HomeSaluteLa verità sul colesterolo, tra equivoci e falsi miti

La verità sul colesterolo, tra equivoci e falsi miti

Le analisi del sangue sono ormai diventate uno strumento abituale per il controllo della propria salute; e quando indicano una concentrazione di colesterolo superiore ai 240 mg per decilitro di sangue, si attivano allarmi e preoccupazioni. La lotta al colesterolo assume forme varie e la pubblicità di prodotti che dovrebbero abbassarne i livelli sono diventate ossessive: ma di quali malanni può essere ritenuta colpevole questa molecola? In un processo immaginario Fulvio Ursini, professore emerito a Pavia, e Paola Arosio, giornalista, presentano argomenti di accusa e difesa del colesterolo, ne descrivono il meccanismo di azione, analizzano il significato scientifico dei dati sperimentali.

Nel dibattito immaginario le parti opposte portano le loro documentazioni e le loro prove, il giudizio di esperti sostiene le varie opinioni, la biochimica mette in evidenza la formazione e i meccanismi di azione delle molecole coinvolte. Ma perché i valori “alti” di colesterolo sono pericolosi? Si ritiene che proprio da questi dipenda la maggior parte dei casi di infarto e di ictus, e solo da una decina di anni i risultati delle ricerche hanno individuato un farmaco, le statine, che ne abbassano i livelli ematici.

Fulvio Ursini, Paola Arosio – Processo al colesterolo. La verità della scienza oltre equivoci e falsi miti. Raffaello Cortina Editore, 2026, pp 185, €18,00

Cosa è il colesterolo

Il colesterolo è una molecola lipidica essenziale alla costruzione delle membrane plasmatiche cellulari; viene prodotto dal fegato e, per raggiungere le cellule viaggia nel sangue associato a particelle di lipoproteine che si distinguono per avere alta densità (colesterolo HDL, High Density Lipoprotein, che trasportano il colesterolo dai tessuti al fegato) o bassa densità (colesterolo LDL, Low Density Lipoprotein: formato da catene a bassa densità che trasportano il colesterolo dal fegato ai tessuti).

Sulle pareti interne delle arterie, però, le particelle di colesterolo LDL possono depositarsi formando delle placche che si estendono fino a bloccare il flusso sanguigno; se questo accade nelle arterie cardiache il cuore non viene più irrorato, vengono a mancare l’ossigeno e il necessario nutrimento, le cellule contrattili muoiono con conseguenze anche gravissime. Nel corso del processo, il dibattito tra Accusa e Difesa mostra come la ricerca delle cause delle disfunzioni cardiocircolatorie non sia stata facile: solo dopo lunghe e problematiche indagini sperimentali è stata dimostrata una forte correlazione tra livelli alti di colesterolo LDL nel sangue, formazione delle placche nelle arterie e malattie cardiovascolari. Contemporaneamente è stata rilevata sia l’importanza (negativa) di una alimentazione molto ricca di grassi e dell’abitudine al fumo, sia l’importanza (positiva) dell‘attività fisica.

Alla ricerca di un farmaco

Anche la ricerca di farmaci è stata complessa: solo dopo molti tentativi la sperimentazione farmacologica internazionale è riuscita mettere a punto un sistema molecolare capace di inibire nelle cellule l’enzima responsabile della sintesi di particelle di colesterolo LDL riducendone quindi la quantità complessiva nel sangue. L’effetto di questo tipo di farmaci chiamati statine sembrava miracoloso, anche se inizialmente si riscontravano gravi effetti collaterali. Ma la prospettiva di immensi guadagni, dicono gli autori, ha contribuito a gestire meglio l’intero sistema sperimentazione-produzione.

Nel processo immaginario, però, l’Accusa ricorda anche gli effetti collaterali delle statine: sono stati osservati danni al sistema muscolare, una probabile insufficienza renale, altri inconvenienti su cui gli stessi medici che le prescrivono non riescono a trovare un accordo. Poiché le statine vengono spesso usate a scopo preventivo, la controversia sulla loro effettiva funzione ha portato alla definizione di linee guida internazionali che contengono le raccomandazioni stabilite su questo argomento dalle più importanti società scientifiche del mondo.

Combattere il colesterolo o l’infiammazione?

L’Accusa continua a sostenere che certo, livelli di colesterolo alto possono essere pericolosi, ma che in realtà sono pericolose le modificazioni che intervengono sulle molecole LDL provocando infiammazione. Sarebbe quindi molto più importante combattere questi processi infiammatori. Nell’organismo circolano infatti radicali liberi, capaci di sottrarre ossigeno alle molecole vicine, ossidandole: si attivano processi di ossido-riduzione a catena e si formano molecole LDL negative. Lo stress ossidativo e l’infiammazione sono strettamente correlati e modificano la struttura cellulare, agendo su lipidi, proteine, membrane, ed anche sullo stesso DNA. Più LDL circolano nel sangue, più i processi ossidativi a loro carico sono probabili, e le LDL con carica elettrica negativa, quelle più reattive, possono bloccarsi sulle pareti delle arterie formando placche. L’infiammazione attira i macrofagi che dovrebbero demolire questi depositi, ma non sempre ci riescono. Anzi, possono anche loro stabilizzarsi sulle biforcazioni delle arterie aumentando l’ingombro e formando cellule schiumose. Infine, la superficie delle placche può staccarsi e formare coaguli che entrano in circolo provocando ictus o infarto. Secondo questa interpretazione sarebbero pericolose solo le LDL – negative: ma è praticamente impossibile – o molto costoso – individuarle ed eliminarle. Conviene quindi abbassare in generale i livelli totali di colesterolo dannoso, diminuendo così anche la quota pericolosa.

Gli autori ricordano anche i possibili effetti benefici di sostanze che fanno o potrebbero “fare bene”, intervenendo in vari modi sulle funzioni cellulari. Dal testo sembra che questi benefici siano piuttosto vaghi, non documentati statisticamente, rilevati in alcuni casi ma non controllati da una definita sperimentazione. Si tratta dei cosiddetti nutraceutici, gioia delle aziende che li producono e della pubblicità che ne illustra i benefici effetti. Sull’efficacia di queste sostanze gli stessi medici non sono d’accordo e si attivano discussioni spesso assai poco scientifiche. Il vino fa bene perché contiene antiossidanti, ma quanto bene fa, e a chi? In che condizioni? Che una alimentazione scorretta possa influire sulla produzione organica del colesterolo, in aggiunta a quello ingerito con i cibi sembra accertato ma la variabilità individuale e le condizioni al contorno non danno indicazioni sicure sulle benefiche azioni di alimenti o integratori che controllano l’ossidazione dei lipidi e la formazione di eventuali sostanze nocive.

Condanna o assoluzione

Nell’ultimo capitolo gli autori, senza dare i risultati del processo di condanna o assoluzione del colesterolo, impostano il problema terapeutico in termini generali invitando comunque il lettore ad una vita sana. Ad esempio, aiutano a valutare come il diabete, l’ipertensione, la sedentarietà, il fumo concorrano a definire o a peggiorare gli stati patologici. Così è importante attivare strategie di prevenzione, agendo prima che qualunque malattia o disfunzione si manifesti, o aiutando il malato quando non riesce a controllare il suo stile di vita mantenendo abitudini a rischio.

Gli autori notano come nel processo, davanti allo stesso problema complesso, cardiologi, internisti ed epidemiologi abbiano sostenuto l’accusa mentre biochimici e chimici fossero schierati in difesa. Osservando lo stesso fenomeno, i vari specialisti si sono posti domande differenti analizzando come centrale una parte diversa dello stesso problema. Diventa e quindi evidente come, a livello terapeutico, non si possano contemporaneamente massimizzare realismo, generalità e precisione, in quanto ogni modello evidenzia qualcosa e rinuncia a qualcos’altro. E il dissenso diventa una risorsa euristica quando permette apertura di vedute e ricchezza di idee. Ogni eventuale sintesi deve mantenere libero l’accesso ad altre interpretazioni possibili, sostenute sempre da coerenza di ricerca e di validazione.

Proprio la natura provvisoria e complessa della ricerca scientifica, sostengono gli autori, suggerisce cautela e la biologia raramente ragiona in termini netti, attenta a considerare la variabilità individuale nelle possibili reazioni ad ogni sostanza terapeutica. La cautela serve al medico nei casi di over-diagnosi, nella medicina preventiva, o nell’uso dei tanti prebiotici e probiotici. E serve cautela del malato che, imparando a valutare il proprio stato, può riacquistare maggiore autonomia nei confronti del medico che a sua volta ne riacquista nei confronti del sistema, rifiutandone il paternalismo. Dunque, questo immaginario processo che si conclude senza definire colpevoli e innocenti valorizza la problematicità del sistema vivente, la sua individualità, la sua fragilità e il suo incessante bisogno di conoscenza.

Foto di Anirudh su Unsplash

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