HomeFisica e MatematicaSvelato il segreto del pugno di Bruce Lee

Svelato il segreto del pugno di Bruce Lee

Un pollice. Questa è la distanza di cui aveva bisogno Bruce Lee per sferrare un pugno devastante in grado di far volare l’avversario dalla parte opposta della stanza. Lee dava questo incredibile colpo non solo grazie alla potenza fisica, ma anche con padronanza mentale. Questo almeno è quanto emerso dall’analisi di Jessica Rose, che si occupa di biomeccanica alla Stanford University.

Il “pugno a un pollice” – così è ormai noto questo colpo nelle arti marziali cinesi – deve molto di più alla struttura del cervello che non alla forza bruta, come racconta la ricercatrice. In questa tecnica vi è una cosiddetta ripartizione biomeccanica, ovvero: anche se il pugno di Lee percorre una piccola distanza in pochi millisecondi, si mette in movimento tutto il corpo. Secondo Rose il colpo inizia dalle gambe: “Quando si guarda il pugno a un pollice si può vedere che le gambe di Lee si raddrizzano con una rapida estensione del ginocchio. L’improvviso scatto delle gambe aumenta la velocità di torsione dei fianchi e solo a quel punto si muove la spalla per spingere il braccio. Nella fase finale l’estensione rapida e simultanea del gomito sposta il pugno in avanti e, girando il polso appena prima dell’impatto, viene aumentata ulteriormente la velocità del pugno”. Una volta che il pugno è arrivato sul bersaglio, Lee si tirava indietro quasi immediatamente. Rose spiega che questo accorcia i tempi di impatto del colpo e lo rende ancor più potente.

Dunque i muscoli di Lee non erano i soli responsabili della potenza del colpo. Era la sua coordinazione fisica e la tempistica, ovvero la sincronizzazione dei movimenti di anca, gambe, ginocchia, spalla e polso, a massimizzare l’intensità e la forza. E questo è stato possibile solo grazie al cervello di Lee, che coordinava i suoi movimenti in modo che ogni picco di accelerazione di ogni parte del corpo seguiva il precedente al momento opportuno. Una questione insomma di neuroscienze, come mostra anche lo studio di Ed Roberts dell‘Imperial College di Londra.

Come racconta Popular Mechanics, Roberts ha confrontato l’efficacia dei pugni, sferzati a una distanza di meno di 2 pollici, tra praticanti di karate e persone fisicamente in forma con quantità di muscoli simili ma che non avevano mai praticato arti marziali. Analizzando il cervello dei partecipanti lo scienziato ha scoperto che la forza e il coordinamento dei pugni è determinato dalla microstruttura di una zona della materia bianca, che gestisce la comunicazione tra le cellule in una parte del cervello, chiamata corteccia motoria supplementare, delegata al coordinamento tra muscoli e arti. “Una modifica in questa zona della materia bianca“, sottolinea Roberts: “consente connessioni cellulari più abbondanti e complesse nell’area del cervello che aumenta la capacità di sincronizzare i propri movimenti a quelli dell’avversario”.

Ma il segreto del pungo di Bruce Lee non starebbe (solo) nel cervello. Anche l’allenamento, ovviamente, avrebbe svolto la sua parte. Roberts ha infatti osservato che gli esperti di karate più praticavano movimenti coordinati e più la materia bianca nella loro corteccia motoria supplementare si adattava. Merito tutto della plasticità neuronale.

Credits immagine: dcmaster/Flickr

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