Un taglio del due per cento dei finanziamenti nel 2003 e del dieci per cento nel 2004: è questa la soluzione del governo per la crisi finanziaria del Consiglio nazionale delle ricerche denunciata lo scorso 19 novembre dal suo presidente.A ottant’anni dalla sua fondazione, la maggiore istituzione scientifica italiana è infatti sull’orlo del collasso. Un budget fermo da dieci anni a 540 milioni di euro, ha dichiarato Lucio Bianco, non è più nemmeno in grado di coprire i costi fissi di gestione, come gli stipendi e la manutenzione delle strutture. E tanto meno di permettere l’acquisto di nuove strumentazioni o la partecipazione a progetti di ricerca internazionali. Il Cnr si è già dovuto ritirare dall’European Science Foundation, l’organo europeo di coordinamento scientifico e, a meno di un ripensamento del governo in sede di discussione della finanziaria, entro un paio d’anni sarà ridotto alla paralisi.Ma da Palazzo Chigi non giungono segnali in tal senso: a differenza delle dimissioni di massa dei rettori delle università italiane contro i tagli in finanziaria, che appena annunciata ha ottenuto una rassicurante risposta dal ministro dell’economia, sul destino del Cnr il governo tace. E tace anche sull’ipotesi di una nuova riforma dell’ente, dopo quella del 1999, circolata qualche mese fa ma seccamente smentita dal ministro Letizia Moratti. Galileo ha chiesto a Lucio Bianco di fare il punto della situazione.Professor Bianco, dopo una primavera di attesa, un’estate tra voci di riforma e smentite, è arrivato un autunno caldo anche per la ricerca pubblica e l’università. Quali sono oggi i rapporti del Cnr con il governo?“Sull’ipotesi di una nuova riforma del Cnr non ho avuto alcun contatto ufficiale con il governo. Ho scritto più volte al ministro Letizia Moratti per riferire i progressi della riforma del 1999 e per esprimere il nostro punto di vista sulle cose da modificare e su quelle che invece stanno funzionando bene. Le anticipazioni giornalistiche sono state smentite, anche se mi sembra che le linee principali siano state confermate da alcune dichiarazioni del viceministro Guido Possa. Sono ipotesi che, se approvate, non troverebbero comunque d’accordo il Cnr. Ho chiesto di essere ascoltato prima dell’elaborazione di una riforma, ma finora non ho avuto alcun cenno di riscontro”.Nel 2001 il Cnr ha speso 60 milioni di euro per le attività di ricerca, 15 mila euro per ogni ricercatore. Le sembra una cifra sufficiente?“No. E dal 2003 riusciremo a erogare ancora meno, solo 42 milioni di euro. Dal 2004, se continuano così le cose, sarà lo zero assoluto. Già oggi i ricercatori sono costretti a reperire i soldi da altre fonti, comunitarie, regionali o private. Secondo gli ultimi dati, il 31 per cento dei fondi del Cnr proviene da fonti diverse dal contributo pubblico. Il problema vero è che è possibile farlo solo in alcuni settori. È esclusa, per esempio, la ricerca umanistica. Il mercato non finanzia a tappeto tutte le aree ma, com’è giusto, ne seleziona alcune secondo i suoi obiettivi. Credo però che molte ricerche, come il vocabolario della lingua italiana, esprimano il valore civile e culturale di una nazione e quindi debbano essere finanziate a prescindere dalla loro utilità economica. Nel nostro Paese poi la situazione è ancora più grave perché manca la tradizione del mecenatismo che è tipica, per esempio, del mondo anglosassone”.Con i fondi disponibili è possibile rinnovare la strumentazione?“No, e basta un esempio per capire la gravità della situazione: pochi giorni fa un’industria ci ha offerto un’apparecchiatura molto innovativa del valore di 15 milioni di euro. Che richiede però da parte nostra 400 mila euro per il trasporto e l’installazione. Una donazione veramente preziosa che, per il momento, non siamo in grado di accettare. La ricerca scientifica senza strumentazioni avanzate è impossibile e il Cnr da ben sei anni non può fare investimenti di questo genere”.Si è parlato più volte di accorpamenti e di scorpori per diversi istituti e aree di ricerca. L’ultima ipotesi di riforma, poi smentita dal governo, parlava di 15 istituti e, tra l’altro, prevedeva lo scioglimento dell’Istituto Nazionale di Fisica della Materia all’interno del Cnr. Lei è d’accordo?“Io pregiudizialmente non sono contrario a nulla. Trovo però che sia totalmente irragionevole procedere senza consultare i ricercatori e gli istituti interessati. Dobbiamo ragionare su cosa è più utile per il Paese e per il suo progresso scientifico, non per il Cnr. L’organizzazione scientifica deve essere discussa da persone in grado di valutare le implicazioni delle scelte operate. Mi sembra invece che si voglia realizzare un disegno ideologico, di cui tra l’altro non si capisce la finalità. Si parla tanto di razionalizzazione ma francamente non vedo elementi di razionalità nelle ipotesi circolate negli ultimi tempi. Io credo che un’ulteriore riduzione degli istituti sia possibile, ma ogni passo va fatto con attenzione e valutando gli effetti concreti per la ricerca sul campo”.Recentemente la Corte dei Conti ha segnalato alcuni nodi critici della gestione del Cnr. A che punto è la riforma del 1999?“La riorganizzazione della rete scientifica è terminata: ha portato da oltre 300 a 108 istituti e quasi tutti gli incarichi direttivi sono stati assegnati. Gli effetti di questa riforma si potranno però valutare a pieno tra due anni. Il problema è che l’abbiamo realizzata a costo zero, un paradosso che avevamo già segnalato al governo precedente ma su cui non abbiamo avuto risposta, né prima, né adesso. Dal 1° gennaio 2003, inoltre, il Cnr funzionerà secondo nuove regole di contabilità e di gestione. Se oggi i vari istituti hanno piena autonomia scientifica, da gennaio avranno anche poteri gestionali e organizzativi. In concreto, la sede centrale cederà alcuni compiti operativi agli organi di ricerca dislocati sul territorio e si limiterà, snellendosi, a compiti di controllo, consulenza, valutazione e coordinamento. Per partire stiamo aspettando però l’approvazione di una norma tecnica che attualmente è in discussione alla Camera”.Qual è il peggior difetto del Cnr?“Abbiamo gestito il processo scientifico in modo troppo accentrato. Dovremmo lasciare più autonomia gestionale ai singoli istituti di ricerca. Il Cnr è un ente relativamente grande e, accanto ai pregi, multidisciplinarità, capacità di progettazione e di intervento in molti settori, le sue dimensioni determinano una certa lentezza nei processi decisionali. Il nuovo regolamento darà ai direttori importanti strumenti di autonomia ed efficacia. Inoltre occorre realizzare meccanismi nuovi per riconoscere i meriti dei singoli ricercatori”.Come scienziato, qual è la caratteristica della scienza che le sta più a cuore?“Dopo la laurea feci un solo colloquio in un’industria. Decisi da subito che non avrei lavorato per i privati ma che avrei cercato un posto che mi consentisse la massima libertà. Volevo essere libero di scegliere le mie linee di ricerca e di sviluppare al massimo i rapporti di collaborazione scientifica internazionale. La ricerca pubblica deve essere soprattutto libera di organizzarsi, sia pure nell’ambito di un quadro generale definito a livello politico”.L’anno prossimo il Cnr compirà 80 anni. Un anniversario che lo vede in pericolo. Qual è il suo augurio?“Se avremo una maggiore certezza nei finanziamenti credo che il Cnr in un paio d’anni, completate le riforme, potrà essere più competitivo rispetto agli omologhi enti stranieri, sia sul piano scientifico che su quello gestionale. Mi piacerebbe avere la possibilità di organizzare alcuni eventi che raccontassero i momenti felici e i momenti difficili di un ente con una storia così lunga e caratterizzata dall’assoluto valore dei suoi ricercatori nel corso del tempo”.





