Come nasce un matematico cool?

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Dobbiamo abolire il liceo classico? Ogni tanto la discussione su questo tema si riapre, e in questi giorni a provocarla è stato il “Processo” svoltosi lo scorso 11 novembre al Teatro Carignano di Torino, un’azione teatrale che ha visto Andrea Ichino (primo accusatore) e Umberto (avvocato della difesa) dibattere sul futuro di uno degli indirizzi di studio storici della tradizione italiana.

Si è tornati dunque a discutere della cancellazione o meno del liceo classico. Dello studio delle lingue morte, il greco ed il latino, della storia dell’arte, della musica, della storia e così via, diminuendo come è logico anche gli anni di studio. Perché a che cosa serve lo studio “umanistico”, saper comprendere delle frasi e e le idee dei filosofi greci e latini? A formarsi una coscienza critica e morale? A che serve tutto questo nel mondo di oggi? Nel 1990 l’allora ministro della Pubblica Istruzione decise di formare un comitato scientifico di cui facevano parte tra gli altri Carlo Bertelli, Gerardo Bianco, Tullio Gregory, Bruno Gentili e Aldo Lo Schiavo. La premessa era che la vita delle persone si stava allungando, aumentavano la possibilità di apprendere, stavano esplodendo le nuove tecnologie. Insomma, si riteneva ragionevole che la formazione, lo studio potessero espandersi, per garantire al maggior numero di studenti una preparazione adeguata e soprattutto che venissero fornite maggiori possibilità a tutti. Una società in cui in tanti hanno accesso alla formazione, allo studio, alla cultura, sarebbe stata una società più giusta.

Fu fondata una rivista che si chiama Licei, il modello utopico di cui si dibatteva nelle riunioni in cui si preparavano i numeri della pubblicazione, spesso monografici, era di estendere le esperienze liceali, in particolare del liceo classico al maggior numero possibile di cittadini Italiani. Scriveva Lo Schiavo: “La nostra tradizione scolastica ci lascia il modello prestigioso del liceo classico, un modello pedagogico che non teme confronti internazionali, tuttora insuperato (pur se bisognoso di alcuni adeguamenti) […] Per aiutare gli allievi a diventare autonomi, che pensano e giudicano e operano con la testa propria, non c’è che una possibilità: farli arrivare a possedere quantomeno una chiave di lettura della realtà, ma a possederla sul serio (in quanto chiave culturale, non puramente didattica), in modo tale cioè da dominarla in tutte le sue possibilità e di essere in grado di usarla personalmente e non per delega”. Dal discorso non poteva restare estranea anche la cultura scientifica: “Molti classicisti ritengono che solo il sapere fondato sugli studi classici è in grado di assicurare una formazione critica, non specialistica ma universale e umanistica, in forza della quale i giovani attingono quell’indipendenza intellettuale e morale che li rende soggetti autonomi e non ingranaggi standardizzati di una società alienante. Questa opinione è […] errata nella premessa da cui muove, e cioè che solo gli studi classici possono assicurare una formazione autonoma e critica”.

Sono passati molti anni da allora. Un paese progredisce in base anche alle conoscenze scientifiche diffuse nella popolazione. Ci sono studi negli USA molto precisi che mostrano che una maggiore conoscenza della matematica comporta un maggiore stipendio. Quindi vi è bisogno di conoscere di più la matematica, la scienza in generale. Bisogna tagliare le altre discipline, insistere su matematica e informatica e nuove tecnologie (in molti fanno una gran pasticcio di queste discipline come se si trattasse della stessa cosa) e avremo un esercito di giovani che sarà preparato per il mondo del lavoro. Per fare un lavoro part time ad un call center. Ovviamente chi si rende conto che queste sono le prospettive (esagerando ovviamente) non avrà molta voglia di studiare il greco e il latino e la storia. Ma nemmeno la matematica e nemmeno l’Italiano.

Però come ha detto un noto intellettuale in uno degli articoli che ho letto “Bisogna essere cool, dobbiamo fare i matematici”. Ora da oramai più di venti anni i matematici sono di moda al cinema, al teatro, sui libri. Qualcuno ha forse capito che in fondo fare il matematico è un mestiere divertente, si gira il mondo, ci si occupa di cose di grande importanza, non si sa bene quali, ma importanti. I modelli matematici sono ovunque. Nessuno sa o si ricorda che un matematico ha guadagnato miliardi vendendo i modelli matematici non sufficientemente testati che sono stati alla base dei primi crack finanziari qualche anno fa. Insomma è fico fare il matematico? Ma che fa un matematico? Come si forma un matematico? O allargando la domanda, come si fa a formare gente creativa, pensante, che pensi in grande, che abbia idee e le sappia utilizzare? Una delle caratteristiche che si dice abbiano i matematici è di riuscire ad affrontare problemi che nessuno ha mai affrontato prima. Non di utilizzare modelli, idee già pronte e da applicare. Ma di immaginare nuovi problemi, nuove tecniche, nuove strategie a cui nessuno ha mai pensato prima. Come si insegna a fare cose del genere? Ma si potrebbe rispondere: a noi di gente più o meno geniale ne serve poca, i più  basta che facciano delle cose che vengo decise per loro e meno problemi si pongono e meglio è, e se magari non sanno nemmeno esprimersi bene nella lingua è ancora meglio. Critica, morale, parole sorpassate.

Ma come si forma un matematico creativo? E i matematici sanno che oggi non esiste più la divisione tra matematica applicata e pura, che è tutta matematica? Risponde Jean Pierre Bourguignon, per anni direttore del prestigioso Institut des Hautes Études Scientifiques (IHÉS) di Parigi, da un anno presidente del European Research Council, l’organismo che presiede alla ricerca scientifica in Europa. E’ un matematico, che ha organizzato nel 2012 una grande mostra su Matematica ed arte alla Espace Cartier a Parigi. Forse perchè era cool. “In Cina e negli altri paesi emergenti si è investito molto e si continua ad investire sulla formazione di base. L’idea non è quella di preparare persone che devono sapere fare un mestiere o un lavoro ma persone che penseranno e progetteranno il futuro, i nuovi lavori, le nuove tecnologie”. Studiando il passato, leggendo i classici, formandosi come persone. Certo chi non ha un’idea precisa non di che cosa fanno i matematici ma di come si forma una persona in grado di fare, comprendere, capire, pensare, progettare, risolvere, non può capire un comportamento del genere. Non può capire perché sapere capire delle idee di Platone, leggendole nella lingua in cui sono state scritte, non è solo un modo di entrare un poco nel solco culturale della nostra Europa, cogliere una vaga idea delle basi della nostra civiltà (parola vecchia ed ammuffita), appassionarsi al teatro, alla filosofia, e alla matematica.

Se andate a chiedere in giro tra i matematici scoprirete che molti hanno fatto studi classici e ne sono entusiasti, anche se magari non tutto funzionava nel loro Liceo. Che la costruzione delle frasi e del senso in greco e latino aiuta in modo essenziale a capire che cosa sia la logica, e che cosa voglia dire esprimere un’ IDEA, a che cosa voglia dire una dimostrazione e darne le prove. Una grande esperienza anche etica e morale (altre parole ammuffite) E si scopre anche che alcuni matematici hanno vinto il premio letterario Viareggio (il premio più prestigioso non solo per la saggistica) e tutti avevano studiato al liceo classico. E si scapisce anche che aver imparato qualche derivata ed integrale al liceo non serve per fare il matematico.

Avere idee, non solo in matematica, è la ricetta utopica della conoscenza. E certo non è automatico che insegnare la lingua, insegnare le lingue e le civiltà che ci hanno preceduto, la storia, la filosofia daranno dei risultati in breve termine, magari non ne daranno affatto. Perché anche la società ha le sue colpe, anche la politica. Se i ragazzi perdono la convinzione del nesso tra cultura, politica, società perché non riescono a trovare lavoro, o trovano un lavoro assurdo ed umiliante, non avranno stimoli. La politica non deve creare sogni ed utopie (non sempre) ma non deve soprattutto togliere dai pensieri utopie e sogni. E’ una eresia dire che la scuola deve essere (solo) funzionale al mondo del lavoro. Per progettare il futuro, per far uscire i paesi dalla crisi economica, per progredire, servono la cultura, la conoscenza, la fatica intellettuale. Così (forse, ma è sempre successo in Italia nei secoli passati) si investe sul futuro, si danno prospettive, e si avrà come effetto per nulla secondario di avere un paese più colto, più attento, più morale, più creativo, più contento. E’ una utopia, destinata a restare tale ma che nasce anche leggendo Platone in greco. E magari si finisce a fare il matematico, che è così cool.

Photo Credit: Ozyman via Compfightcc

2 Commenti

  1. Condivido perfettamente il senso dell’articolo, l’unica cosa che vorrei puntualizzare è che se è vero che gli studi classici aprono la mente e non sono affatto in antitesi con la formazione scientifica, è anche vero che non sono nemmeno l’unica via o la via maestra per formarsi come persone capaci di intraprendere con successo i percorsi più disparati. Il pensiero critico e lo spirito creativo possono essere stimolati da tutto o quasi, a patto che ci sia una forte curiosità e tensione alla scoperta.

    Queste discussioni sull’abolizione di questo o quell’indirizzo poi non le condivido affatto: i programmi sono in linea di massima chiari, esistono varie opzioni, chi non vuole apprendere certe cose e vuole focalizzarsi su altro non ha che da scegliere l’indirizzo che fa per lui/lei. Magari dovremmo focalizzarsi più sul come si insegna piuttosto che sul che cosa.

    Infine c’è da registrare una nota un po’ mesta: alcuni indirizzi formativi sono stati concepiti (tanti anni fa) tenendo presente il modello, utopico, del cittadino che desideri formarsi una cultura per avere una chiave di lettura privilegiata della realtà e poter vivere così percorsi intellettuali che altrimenti sarebbe ben più arduo esperire.
    La società attuale invece sembra ben poco interessata, statisticamente parlando, a questo genere di figure: il mercato del lavoro sovente richiede competenze specialistiche di tipo tecnico-pratico e in buona parte isolate da una cornice culturale di riferimento, oppure abilità manageriali. Tutto quanto non sia direttamente connesso all’esecuzione di un certo ciclo produttivo pare aggiunga poco o nulla secondo la percezione comune e pertanto viene considerato di pari valore: nulla.

    Alla luce di questa considerazione allora non deve meravigliare che per certi indirizzi più che per altri sia chiesta, più o meno provocatoriamente, una sostanziale revisione.

  2. non c’è ancora un tipo di liceo equilibrato, dal punto di vista scientifico, umanistico, linguistico, scienze sociali (diritto, economia, sociologia), aggiornato e flessibile. Per questo il classico è considerato ancora il più valido. Forse sono più completi lo scientifico e linguistico, ma anche questi sono poco flessibili e aggiornati. Il classico ha gli stessi problemi di quando i miei me lo fecero frequentare negli anni ’80. Pochissime ore di scienze e lingue, troppe ore di latino e greco (soprattutto), troppa insistenza, su aspetti e particolari che potrebbero essere delegati alle facoltà letterarie all’università. Per esempio anche filosofia, per quanto non inutile, non è sfruttata per il potenziale che avrebbe. Che senso ha far studiare la storia della filosofia a dei ragazzini, senza farli confrontare, con le analogie e le differenze con le correnti di pensiero contemporanee?
    Però, tuttora, è la scuola più tosta e, pur rovinando l’adolescenza, facilita la vita da studenti universitari, anche troppo. Sembra una vacanza e ci si può perdere per strada. Per quanto mi riguarda, ho potuto conseguire la laurea scientifica e studiare le materie che a scuola avevano pochissime ore.

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