È il Natale del 1902. Tre uomini si trovano nel mezzo della Barriera di Ross, una distesa di ghiaccio infinita e letale in Antartide. Sono affamati, stanchi, sfiancati dallo scorbuto e dal freddo atroce. I loro cani da slitta stanno morendo uno dopo l’altro e l’obiettivo del loro viaggio, il Polo Sud, è un miraggio irraggiungibile: a dividerli dalla meta ci sono infatti le asprissime rocce ghiacciate delle montagne transantartiche. Valicarle, nelle loro condizioni e con le scorte rimaste a disposizione, è impossibile. In questo scenario di desolazione, uno dei tre uomini estrae dai propri calzini un piccolo budino di Natale, tenuto segreto fino a quel momento per regalare ai compagni un attimo di calore e normalità. Si chiama Ernest Shackleton, e i suoi compagni sono Edward Wilson e il comandante Robert Falcon Scott. I tre sono tra i principali protagonisti dell’epoca che passerà alla storia come “era eroica dell’esplorazione antartica”, un ventennio di avventure incredibili che culminerà con la conquista del Polo Sud da parte di Roald Amundsen, dieci anni più tardi, con la tragica morte di Scott durante la spedizione Terra Nova, e con il rocambolesco naufragio della nave Endurance di Shackleton. Queste ultime tre imprese hanno in parte messo in ombra il primo vero tentativo di conquista del continente bianco, quello della spedizione Discovery (1901-1904): e oggi lo storico Ed Armston-Sheret, nel suo saggio The Grip of The Ice (“La morsa del ghiaccio”, edito da HarperCollins), riaccende i riflettori su questa epopea corale, raccontandone gli aspetti e i protagonisti meno conosciuti e svelando i retroscena della missione che ha gettato le fondamenta di tutto quello che sarebbe venuto dopo. “Quando si pensa all’Antardide”, ci ha raccontato Armston-Sheret, “la memoria collettiva corre ad Amundsen, alla tragica fine di Scott e all’odissea di Shackleton, ma pochi ricordano la spedizione Discovery. Sembra che questa avventura manchi di ‘spessore tragico’: c’è stata una sola vittima e tanti disastri sfiorati, e ha apparentemente mancato il proprio obiettivo. Eppure, il suo posto nella storia polare è assolutamente centrale”.
Un mecenate ambizioso
Per raccontare la storia della spedizione Discovery si deve necessariamente partire dall’uomo che più di tutti ne ha tessuto le fila. Si chiamava sir Charles Markham, ed era un personaggio ostinato, risoluto e profondamente ambizioso. Presidente della Royal Geographical Society, la società geografica all’epoca più importante al mondo, Markham aveva un’ossessione ideologica per l’esplorazione: “Era convinto”, dice Armston-Sheret, “che esplorare le regioni polari fosse la cosa più utile che la Royal Navy potesse fare in tempo di pace, un modo per addestrare ufficiali coraggiosi”. Questo approccio “militaresco”, tra l’altro, innescò una feroce battaglia politica con la Royal Society, che invece avrebbe preferito una missione stanziale improntata solo sulla ricerca scientifica “pura” anziché sull’esplorazione geografica. A spuntarla, con manovre politiche e una volontà di ferro, fu proprio Markham, che impose alla guida della missione il suo pupillo, il giovane e oscuro ufficiale di marina Robert Falcon Scott.
Scott e Shackleton
Scott e Shackleton si ritrovarono nelle posizioni di comandante e terzo ufficiale di bordo di una missione diretta in Antartide senza avere alcuna esperienza polare alle spalle. Nessuno dei due sapeva sciare, né piantare una tenda nel ghiaccio, né guidare una slitta. “Scott era un uomo complesso, un ‘eroe timido’ e ansioso che cercava un riscatto per le ristrettezze economiche in cui era caduta la sua famiglia”, dice l’autore. “Ma era anche ambizioso, pignolo, britannico fino al midollo. Riversava nelle pagine del diario tutte le sue ansie, e vedeva l’esplorazione polare come un vero e proprio banco di prova per il suo carattere e la sua virilità”. All’estremo opposto c’era Shackleton, un ufficiale della marina mercantile estroverso, entusiasta e socievole. “A differenza di Scott, Shackleton era molto più concentrato sulla costruzione di legami con le persone. Aveva un talento innato per le pubbliche relazioni”. Due caratteri profondamente antitetici, insomma, che insieme al fido Wilson, amico di entrambi, si misero in marcia verso il Polo Sud.
L’inferno bianco della Barriera di Ross
Il viaggio della Discovery, racconta ancora Armston-Sheret, si trasformò rapidamente in un incubo. I cani da slitta, nutriti con pesce essiccato norvegese andato a male, si ammalarono e cominciarono a morire o a venire uccisi per nutrire i superstiti. Gli esploratori furono costretti a un massacrante lavoro di traino per spostare i carichi, con la cosiddetta tecnica delle tappe ripetute: “Significava dover fare 15 miglia a piedi per avanzare di sole cinque miglia verso sud: si procedeva in avanti con metà del carico, poi si tornava indietro a recuperare l’altra metà e poi si invertiva nuovamente la marcia”, spiega Armston-Sheret. Sopraffatti dallo scorbuto, dalla fame nera e dalla fatica, riuscirono comunque ad arrivare più a sud di chiunque altro, a oltre 82° di latitudine sud, scoprendo l’immensa Catena Transantartica. Ma la ritirata fu disperata, con Shackleton che vomitava sangue e a malapena si reggeva in piedi sugli sci. Furono salvati solo da un provvidenziale vento meridionale, che permise loro di issare una vela sulla slitta e accelerare il rientro. Questo colpo di fortuna, paradossalmente, si rivelerà fatale dieci anni più tardi: “Credo che il ricordo di quella marcia sulla Barriera abbia seminato il disastro per Scott nel 1912”, rivela Armston-Sheret. “Scott pensò che, anche se deboli e stanchi, un buon vento a favore li avrebbe aiutati a rientrare. Ma nel 1912 trovò un clima molto più freddo, nessun vento favorevole e superfici impossibili. E questo lo portò alla morte”.
La genesi di una storica rivalità
Fu proprio in seguito a questa marcia straziante che si gettarono i semi della futura e celebre inimicizia tra i due esploratori. A causa del suo grave collasso fisico, Shackleton fu costretto da Scott a rientrare in patria in anticipo, a bordo della nave di soccorso. Quello che poteva sembrare un umiliante fallimento fu invece trasformato in un trionfo mediatico grazie all’innato talento di Shackleton per le pubbliche relazioni. “Come nella sua indole, fu in grado di trasformare quel rientro anticipato in una grande opportunità. Tornato in Gran Bretagna, rilasciò interviste e scrisse articoli, diventando di fatto il volto dell’esplorazione antartica”, nota ancora lo storico. Nonostante ciò, i rapporti iniziali tra i due al rientro in patria rimasero cordiali: la vera rivalità esplose solo nel 1907, quando Shackleton si mise in proprio e lanciò la sua spedizione Nimrod. Non trovando un approdo sicuro nella Terra di Re Edoardo VII, decise di fare base allo stretto di McMurdo, violando una promessa scritta fatta a Scott, che considerava quell’area di sua esclusiva “proprietà”. “Per Scott, un uomo edoardiano che considerava la parola data come sacra, quell’atto fu profondamente disonorevole”, sottolinea l’autore. Da quel momento, lo scontro divenne totale e insanabile.
Scienza, fede e i “muscoli” della spedizione
La missione della Discovery si resse, oltre che sul coraggio di Scott e Shackleton, anche su quello di molte altre “comparse”, più silenziose ma altrettanto straordinarie. Da una parte c’era la levatura morale e intellettuale del già citato Edward Wilson, il migliore amico di Scott, un uomo capace di conciliare una devozione religiosa incrollabile con il rigore dell’osservazione scientifica (sua la convinzione che l’evoluzione fosse solo la religione portata alle sue conclusioni naturali). Wilson fu un instancabile raccoglitore di esemplari zoologici (durante la spedizione Terra Nova sfidò le tempeste invernali antartiche per recuperare le uova dei pinguini imperatore) e un abilissimo artista, capace di colmare con straordinari acquerelli le lacune di una fotografia polare ancora acerba. Dall’altra c’erano gli uomini della truppa, la vera spina dorsale logistica, tra cui spiccava il formidabile sottufficiale gallese Edgar Evans. Dotato di una stazza fisica impressionante, Evans era un ex ragazzo scappato di casa per arruolarsi in marina, abituato a una vita di privazioni fin dall’infanzia, e un uomo imperturbabile: dopo essere precipitato in un tetro crepaccio e rimasto appeso nel vuoto agganciato a un’imbracatura, la sua unica reazione una volta tratto in salvo fu un flemmatico “Be’, mi venga un colpo”. Per marinai di estrazione operaia come Evans, che in Galles avevano visto molti fratelli morire per la tubercolosi e le scarse condizioni igieniche, la durezza dell’Antartide era in un certo senso solo l’estensione di una vita che era sempre stata una lotta per la sopravvivenza; anche lui, insieme a Scott e Wilson, troverà la morte nel viaggio di ritorno della Terra Nova, dopo aver piantato la bandiera sul Polo Sud appena cinque settimane dopo l’arrivo di Amundsen.





