L’Istituto Nazionale di Fisica della Materia è considerato da molti uno dei fiori all’occhiello della ricerca pubblica italiana. Nato nel 1994, si avvale di una rete di laboratori presente in 41 università italiane ed è presente in molte organizzazioni internazionali, come i laboratori di luce di sincrotrone di Grenoble (di cui l’Italia è azionista al 15 per cento) in Francia, e a Trieste. L’Infm potrebbe essere un modello della ricerca pubblica del futuro: un centro gestionale unico, una rete di laboratori, una serie di collaborazioni internazionali e contratti di ricerca con le industrie private. Dato non trascurabile, il 40 per cento dei ricercatori dell’istituto ha meno di 35 anni. Il ministro Letizia Moratti lo ha citato più volte come un modello da studiare per eventuali riforme. Un’oasi, quindi, visto lo stato di salute della ricerca scientifica italiana. Che però si sta ammalando a causa degli scarsi fondi governativi. Per tastare il polso della situazione, Galileo ha intervistato il suo presidente Flavio Toigo. Presidente Toigo, cosa pensa della crisi finanziaria che sta attraversando la ricerca italiana?”La situazione è gravissima. Le condizioni economiche generali hanno impedito la crescita dei fondi prevista nelle Linee Guida della Ricerca approvate dal governo la scorsa primavera. È grave in particolare per noi dell’Infm: non sono state rinnovate alcune leggi speciali che ci riguardavano e quindi ci troviamo a operare con un bilancio quasi dimezzato rispetto a due anni fa. Nel 2002 perderemo così circa 23 milioni di euro. Per la natura delle nostre collaborazioni, di questa crisi finanziaria risentiranno soprattutto le 41 università a cui siamo affiliati e le collaborazioni internazionali nei laboratori. Per ora continueremo a mantenere un livello minimo di permanenza in questi organismi e nella European Science Foundation, l’organo di coordinamento scientifico europeo. Se il livello di finanziamento rimane questo, dovremo però diminuire la nostra presenza fino a renderla non più operativa. Una situazione pericolosa e disdicevole per il paese, anche di fronte ai nostri partner europei”L’ipotesi di riforma degli istituti di ricerca pubblici, poi smentita dal governo, prevedeva lo scioglimento dell’Infm all’interno dell’Istituto di fisica della materia del Cnr. Lei sarebbe d’accordo?”È un dato di fatto che all’interno del Cnr ci siano istituti che hanno un campo di ricerca analogo al nostro. In questo senso l’Infm non è un ente unico e questa è una questione che andrà affrontata in futuro. Credo però sia difficile che l’accorpamento di vari istituti, tra cui il nostro, possa avvenire in contemporanea con il riordino complessivo del Cnr. I due istituti sono molto diversi. Per esempio noi siamo radicati nelle università e valorizziamo la ricerca che lì si svolge. Il Cnr invece dispone di strutture proprie. Penso che il processo di riforma vada gestito in modo graduale. Da una parte si proceda con il riordino del Cnr e dall’altra si realizzi pure un’eventuale raccordo tematico delle ricerche sulla fisica della materia. Completati i due passaggi si valuterà il risultato e si ragionerà su ulteriori aggiustamenti”.L’istituto spende solo il 9 per cento per le sue spese di gestione, un record per l’Italia. Come siete organizzati per il vostro funzionamento?”Siamo una struttura a rete, presente in molte università italiane. Abbiamo tre nostri laboratori, uno a Trieste, uno a Grenoble e l’altro all’interno dell’azienda ST Microelectronics, la seconda produttrice mondiale di semiconduttori. All’interno delle università facciamo da “collante” tra competenze diverse: impieghiamo fisici, chimici, biologi, e così via. La nostra sede principale è a Genova, dove c’è l’amministrazione centrale e gli uffici gestionali. A Genova si elaborano i progetti europei e si curano i rapporti con le università, le aziende e i grandi enti”.Quali progetti state portando avanti in collaborazione con l’industria privata?”Da una parte abbiamo programmi per svolgere delle ricerche, dall’altro contratti per attività di servizio, come per la fornitura di misure specifiche. Attualmente riusciamo a operare insieme a quelle grandi imprese che hanno deciso di avvalersi di laboratori esterni per la ricerca e l’innovazione. Abbiamo contratti con la Lucent, la Xerox, la Pirelli, la ST Microelectronics. Ma abbiamo collaborazioni anche con medie imprese. Per esempio collaboriamo con la Sacmi di Imola, una fabbrica che costruisce apparecchiature per il packaging degli alimenti. Con loro abbiamo costruito in laboratorio una sorta di “naso elettronico”, uno strumento che analizza gli odori e i sapori. Utile per controllare in linea il prodotto alimentare che viene lavorato”.Si parla molto di pari opportunità nella ricerca. Che tipo di politiche portate avanti in questo senso?”Circa la metà dei nostri giovani ricercatori sono donne. Una percentuale che diminuisce nei livelli superiori. Noi però cerchiamo di valorizzare la condizione femminile nella ricerca: per esempio garantiamo la maternità retribuita – e la continuazione del contratto di ricerca al termine del periodo di maternità – anche per le assegniste di ricerca. In più abbiamo istituito un asilo all’interno della nostra sede di Genova. Per quanto riguarda le commissioni di giudizio nei concorsi cerchiamo inoltre di assicurare, in modo informale, che ci sia una presenza femminile significativa. Non con un meccanismo di quote, ma con un monitoraggio continuo di questa questione”Però il 71 per cento dei contratti è a tempo determinato. Lo giudica un valore per la ricerca o è invece un problema per il futuro?”Credo che sia necessario distinguere. I fondi acquisiti sul mercato all’interno di progetti a scadenza devono essere spesi attraverso contratti a tempo determinato. È necessario però che ci sia una struttura fissa in grado di formulare i progetti di lungo respiro e di formare i giovani. In questo senso è vero che abbiamo pochi contratti a tempo indeterminato. Una situazione determinata dalla carenza di fondi istituzionali che andrebbero utilizzati innanzitutto per garantire almeno un 40 per cento di posizioni fisse”.Che importanza ha nelle vostre attività la divulgazione scientifica?”In altri paesi il dieci per cento degli investimenti per la ricerca viene investito per il trasferimento della conoscenza al grande pubblico, per raccontare cosa avviene nei laboratori. Dovremmo cercare di dare delle cognizioni che permettano ai cittadini di prendere le decisioni conoscendo i termini scientifici del problema. Per questo l’Istituto è impegnato in diverse attività di divulgazione. La più innovativa è l’organizzazione del Festival della Scienza per il 2003 a Genova. Per farlo ci siamo ispirati al famoso Festival di Edimburgo: un appuntamento, lungo una decina di giorni, i cui rappresentanti di tutte le culture e di tutte le scienze discutano della ricerca tra e con la gente, non tra di loro soltanto. Un evento che porti la scienza a contatto della gente. Non un fatto episodico ma un appuntamento annuale e nazionale, magari da esportare in altre città. Attualmente stiamo raccogliendo le proposte e siamo aperti ad ogni contributo”.





