Ringiovanire la vagina, è la ginecologia cosmetica

All’ultimo congresso di Ginecologia e Ostetricia della Figo, a Roma, in programma figurava per la prima volta una sessione dedicata alla ginecologia cosmetica, con una presentazione dal titolo: Vaginal rejuvenation new techniques and G- Spotplasty. Qualcosa traducibile come nuove tecniche di ringiovanimento vaginale e chirurgia plastica del punto G. Autore della presentazione Adam Ostrzenski, chirurgo plastico dell’Istituto di Ginecologia di Saint Petersburg (Florida), lo stesso che lo scorso aprile aveva annunciato di aver trovato il punto G (Vedi Galileo: Trovato il punto G), un’entità più leggendaria che reale, a quanto pare. L’occasione non è stata altro che un modo per dimostrare quanto e fin dove può spingersi oggi la chirurgia estetica, e per riaprire un dibattito sempre attuale: è giusto o meno pubblicizzarla? Il British Medical Journal ha dedicato uno speciale al tema, proponendo diversi punti di vista.

Nel suo editoriale, Fiona Godlee mostra come, a prescindere dai diversi punti di vista, la richiesta di interventi di chirurgia estetica estremi come la riduzione delle labbra vaginali sia notevolmente cresciuta negli ultimi anni: una ricerca per parole chiave (in inglese, per labial reduction) su Google nel 2007 produceva 490 mila risultati, con 47 dei primi 50 di carattere pubblicitario. Oggi i risultati sono circa 2,7 milioni e le proporzioni degli advertisements sono rimaste per lo più le stesse.

L’interesse quindi c’è, ma non è detto che sia giustificato, come avevano fatto sapere in una lettera dalla Medical Women’s International Association, all’indomani della decisione della Figo di includere la presentazione di Ostrzenski al congresso di Roma: “Le donne sono sotto pressione nel pensare che tutte le labbra (vaginali, nda) debbano sembrare uguali e se non lo sono, serve un intervento chirurgico. L’aumento del punto G, la riduzione labiale, la ricostruzione dell’imene, e il riposizionamento del clitoride sono tutti parte del trend…. Promuovere ed eseguire questo tipo di chirurgia porta con sé significativi rischi fisici e psicologici per donne e ragazze”. Includere la presentazione di Ostrzenski all’interno del congresso della Figo insomma significava diffondere un messaggio sbagliato alle donne.  

Ci sono poi le cronache recenti a spingere a una riflessione più profonda sul tema. Basti pensare alla questione delle protesi mammarie, di recente al centro del dibattito mediatico dopo la scoperta che alcune di quelle utilizzate in chirurgia plastica (le protesi Pip, Poly Implant Prothèse) presentavano dei rischi di rottura ed erano state realizzate con materiale di qualità inferiore agli standard richiesti. Il dipartimento della salute britannico, in seguito allo scandalo, starebbe rivedendo tutte le procedure di chirurgia estetica, pubblicità incluse (che sono invece già illegali nel settore in Francia).

I pareri sulla legittimità delle pubblicità sono però contrastanti. Fazel Fatah, consulente di chirurgia plastica, per esempio, ritiene che la pubblicità giochi sulla vulnerabilità dei pazienti e che per questo debbano essere bandite. Senza considerare che si tratta di dare visibilità a procedure non necessarie, ma che pongono dei rischi per la salute. “Le pubblicità di chirurgia estetica hanno lo scopo di stimolare la domanda e di incoraggiare i pazienti ad assumersi dei rischi. Questo non può essere nell’interesse di queste persone vulnerabili”, scrive la consulente sul Bmj. Fatah poi punta l’accento sul concetto generico di salute, come espresso dall’Oms, ovvero come lo stato di benessere fisico sociale e mentale, non identificabile con la sola assenza di malattia o infermità.  Se questa è salute allora, dice Fatah citando Franklin G Miller, esperto di etica: “Promuovendo la malattia e perciò stimolando la domanda per la chirurgia estetica, queste pubblicità chiaramente violano la moralità interna della medicina”. E non sono pensate per informare e aiutare le pazienti, visto che esistono addirittura premi in stile lotteria e voucher regalo per chirurgia estetica, insieme a pubblicità mirate a donne appena divorziate o neomamme, promuovendo ora un intervento al seno ora una liposuzione. Giocando sulla vulnerabilità delle persone, la chirurgia estetica si pone come un rapida soluzione ai loro problemi, e non può considerarsi perciò etica. Per renderla tale bisognerebbe, scrive Fatah, ribaltare la sua mercificazione, cominciando con un bando totale.

Non è invece dello stesso parere Sally Taber direttrice dell’Independent Healthcare Advisory Services, per la quale la pubblicità in questo campo ha la stessa funzione di qualsiasi altro mercato: quello di informare e persuadere. Una sua restrizione potrebbe essere dannosa, facendo da apripista a “monopoli che deformano il mercato, agendo contro il pubblico interesse”. Questo però non significa che il mondo della pubblicità debba essere una giungla priva di restrizioni, scrive Taber.

Deve esistere una sorta di codice che tuteli la sicurezza del pubblico. Per esempio, anche attraverso il bando degli incentivi finanziari o degli sconti, procedure che vanno oltre il consenso informato. “Il principio sottostante la pubblicità in questo settore è che chi fornisce un servizio agisca responsabilmente nei confronti dei pazienti, dando loro informazioni reali ed equilibrate, e un tempo adeguato per riflettere, facendo in modo che capiscano che non tutti i trattamenti pubblicizzati possono essere adatti per loro”, spiega la Taber citando quindi alcuni esempi attraverso cui la struttura di cui è a capo si è impegnata a smascherare casi di pubblicità che violavano i codici pubblicitari (facoltativi) insieme alla Advertising Standards Authority.  

E’ lecito pubblicizzare la chirurgia estetica? Rispondi sul Sondaggio di Galileo

Riferimenti: Bmj 2012;345:e7535, 2012;345:e7489 e 2012;345:e7508  

Immagine: La maja desnuda/Francisco Goya

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