Sette minuti e mezzo

Avevo programmato per tempo il mio viaggio in Giappone a marzo 2011 con destinazione finale Sendai, una città di un milione di abitanti situata sulla costa orientale dell’isola di Honshu, circa 300 chilometri a nord di Tokyo. Nell’ambito di un programma bilaterale tra CNR e Japan Society for the Promotion of Science, dovevo tenere un seminario presso la prestigiosa Università del Tohoku e rinforzare i rapporti tra il mio gruppo di ricerca all’Istituto di Biofisica del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Genova e il laboratorio del professor Nobuyuki Uozumi alla Graduate School of Engineering.

Con mia moglie Marilena, dopo una breve sosta nella capitale nipponica, arrivammo dunque a Sendai alle 13:30 di venerdì 11 marzo con uno splendido treno veloce Shinkansen, vanto delle ferrovie nipponiche, … proprio un’ora prima che, con decine di milioni di giapponesi, fossimo sorpresi dal più imponente e catastrofico terremoto che a memoria d’uomo abbia mai investito il Giappone.

Era una giornata leggermente ventosa e grigia che preannunciava neve imminente a Sendai quando, nella nostra camera d’albergo, al settimo piano dell’Hotel Metopolitan a pochi passi dalla stazione centrale, avvertii per una frazione di secondo una lieve, quasi impercettibile, vibrazione. Questo primo lieve tremore, neppure percepito da Marilena, era però solo un’anticipazione di quanto sarebbe sopraggiunto immediatamente dopo, un ruggito potente della terra di intensità spaventosa.

La mia prima reazione in quel momento fu di sorpresa. “E questo cos’è?” pensai. Poi, ancora per qualche istante, entrambi sperammo che tutto potesse risolversi in pochi secondi di tensione, come già avevamo sperimentato in una precedente esperienza di terremoto sempre in terra giapponese. Invece tutto, ma proprio tutto, mobili, porte, finestre, suppellettili e l’intero edificio continuò a tremare con intensità progressivamente crescente. La stanza si torceva prima in un verso e poi nell’altro e gli arredi sbattevano di qui e di là, come se fossimo in un frullatore. Per un’eternità ci fu impossibile reggerci in piedi. La furia delle vibrazioni ci faceva cadere sul letto, ci rialzava e poi ci ributtava nuovamente sul pavimento tra letto e poltrona. Non riuscivamo letteralmente a mantenere l’equilibrio.

Il terremoto durò ben oltre 6 minuti; recentemente alcuni ricercatori hanno riportato che la sua durata è stata addirittura di 7 minuti e mezzo. Sembra che la persistenza particolarmente lunga sia una caratteristica tipica degli eventi sismici etichettati come mega-terremoti, quelli di magnitudo superiore a 8, che sembrano rincorrersi con rinnovata frequenza in tutto il pianeta dal 2004 in poi.

E poi il rumore … non potrò mai dimenticare il rumore! Una componente aggiuntiva e inaspettata a cui eravamo assolutamente impreparati. Porte sbattute, scricchiolii della struttura, schiocchi di oggetti scagliati dappertutto in sincronia con l’intensità altalenante delle vibrazioni. Una sonorità inattesa che ci circondava e avviluppava completamente, che contribuiva a impedirci di riacquistare lucidità. E, successivamente, al calare dell’intensità della scossa, l’ululato del sistema di allarme che ci invitava ad abbandonare l’edificio al più presto.

E infine la salvezza dopo una corsa frenetica giù per scale grigie e tremanti per i passi di centinaia di persone in fuga. Un’esperienza difficilmente descrivibile, che nonostante tutto abbiamo fortemente voluto raccontare in un libro, Quando la terra trema (edito da Scienza Express, 2012), in parte come espediente terapeutico finalizzato a superare la inevitabile deriva psicologica post-trauma, in parte come tributo di riconoscenza alle capacità organizzative e all’efficienza del popolo giapponese. Le leggi di prevenzione sismica di quel paese e la preparazione dei giapponesi in materia di terremoti, infatti, ci hanno permesso di sopravvivere a un cataclisma che in qualsiasi altro paese avrebbe mietuto molte decine di migliaia, se non milioni, di vittime.

Basti pensare che l’energia liberata dal “nostro” terremoto del Tohoku è stata oltre 10.000 volte quella del terremoto de L’Aquila e circa 20.000 volte quella del terremoto che a maggio 2012 sorprese, dopo 440 anni di quiete, l’attonita popolazione dell’Emilia. Secondo la NASA la maggiore delle isole giapponesi, l’isola di Honshu, si è spostata di ben 2,4 metri verso oriente, mentre gli spostamenti del mantello terrestre a grande profondità sono stati stimati nell’ordine di 80 metri e perfino la durata del giorno terrestre è diminuita di qualche microsecondo come conseguenza della variazione della distribuzione delle masse continentali. Purtroppo il mio programma di lavoro con i colleghi giapponesi, così ben studiato e programmato, andò completa- mente in fumo. Tutto saltato!

Ma questo lo capii, o lo accettai nel mio subconscio, solo dopo lunga riflessione, il mattino dopo, quando, dopo una notte di scosse e tremori, giunse la notizia di una centrale nucleare, non molto distante da noi, che tossiva nuvole di radioattività all’intorno, per diverse decine di chilometri. Il timore che Fukushima Dai Ichi potesse esplodere da un momento all’altro si aggiunse a quello delle ricorrenti scosse per l’assestamento della terra.

Due giorni trascorsi in centri di accoglienza tramutarono il rimpianto per la mancata conferenza nel desiderio impellente, frenetico, per certi versi anche disordinato, di allontanarsi al più presto da quel cataclisma che, ormai lo avevamo intuito, era epocale.

Poi la fuga, attraverso una città ferita lasciandoci alle spalle i territori non molto lontani, prossimi all’Oceano Pacifico, sconvolti dallo tsunami; aree che potemmo solo sfiorare con lo sguardo, isolate e trincerate come erano dalle forze dell’ordine.

Con altri 11 compagni, in parte occidentali, in parte giapponesi di altre prefetture, fuggimmo da Fukushima e dall’area nord-orientale dell’isola di Honshu verso ovest e poi verso il Sud del Giappone, meno toccato dal sisma. Ma poiché le notizie sugli effetti del terremoto erano scarse e frammentarie, e per noi occidentali ancora più ermetiche a causa della barriera linguistica, non sapevamo se stavamo andando a cacciarci in guai peggiori e se saremmo riusciti a raggiungere Tokyo per rientrare in Italia.

Seguirono un’altra notte all’aeroporto Narita di Tokyo in trepida attesa del nostro volo di ritorno, riprogrammato tra mille difficoltà, e infine l’arrivo a casa, accolti dal calore dei familiari e degli amici che assieme ai colleghi del CNR, quasi una seconda famiglia, avevano seguito con trepidazione la nostra vicenda.

L’aiuto psicologico e l’affetto dei parenti, degli amici e dei colleghi, con i quali eravamo stati in frequente contatto telefonico, è stato uno degli elementi importanti, non programmato né programmabile, che ci ha aiutato a trovare le energie per toglierci dai guai e rientrare, primi italiani dall’area di Sendai, celermente in Italia. Questa è stata la piccola-grande forza esterna che ci ha aiutato a “emergere” dal buco nero in cui eravamo precipitati dopo la grande violenta scossa che per qualche ora ci aveva annichilito e aveva compresso dentro di noi tutte le nostre energie. Infatti, fino a sera del primo giorno, per noi non è esistito null’altro che l’attesa della successiva scossa di assestamento: come sarà? Grande oppure piccola e subdola? Rumorosa oppure silenziosa? Vibrante oppure strisciante?

Sull’aereo che ci riportava da Roma a Genova ero seduto lontano da Marilena perché, avendo perso per un ritardo del volo intercontinentale la nostra coincidenza, eravamo stati protetti sul volo successivo. Conseguentemente avevamo dovuto accontentarci di occupare due posti lontani diverse file, tra i pochi ancora liberi sull’aeromobile e per giunta in sedili centrali, quindi ciascuno strizzato tra altri due passeggeri.

I miei due vicini erano entrambi intenti a esaminare le notizie riportate da tutti i quotidiani sul terremoto da cui noi stavamo fuggendo. Gli articoli sulla guerra in Libia, la politica italiana e la crisi economica erano relegate nelle pagine interne dei giornali. Le prime pagine erano tutte per il terremoto del Tohoku e per le migliaia di morti causati dall’immenso tsunami che proprio nell’area di Sendai ci aveva sfiorato e aveva mietuto più di 10.000 vittime.

Dopo qualche minuto dal decollo il giovane alla mia sinistra, sinceramente turbato, mi disse: «Ha visto che roba? Impressionante vero?», facendo cenno alla fotografia di un grande natante adagiato sul tetto di una casa. “Certo” risposi io “e la realtà è ancora peggiore … io arrivo proprio da lì”. “Come da lì?” fece lui, incredulo, sbarrando gli occhi. “Si, vengo proprio da lì, da Sendai, la città più vicina all’epicentro del terremoto“.

Iniziò così una chiacchierata che durò per tutti i 50 minuti del volo in cui io gli illustrai sommariamente le nostre peripezie. Gli raccontai che non avevamo avuto esperienza diretta dello tsunami, perché se la avessimo avuta, non avrei certamente potuto raccontargliela. In compenso avevamo avuto, … e come se l’avevamo avuta, esperienza diretta della scossa, in tutta la sua potenza. Io avevo voglia e bisogno di raccontare, lui era certamente molto incuriosito dalla “fortuna” di poter avere notizie di prima mano sull’evento. E fu così che raccontai, a un perfetto sconosciuto, primo fra molti, tutta la nostra storia e lui partecipò con viva emozione al nostro disagio.

Ma anche l’altro passeggero seduto alla mia destra aveva ascoltato di sottecchi la nostra conversazione; al momento dello sbarco, veramente commosso, non poté fare a meno di congratularsi con me per lo scampato pericolo e, all’uscita passandole accanto, disse a Marilena: “Ben tornata, signora. Siamo contenti che l’abbiate scampata”.

Sentimenti di partecipazione di sconosciuti alla nostra avventura e di “compassione” per noi e con noi. Non un sentimento di pena ma una comunione quasi intima con il nostro disagio, scattata nelle poche decine di minuti del viaggio tra Roma e Genova. Compassione nel senso di vera partecipazione alla nostra sofferenza: insomma una “pietas” che porta a un’unità di sentimenti profonda e immediata tra persone.

La stessa percezione, gli stessi sentimenti di comunanza, la medesima compassione, che avevamo sperimentato con i nostri compagni di sventura giapponesi nel centro di accoglienza, divisi da una barriera linguistica pressoché insormontabile, ma uniti dalla sofferenza indotta da una violenza che per fortuna pochi hanno avuto la ventura di sperimentare.

Come scriveva il compianto amico e psichiatra Roberto Ghirardelli: “I traumi sono quella cosa che rompe le ossa, i visceri e anche la testa, ma non solo quella che si vede … anche l’anima viene ferita”. Di fatto studi recenti hanno identificato la base molecolare dei meccanismi che, a seguito di stress particolarmente intensi, attivano risposte che a loro volta innescano processi depressivi in cui nuove difficoltà anche elementari vengono percepite da alcuni soggetti come impedimenti insormontabili. È la sindrome post- traumatica da stress (PTSD: Post Traumatic Stress Disorder) che ha sconvolto la vita di numerosi giapponesi travolti dal terremoto del Tohoku, e tra questi, ci è stato riferito, anche uno dei nostri “compagni” nella fuga da Sendai. Soprattutto gli adolescenti rispetto agli adulti sono particolarmente indifesi a fronte di eventi che travalicano l’ambito dell’esperienza abituale. Nell’enorme laboratorio naturale di Sendai, il fenomeno è oggetto di studi e indagini avanzate che hanno rivelato, qualche mese dopo il sisma, un consistente numero d’individui soggetti a crisi depressive gravi, oppure patologie latenti che sembrano comportare addirittura modificazioni morfometriche cerebrali, seppure minori, rilevabili tramite immagini di risonanza magnetica.

Ancora Roberto Ghirardelli scriveva: “Il trauma lo si supera solo allontanandosene, investendo sul presente e riempiendo la vita di fatti positivi … dimenticare il trauma significa rielaborarlo, farsene una ragione, accettarlo e soprattutto accettare le ferite indesiderate”.

Ho imparato anche io, a mie spese, che parlare, confrontarsi, elaborare il trauma sono modi per limitare i danni. Per noi è stato utile raccontare la nostra esperienza, anche per iscritto, documentarsi sui meccanismi fisici che sono alla base del terremoto, mantenere i propri programmi e attività positive, aiutare gli altri e non isolarsi.

E, di conseguenza, a fine ottobre 2012, il ritorno a Sendai. Per quanto detto sopra, decidere di tornare è stata una risoluzione sofferta e non banale, a lungo meditata e pesata, ma in fondo … quasi inevitabile. Decisione sofferta perché il trauma è stato importante e aver vissuto quell’esperienza a Sendai certamente è stato ben diverso e molto più forte che averla vissuta da lontano, per esempio a Tokyo.

Tra la sorpresa dell’intervistatore e lo stupore di amici e conoscenti, avevo dichiarato a caldo durante un’intervista a un’emittente televisiva nazionale, pochi giorni dopo il terremoto appena rientrato in Italia, che in Giappone sarei tornato appena possibile.

Molti, se non tutti, allora avranno pensato: “Lo dice, ma non lo farà”. E invece lo abbiamo fatto, siamo tornati, Marilena e io. Innanzitutto per tenere quel seminario che non potei presentare allora e, appunto, per rinforzare un rapporto col paese e i colleghi giapponesi che dura da quasi dieci anni. Mia moglie si è “associata” alla mia decisione, seppure un po’ reticente: lei afferma che sarebbe stata troppo in ansia a casa, sapendomi di nuovo in Giappone.

Ci aspettavano l’Ambasciata d’Italia, l’Università del Tohoku e i colleghi giapponesi; ci aspettava con curiosità e con un misto di sorpresa e quasi di compiacimento il personale dell’Hotel Metropolitan. Nel 2011 il crollo delle presenze straniere in Giappone è stato imponente: oltre il 60% nell’immediato post-terremoto, con percentuali a due cifre per molti mesi successivi. In una città come Sendai e nella prefettura di Miyagi, la più colpita dal maremoto, che non sono al centro del flusso turistico internazionale, un europeo che ha subito il terremoto del Tohoku, e … ritorna, evidentemente fa notizia.

Non siamo tornati a cuor leggero e il nostro viaggio è stato comunque condito da un bel po’ di ansia e da emozioni molto forti nel rivisitare i luoghi in cui siamo stati ricoverati e le aree devastate dall’onda di tsunami.

Ciononostante, il ritorno è stato un successo dal punto di vista terapeutico e certamente ci ha aiutato a rinormalizzare il nostro rapporto con il Giappone e con quei luoghi, che tanto amiamo, per non lasciare nulla d’incompiuto e … per una piccola, personale rivincita, professionale e umana, sulle forze della natura

Questo articolo è stato pubblicato con lo stesso titolo sul numero di giugno 2013 di Sapere. Ecco come acquistare una copia della rivista o abbonarsi on line.

Su Scientificast è possibile trovare anche un’intervista a Franco Gambale

Credits immagine: Yuichiro Haga/Flickr

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