Plasma iperimmune, cosa ne sappiamo oggi

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Le stiamo provando tutte. Antivirali vecchi e nuovi, anticorpi monoclonali, trattamenti off-label, vaccini, con alterne fortune. E da un po’ alla lista di possibili terapie contro Covid-19 si è aggiunto anche il plasma iperimmune, ovvero la parte liquida del sangue prelevata da pazienti guariti e contenente anticorpi specifici contro Sars-Cov-2. In verità, le sperimentazioni della terapia con plasma iperimmune sono cominciate quasi subito dopo lo scoppio della pandemia, all’inizio di aprile, per lo più come trattamento d’emergenza (o compassionevole) su pazienti in cui altri approcci non avevano funzionato. È bene dirlo subito: a oggi, le evidenze dell’efficacia del plasma iperimmune sono estremamente scarse e poco incoraggianti. Anzi, a dire il vero, i dati raccolti finora sembrano purtroppo puntare nella direzione opposta.


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Cos’è e come dovrebbe funzionare

Il plasma è la parte liquida del sangue, di cui ne rappresenta circa il 55% (il resto sono globuli rossi, globuli bianchi e piastrine). È di colore giallo chiaro e composto per il circa 91% di acqua. Il razionale dietro l’infusione di plasma iperimmune è piuttosto semplice. Come spiegano gli esperti del Centro Nazionale Sangue all’Istituto Superiore di Sanità, si tratta di una terapia che prevede il prelievo da persone guarite dal Covid-19 (in questo caso, naturalmente, ma il discorso potrebbe valere per qualsiasi malattia che genera una risposta immunitaria specifica) e la sua successiva somministrazione a pazienti affetti dalla stessa malattia. Prima dell’effettiva infusione, il plasma iperimmune viene sottoposto a una serie di test di laboratorio, anche per quantificare il livello di anticorpi “neutralizzanti” (la cosiddetta “titolazione”, che è un concetto molto importante: ci torneremo tra poco), e a procedure che garantiscono la sicurezza del ricevente. L’idea è di trasferire gli anticorpi specifici sviluppati dai pazienti guariti a quelli con infezione in atto, che non ne abbiano ancora prodotti di propri. Si tratta, nella fattispecie, di immunoglobuline, proteine coinvolte nella risposta immunitaria prodotte dai linfociti B in risposta a un’infezione, che si legano all’agente patogeno e lo neutralizzano.

Ebola, Sars, influenza

Come già accennato, Sars-Cov-2 non è il primo virus contro il quale è stato tentato quest’approccio. Uno dei primi casi risale addirittura all’epidemia di influenza spagnola del 1918; poi, nel corso degli anni, è stato somministrato (sempre in regime di terapia compassionevole o di sperimentazione clinica), a pazienti colpiti da epatite B, rabbia, tetano, varicella, Sars (la prima), ebola, influenza. In tutti questi casi, però, i risultati delle somministrazioni non sono stati ritenuti abbastanza solidi o conclusivi rispetto all’efficacia del trattamento. Per questo, in generale, la comunità scientifica tende a considerare il plasma iperimmune tutt’al più come un “ponte” in attesa di terapie efficaci o di un vaccino. “Storicamente, il plasma dei convalescenti”, ha spiegato al New York Times Erin Goodhue, dirigente della Croce Rossa statunitense, “è stato usato come profilassi e come terapia soprattutto in periodi di arrivo di nuove malattie, sia virali che batteriche, quando ancora non si hanno a disposizione terapie mirate e specifiche contro questi patogeni”. Nel caso di Covid, come avvenuto per tutti gli altri trattamenti, gli sforzi e le speranze si sono decuplicati: “Ciò che mi colpisce particolarmente”, dice ancora Goodhue, “è che finora non si era mai usato così tanto il plasma iperimmune: vuol dire che, per la prima volta, la comunità scientifica avrà la possibilità di condurre studi rigorosi sulla procedura che potranno valutarne più precisamente l’efficacia. Negli usi precedenti del trattamento non era stato possibile condurre questo tipo di studi”. Il plasma iperimmune, tra l’altro, è stato anche sperimentato su disturbi non virali, come ustioni, traumi e perfino cancro. Ma i risultati sono sempre gli stessi: non ci sono prove solide sulla sua efficacia.

Cos’è successo negli ultimi mesi

In un lungo articolo, Valigia Blu ha messo insieme e ricostruito le notizie sull’uso del plasma iperimmune contro Covid-19 da quando è scoppiata la pandemia. Il primo utilizzo risale al febbraio scorso, quando il China National Biotech Group, un’azienda privata cinese, informò di aver eseguito il trattamento su più di dieci pazienti, ottenendo miglioramenti in 24 ore. Poco più di un mese dopo, anche in Italia fu avviato il primo protocollo di sperimentazione del plasma iperimmune, condotta dall’Asst di Mantova e dal Policlinico San Matteo di Pavia. E poi gli Stati Uniti, dove il 25 marzo la Food and Drug Administration fornì precise raccomandazioni nel caso le strutture sanitarie volessero avviare la terapia per uso compassionevole (Nature scrisse che gli ospedali di New York si stavano preparando a usare questa “antica terapia” per ridurre la pressione sulle terapie intensive). Seguirono anche Germania, Regno Unito, Spagna, Iran, Corea del sud e India.

“Nessuna prova di efficacia”

Eccoci al presente, che avevamo già anticipato. I risultati delle sperimentazioni condotte finora sembrano confermare al momento non è possibile stabilire se il plasma sia una terapia efficace. Gli autori di una meta-analisi di Cochrane, per esempio, che ha preso in esame i dati di 19 studi per un totale di quasi 40mila partecipanti, hanno scritto di “essere incerti sul fatto che il plasma di persone guarite da Covid-19 sia un trattamento efficace, e anche sul fatto che possa avere effetti collaterali”. Più trancianti i risultati di uno studio indiano pubblicato sul British Medical Journal e di un altro, recentissimo, pubblicato sul New England Journal of Medicine, che non ha rilevato vantaggi significativi nella somministrazione di plasma iperimmune. Tutto da dimenticare, allora? Sì e no. Abbiamo chiesto qualche spiegazione in più a Francesco Menichetti, docente di malattie infettive all’Università di Pisa e soprattutto coordinatore di Tsunami, uno studio italiano che ha proprio l’obiettivo di testare l’efficacia del plasma iperimmune: “Il lavoro appena pubblicato sul New England Journal of Medicine suggerisce che il plasma iperimmune sia inefficace”, ammette. “Prendiamo atto di questo risultato: si tratta di un lavoro serio e condotto con ottimo rigore metodologico. C’è però qualche pecca tecnica relativa alla titolazione del plasma utilizzato, che è stata verificata solo nel 56% dei casi trattati e che è stata condotta con un metodo che potrebbe farlo apparire più ricco di anticorpi di quanto non lo sia realmente. In ogni caso, lo studio attesta che il plasma iperimmune non apporta benefici ma neanche – fortunatamente – effetti collaterali”. I limiti tecnici dello studio argentino potrebbero essere presto fugati dai risultati italiani, dice ancora Menichetti: “Nel nostro studio stiamo utilizzando un plasma titolato ad alto livello. Abbiamo arruolato oltre 380 pazienti e in questi giorni un organismo indipendente sta conducendo un’analisi preliminare sui nostri dati. Contiamo che nel giro di qualche settimana potremo avere i primi risultati”. Menichetti, con grande onestà, riconosce che al momento è necessaria “la massima cautela e prudenza” rispetto a questa terapia e soprattutto ne sconsiglia l’uso perfino come terapia compassionevole: “Date le evidenze attuali, ritengo che il plasma iperimmune debba essere usato soltanto all’interno di studi clinici, in sperimentazioni controllate”.  E conclude con un appello a continuare a donarlo (qui i centri approvati), perché le sacche cominciano a scarseggiare. E gli esperimenti devono andare avanti.

Via: Wired.it