Se qualcuno vi chiede del vostro “avatar” o si preoccupa dell’aura che circonda la vostra immagine, non è detto che sia un mistico adepto di qualche religione orientale. E’ invece più probabile che vi troviate davanti ad un informatico dell’ultima ora, che sta costruendo degli scenari virtuali nei quali vuole inserire la vostra immagine virtuale (l’avatar, appunto).Se invece vi viene proposto di vedere di persona il Partenone così com’era nel 430 avanti Cristo, non liquidate subito il vostro interlocutore pensando che sia un emulo del Totò che vendeva il Colosseo a turisti ingenui. Può darsi che si tratti di un esperto di realtà aumentata.
Di realtà virtuale si è tanto parlato, tutte le sale-giochi sono ormai attrezzate con caschi e guanti digitali, ma ancora poco si sa della realtà aumentata, un indirizzo di ricerca che sta velocemente prendendo piede anche in Italia. Diversamente da un programma di realtà virtuale, che mira a “sostituire” il mondo reale immergendo l’utente in un orizzonte “altro”, la realtà aumentata – come suggerisce il termine – ha lo scopo di completare, arricchendola, la nostra visione del mondo. E per visione del mondo non si intende una filosofica Weltanschauung, ma proprio la percezione visiva del mondo circostante. Quindi la realtà aumentata (d’ora in poi RA) combina reale e virtuale – si pensi, per esempio, ai film “Chi ha incastrato Roger Rabbit?” o a “Jurassic Park”- ma a differenza di questi, è interattiva in tempo reale.
A cosa può essere utile questo nuovo campo di ricerca? Innanzitutto, la RA permette all’utente di “vedere” ciò che non potrebbe percepire con i soli suoi sensi. Per rendere più chiaro il concetto, pensiamo ad alcuni dei possibili utilizzi della RA, in particolare le applicazioni alla medicina, alla manutenzione e riparazione di meccanismi, al divertimento, al design di interni o alla navigazione aerea.
I medici, per esempio, potrebbero usare la RA in chirurgia. Collezionando in tempo reale degli insiemi di dati in tre dimensioni del paziente, grazie a sensori non invasivi come la risonanza magnetica o la Tac, e combinandoli con la visione del paziente reale, il chirurgo otterrebbe un’immagine a raggi X, che quindi eviterebbe l’uso di altre tecniche invasive. E durante un’operazione chirurgica il medico avrebbe contemporaneamente accesso sia ai dati visibili ad occhio nudo che a quelli visibili con la risonanza magnetica o con la Tac. Diversi gruppi di ricerca in varie università, soprattutto americane, stanno portando avanti progetti in questo settore. Per ora sono state sviluppate soprattutto applicazioni di training, utilizzate principalmente da studenti in medicina. Una di queste è la costruzione di un particolare stetoscopio tridimensionale che, scandendo l’utero di una donna incinta con un sensore ad ultrasuoni, genera una rappresentazione tridimensionale del feto e la proietta su video-occhiali indossati dal medico. Altri modelli tridimensionali vengono impiegati nella biopsia del tumore del seno, nei quali gli oggetti virtuali localizzano la massa tumorale e guidano l’ago al suo obiettivo.
Allo stato attuale della ricerca, comunque, i sistemi di RA sono confinati nei laboratori, e dunque ben lontani dall’essere commercializzabili. Le prime applicazioni probabilmente riguarderanno la fabbricazione di aerei: sia la Boeing che la McDonnell Douglas hanno investito molte risorse in questa tecnologia.
Nel campo dell’intrattenimento, invece, uno dei settori oggi più promettenti è quello del turismo. Quando si passeggia tra le colonne dell’Acropoli di Atene o sotto gli archi del Colosseo a Roma, non si vedono questi luoghi come erano nel passato. E l’insegna al neon del negozio di souvenir stride con il ricordo di toghe e coturni. Un turista equipaggiato con un sistema di RA, che cancella le costruzioni moderne aggiuntesi nel tempo, potrebbe invece godere di una visione selezionata e filologica del sito che sta visitando, muovendosi però dentro lo spazio reale, e non in un mondo virtuale.
E’ evidente, però, che dietro la RA deve esserci un mutamento tecnologico, che permetta di progettare e costruire computer “indossabili” (i cosiddetti “wearable computer”). La nuova macchina, infatti, dovrà avere dei sensori che gli permettano di vedere e sentire ciò che vede e sente l’utente, di percepire il suo stato fisico o analizzare ciò che sta digitando. Sono stati proposti vari modelli di indossabilità, ma i più comodi per ora sembrano essere gli occhiali con un monocolo opaco, che ha la funzione di schermo, mentre l’altro occhio vede il mondo esterno. L’effetto percettivo non è schizofrenico come si potrebbe pensare, ma è tale che entrambi gli occhi vedono il virtuale combinato con il fisico.
Un altro possibile scenario? Eccone un esempio. Un dilemma che angustia coloro che progettano le esposizioni nei musei riguarda la quantità di dati con cui corredare le opere. Troppe informazioni annoiano il visitatore superficiale, troppo poche indispongono l’esperto. Immaginate allora di visitare un museo, diciamo il Louvre, in cui ogni opera è corredata di un’etichetta simile ad un codice a barre. Si può puntare la videocamera inserita nel computer “indossato” sul codice della Gioconda, e il quadro racconterà tutta la sua storia. Il sistema funziona anche per le opere posta all’aperto, come è stato sperimentato dalla Philips a Leiden con il progetto delle “facciate parlanti”, dove i monumenti raccontavano la propria storia grazie ad un sistema di trasmittenti e riceventi a raggi infrarossi.
La tendenza attuale, comunque, consiste nel non inserire queste tecnologie in futuribili caschi od occhiali – accessori imbarazzanti per chi non abbia un animo cyberpunk – bensì in evolute “lenti di ingrandimento”. Sono infatti così chiamati dei maneggevoli computer grandi quanto un quaderno, corredati di videocamera, attraverso i quali si può guardare la realtà, aumentata appunto delle informazioni inaccessibili all’occhio nudo.





