Duttilità, affidabilità e, soprattutto, sicurezza. Sono alcune delle storiche prerogative del sistema operativo Unix, che proprio quest’anno compie il suo trentesimo anno di vita. Tre decenni trascorsi fra i continui assalti dei colossi dell’informatica americana per assicurarsi i diritti legati al suo nome e le ripetute sfide dei programmatori e dagli hacker uniti nel desiderio di violare la proverbiale sicurezza e impenetrabilità di Unix. Ultimamente però il dogma che faceva ritenere gli utenti Unix al riparo da ogni eventuale rischio legato ai virus è stato quantomeno messo in discussione. Già alla fine del 1996 era comparso Stahog, un virus scritto in linguaggio assembler dai Vlad, un gruppo di hacker australiani. Un virus che cerca di restare residente nella memoria e di diventare root (il nome con cui si identifica l’amministratore di sistema) per infettare poi ogni programma eseguibile lanciato sul computer. Dopo Stahog era arrivato Bliss, conosciuto anche come Linux virus, Unix virus o Hllo.17892, classico esempio di un esperimento di laboratorio sfuggito al controllo dell’autore. E non è finita. Dopo il falso allarme di Ebola (per gli informatici inglesi Hoax), un virus considerato capace di attaccare i file inviati tramite ftp o sendmail, ora il Dipartimento dell’Energia statunitense ha annunciato l’esistenza di AT&T Attack, virus dalle grandi capacità distruttive prodotto per ora da alcuni ricercatori esclusivamente in laboratorio.
Anche se questi primi virus non hanno creato eccessivi allarmi nella comunità degli utenti Unix, le grandi case produttrici di programmi antivirus, fiutato l’affare, hanno cominciato a interessarsi al fenomeno: McAfee, industria leader del settore, ha realizzato un antivirus per SunOS, Solaris, FreeBSD e Linux, a cui si sono affiancati analoghi prodotti di aziende come Sophos, Dr. Solomon’s Software e CyberSoft. In fondo il problema dei virus su questi sistemi operativi rimarrà confinato a episodi sporadici. I creatori di virus, soprattutto quelli improvvisati, trovano più semplice scardinare la sicurezza dei sistemi operativi di Microsoft che, con il 90 per cento del mercato mondiale, costituiscono una occasione più ghiotta per soddisfare il proprio desiderio di protagonismo. Le cose cambierebbero soltanto se Linux, che si basa proprio su Unix, diventasse una reale alternativa a Windows.
Ma per capire come un virus possa arrivare a infilarsi tra le maglie strettissime di Unix, “grande vecchio” dei sistemi operativi, sono opportune alcune spiegazioni. Un virus è un programma con la capacità di generare copie di sé stesso (riproduzione), di introdurle nel codice di altri programmi, in modo che la loro esecuzione metta in azione copie virali, (infezione). Il risultato sono una serie di inconvenienti agli utenti di un personal computer, da semplici azioni di disturbo a problemi decisamente più gravi.
L’impenetrabilità di Unix (e dei sistemi operativi come Linux, FreeBSD, Solaris, BeOS, Unixware e molti altri che gli si ispirano) sta tutta nel fatto che la protezione delle risorse disponibili è il concetto cardine. Non a caso è stato realizzato sfruttando le funzionalità connesse ai concetti di multitasking e multiuser. A differenza di Windows 95 o 98, per i quali la password e il nome dell’utente sono marginali, Unix prevede che anche i singoli file presenti sul computer possano avere un proprietario e dei permessi di accesso ben precisi, e che oltretutto essi possano essere eseguiti contemporaneamente da più utenti.
In pratica, chi intende utilizzare un sistema operativo Unix like che non sia il suo, dovrà innanzitutto disporre dei diritti necessari per compiere operazioni su di esso. E anche con tali requisiti, egli potrà probabilmente accedere solo ad alcuni programmi, senza la possibilità di cancellarli o modificarli. Perché di solito tale opportunità è riservata solo a pochi – e fidati – power user o addirittura solo al gestore della sicurezza del computer. Ecco perché chi vuole compiere azioni invasive nel mondo Unix, compreso chi scrive virus, deve prima di tutto ottenere le password di un utente già esistente, e possibilmente quella dell’amministratore del sistema, l’unica che da diritto di accesso di lettura e scrittura su ogni singolo file.
Così, se un virus tentasse di replicarsi nei programmi di un computer Unix, riuscirebbe a modificare solo quelli non protetti in scrittura. E le barriere diventano quasi insormontabili: questi file sono pochi, inoltre si trovano di solito nella directory privata di un utente (e quindi non di pubblico dominio). Da qui l’impossibilità di propagarsi agli altri utilizzatori del computer e il virus non riuscirebbe a provocare un blocco improvviso del sistema. Al massimo potrebbe fermare solamente un processo, lasciando la capacità di lanciare applicativi agli altri utenti. Se poi un virus cercasse di monopolizzare le attività del processore, grazie al multitasking Unix sarebbe in grado di diminuire la sua priorità di esecuzione. Insomma, un virus eseguito senza ampi permessi amministrativi ha ben poche possibilità di mettere in atto il suo programma di disturbo, e al massimo riuscirà ad infastidire solo il malcapitato che ha lanciato il programma infetto.
Per questo i tentativi di attacco a Unix hanno finora preso strade diverse da quelle dei virus: chi desiderava violare la sua sicurezza ha ripiegato sulle cosiddette backdoor, ossia delle porte di servizio talvolta create dagli stessi programmatori per eventuali test o anche involontariamente presenti sotto forma di errori del sistema operativo. O ancora, all’utilizzo combinato delle backdoor con i cosiddetti worm, cioè programmi che hanno l’unico scopo di diffondersi indiscriminatamente non solo sulla macchina ospite, ma anche su tutti gli altri computer presenti nella rete.





