Tumore al seno, cosa si deve sapere: dalla prevenzione ai sintomi

tumore al seno

Con oltre 52mila nuovi casi all’anno è il tumore più diffuso in Italia, ma la sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi si avvicina al 90%. Fumo, alcol, obesità e vita sedentaria ne aumentano il rischio. Colpisce prevalentemente le donne, ma non solo. Stiamo parlando del tumore al seno. Lo avevate capito? Che siate più o meno consapevoli, non crucciatevi, perché ottobre è il mese rosa, quello designato per informare i cittadini sul tumore alla mammella, per sensibilizzare e invitare alla prevenzione attraverso controlli periodici e uno stile di vita sano, ma anche per dire che una diagnosi non deve significare isolamento sociale né essere sempre una condanna a morte. Tantissime le iniziative nel nostro Paese, come la campagna Nastro Rosa dell’Associazione italiana per la ricerca sul cancro (Airc), che punta l’attenzione anche su un altro tassello fondamentale: il tumore al seno si batte attraverso la conoscenza, alle cui radici c’è la ricerca scientifica. Ecco dunque tutto quello che bisogna sapere sul tumore al seno.

I numeri

È notizia di questi giorni: il tumore alla mammella è diventata la forma neoplastica più diffusa nel nostro Paese in tutte le fasce d’età, più del tumore al colon-retto e al polmone. Lo dicono le stime dell’Associazione italiana di oncologia medica e dell’Associazione italiana dei registri tumori per l’anno corrente, raccolte nel volume I numeri del cancro 2018. Nel rapporto, appena presentato al ministero della Salute, si legge che il numero stimato di nuovi casi di tumore alla mammella è cresciuto dai 51mila del 2017 ai 52.800 del 2018. Praticamente una donna su otto viene colpita da questo cancro nell’arco della vita, 135 ogni giorno, e circa 36milasono le pazienti metastatiche, cioè quelle in cui la malattia si è cronicizzata. Attenzione però: il tumore alla mammella non è un’esclusiva del genere femminile. Ogni anno, infatti, si registrano circa 500 nuovi casi di tumore alla mammella negli uomini.L’incidenza del tumore al seno, dunque, sta aumentando, ma, sottolinea Lucia Del Mastro, coordinatrice del Centro di senologia del Policlinico San Martino – Università degli studi di Genova e ricercatrice Airc, “tale incremento è controbilanciato dall’aumento nel tasso di sopravvivenza a cinque e a dieci anni dalla diagnosi, che per il cancro al seno in generale è rispettivamente dell’87% e dell’80%. Il nostro Paese, tra l’altro, vanta un tasso di riduzione della mortalità tra i più alti in Europa”.  Il merito? Del Mastro non ha dubbi: “Screening per la diagnosi precoce e miglioramento delle terapie”.

L’incidenza in leggero aumento e la diminuzione della mortalità, infatti, sono dati coerenti e spiegabili con l’impiego sempre più diffuso sul territorio nazionale dello screening mammografico. In parole povere estendendo l’offerta dei controlli è stato possibile individuare più tumori (ecco l’aumento dell’incidenza annuale), ma in fase precoce, migliorando quindi la prognosi grazie al ricorso a trattamenti sempre più mirati e personalizzati.

La prevenzione: lo screening

“I controlli sono un’importante atto di prevenzione e andrebbero eseguiti periodicamente secondo le indicazioni dei piani sanitari e in base a eventuali predisposizioni note della singola persona”, chiarisce Del Mastro. “Non bisogna aspettare che si presentino eventuali campanelli d’allarme”.
In termini pratici, in assenza di familiarità o di segni e sintomi da accertare, per le donne è sempre consigliabile entrare nel programma di screening mammografico. Tutte le Regioni prevedono una mammografia gratuita ogni due anni per le donne tra i 50 e i 69 anni. “Diversi studi hanno dimostrato che lo screening in questa fascia d’età è uno strumento efficace per diminuire la mortalità per tumore al seno”, rincara Del Mastro. “Ma in base alle linee guida internazionali sarebbe preferibile iniziare prima, promuovendo lo stesso esame anche nella fascia tra i 45 e i 49 anni e estendendolo fino ai 74 anni, cosa che alcune Regioni hanno già fatto”.

La prevenzione: i campanelli d’allarme


Quando una donna è giovane, cioè fuori dalla fascia d’età coinvolta nello screening mammografico, o si trova nel periodo che intercorre tra una mammografia e l’altra, è importante che faccia attenzione a eventuali cambiamenti nel proprio seno, specialmente se riguardano una sola mammella. Uno dei principali campanelli d’allarme per il tumore al seno è la comparsa di noduli duri al tatto e non dolorosi, le cui dimensioni non si modificano nelle varie fasi del ciclo mestruale. Un nodulo non è però l’unico segnale che dovrebbe spingere una donna a rivolgersi il prima possibile a un esperto senologo, meglio se all’interno di un centro specializzato per malattie mammarie. Secondo un recente studio dello University College di Londra, una donna su sei con un tumore al seno presenta, oltre a un nodulo, infezioni, arrossamenti della cute, retrazione del capezzolo, ulcere, pelle del seno a buccia di arancia, secrezioni di sangue o di siero, gonfiore ascellare o a un braccio. “In presenza di una di queste anomalie è sempre necessario andare da uno specialista competente e procedere con gli accertamenti”, raccomanda Del Mastro.

La prevenzione: fattori di rischio


Il rischio individuale di sviluppare un tumore al seno dipende da diversi fattori, alcuni modificabili e altri non. Le predisposizioni genetiche (fra cui le mutazioni nei geni Brca1 e Brca2), menarca precoce (le prime mestruazioni prima degli 11 anni) e menopausa tardiva (dopo i 55 anni) sono fattori non modificabili, cioè sui quali non è possibile intervenire. “A volte però le persone non si rendono conto che ci sono anche fattori modificabili legati allo stile di vita, lavorando sui quali si può davvero ridurre la probabilità di incorrere in un cancro alla mammella”, ricorda Del Mastro. Fumo, alcol, sovrappeso/obesità e vita sedentaria sono nemici della salute, anche di quella del seno. Se ormai sappiamo da anni quali danni provochi il fumo e quanto sia importante evitarlo completamente, per l’alcol si è sempre consigliato un consumo moderato”, aggiunge Del Mastro. “Recenti ricerche però sembrano evidenziare come bere alcolici predisponga in realtà allo sviluppo del cancro al seno indipendentementedalle quantità”.

Anche l’associazione tra grasso in eccesso (quindi sovrappeso e obesità) e rischio di sviluppare tumori è noto da diverso tempo: il grasso produce molecole che possono promuovere la crescita e la diffusione di una neoplasia, favorendo per esempio la formazioni di nuovi vasi sanguigni e la diffusione delle metastasi. Secondo i dati dell’Associazione americana di oncologia, inoltre, l’ipernutrizione e l’obesità possono anche ridurre le chance di guarigione quando ormai il cancro è presente. Il tumore al seno è particolarmente sensibile in questo senso, e alcuni studi hanno dimostrato che, a parità di terapia, le pazienti obese rispondono ai trattamenti fino al 35% in meno rispetto alle donne normopeso. “Per questo seguire una dieta sana, fare esercizio fisico e evitare fumo e alcool sono veri atti di prevenzione”.

I tumori non sono tutti uguali

Di questi tempi è bene ribadirlo: i tumori non sono tutti uguali, nemmeno quelli che colpiscono lo stesso organo o tessuto. E a questo fatto non sfugge il tumore alla mammella. “Sarebbe infatti più corretto parlare di tumori al seno al plurale, dato che ne esistono almeno quattro tipi: due tipi di tumore ormono-responsivo, l’Her2 positivo e il triplo negativo”, spiega Del Mastro.

Le cellule dei tumori al seno ormono-responsivi esprimono recettori degli ormoni che vengono sfruttati dalla clinica per distruggere la neoplasia. La cosiddetta terapia ormonale in tempi più recenti è stata resa più efficace dall’applicazione in clinica dei farmaci inibitori delle cicline (palbociclib, ribociclib e abemaciclib).

Con Her2+, invece, si indicano i tumori al seno che esprimono la molecola Her2. Sono tumori aggressivi e rappresentano circa il 15-20% dei casi, ma sono disponibili farmaci ad azione mirata anti-Her2 (trastuzumab e neratinib) che frenano la proliferazione tumorale e che hanno determinato un netto miglioramento dell’efficacia dei trattamenti per questo tipo di tumore.

Il tumore al seno triplo negativo, di cui si possono distinguere quattro tipi diversi, è così chiamato perché non esprime né recettori ormonali né recettori Her2. “È una malattia insidiosa e al momento non esistono terapie mirate”, commenta Del Mastro. “Tuttavia potrebbero presto arrivare novità dalle sperimentazioni di trattamenti immunoterapici, i cui primi risultati sono attesi al congresso della European society for medical oncology (Esmo) nella seconda metà di ottobre”.

La ricerca

Una realtà complessa e articolata, quella del tumore al seno, il cui studio continua a svelare nuovi dettagli.“La ricerca è fondamentale per individuare altri sottotipi di tumore alla mammella”sottolinea Del Mastro. “È dall’analisi dei profili molecolari dei tumori che parte lo sviluppo di nuovi farmaci e di terapie sempre più mirate, efficaci e con meno effetti collaterali”.
La ricerca al servizio del malato, certo, ma non solo: “Bisogna pensare anche a chi ha sconfitto la malattia. Soprattutto se si tratta di donne giovani, che prima di ammalarsi desideravano una famiglia. Quella che dopo un tumore al seno non si possano più avere figli è una credenza comune ma non vera. Oggi è possibile preservare la fertilità delle pazienti, e sono stati ricercatori italiani, sostenuti da Airc, i primi a dimostrarlo”, conclude Del Mastro. “Non è una possibilità offerta spesso nei centri di cura, ma il sistema sanitario nazionale la prevede. Quindi le donne devono sapere che prima di iniziare la chemioterapia possono chiedere ai propri oncologi di poter avere accesso alle tecniche di congelamento degli ovuli o alla terapia farmacologica che mette a riposo l’ovaio e lo preserva dai danni della chemio”.

Via Wired.it

 

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