunità scientifica, e l’intera umanità, imparerebbero tantissimo”.

Un’altra prospettiva futura riguarda il turismo spaziale. Cosa ne pensa?
“Sono assolutamente a favore del turismo spaziale. In primo luogo perché darebbe ulteriore impulso alla creazione di un sistema economico focalizzato sull’esplorazione dello Spazio, il che avrebbe certamente ricadute positive in termini di progresso scientifico e tecnologico. Ma anche perché mi piacerebbe che tutti potessero sperimentare, per una volta almeno, la sensazione della microgravità. Quando galleggi perdi completamente la percezione del tuo corpo e diventi pura coscienza. Nello Spazio, in un certo senso, ho imparato a conoscere meglio me stesso e a diventare un terrestre migliore. E infine perché mi piacerebbe tornare lassù da turista, fuori da ogni impegno lavorativo”.

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