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Sanità, SSN tra conquista civile e crisi strutturale

Tra utopia e realismo, tra speranza e delusione Martina Benedetti, infermiera di terapia intensiva, esplora con competenza professionale la struttura e le funzioni del Servizio Sanitario Nazionale, e mette in evidenza come i principi di universalità, equità e uguaglianza lo abbiano fino ad ora sostenuto. Istituito nel 1968 per garantire un’offerta di salute adeguata a tutti i cittadini, il SSN ha rappresentato per l’Italia, come sostiene in un’intervista contenuta nel volume il farmacologo Silvio Garattini, una vera conquista civile. La Costituzione italiana, infatti riconosce a tutti, ricchi e poveri, il Diritto alla salute, secondo un criterio ben diverso da quello di altri Stati che lo riconoscono solo ai soggetti produttivi per il paese.

Martina Benedetti, La salute in un angolo. Crisi e futuro del nostro servizio sanitario. Edizioni Dedalo, 2025 – Pp. 272, €18,00

Risorse insufficienti e disuguaglianze regionali

Per realizzare questo diritto costituzionale servono soldi e personale, professionisti preparati e fondi da impiegare bene, rispettando i criteri su cui si basa il sistema della sanità. Ma spesso, trascinati dai cambiamenti economici e politici dei tempi più recenti, gli originari principi base vengono disattesi. Per esempio, l’idea di universalità si scontra duramente con le differenze regionali che portano a disparità significative nella gestione dei servizi, con le infinite liste di attesa che indirizzano molti pazienti verso strutture private a pagamento, o con il costo di alcuni farmaci, proibitivo per chi non ha i mezzi per accedervi.

Tasse, evasione e privatizzazione della sanità

Nel nostro sistema sociale, continua Martina Benedetti, il SSN si regge sulla fiscalità pubblica, o – come si dice di questi tempi – sul “pizzo di Stato”, cioè sulle tasse che i cittadini, tutti, dovrebbero pagare. Nella realtà del nostro Paese, tuttavia, l’evasione fiscale è particolarmente gravosa e sottrae al sistema sanitario e a tutta la collettività i finanziamenti necessari al suo funzionamento. Gli evasori possono quindi fruire di servizi che non contribuiscono a sostenere e pesano sulle spalle degli altri privandoli dell’assistenza di cui avrebbero bisogno. Gli scarsi finanziamenti, spiega ancora Garattini, spingono il Sistema verso l’aziendalizzazione: si sviluppa così un conflitto tra il modello sanitario pubblico (con tutte le sue difficoltà) e quello privato convenzionato, interessato a risolvere le problematiche terapeutiche da cui può ricavare profitto, privilegiando le prestazioni più remunerative e spesso rimandando al pubblico i casi più difficili.

I LEA e il problema dei tempi di attesa

Ci sono però prestazioni che il SSN è comunque obbligato a garantire. In seguito a una scelta politica, tecnica ed economica, nel 1992 sono stati introdotti i LEA, Livelli Essenziali di Assistenza (poi modificati nel 1999 e infine nel 2024): questi dovrebbero garantire a tutti, in tempi definiti, una assistenza sanitaria collettiva, una assistenza medica di base e una assistenza ospedaliera. Anche qui però le diverse realtà regionali rendono assai disuguali le risposte alle esigenze dei cittadini. Inoltre, i tempi non vengono praticamente mai rispettati: se per esempio, si avrebbe diritto a ricevere una visita specialistica entro 60 giorni dalla prescrizione, nella realtà corrente si possono ottenere appuntamenti dopo nove mesi, o un anno, oppure mai, in mancanza di posti disponibili.

Farmaci e ingiustizie

Le critiche di Martina Benedetti a queste prassi anche troppo comuni sono piuttosto severe. Critiche sulle tante spese inutili, sul mercato dei farmaci, sui modi di mantenere gli operatori sanitari in situazioni precarie. Critiche sul mancato aggiornamento di attrezzature e di presidi terapeutici, su come vengono concessi i rimborsi per spese sostenute dai privati, critiche sulla cosiddetta attività intramoenia dove, pagando, si può avere rapido accesso alla stessa prestazione che altrimenti si potrebbe ottenere solo dopo mesi. Ancora Garattini commenta: quello che offende non è l’attesa ma l’ingiustizia. Solo chi ha i soldi a disposizione può rivolgersi al privato a pagamento, senza nemmeno sperare in un (pur previsto) rimborso.

L’inferno del Pronto soccorso

L’alternativa scelta dai tanti che non sanno a chi rivolgersi diventa allora il Pronto soccorso: barelle nei corridoi, attese infinite, sofferenze senza conforto, personale stanco e indaffarato… un’esperienza a cui si dovrebbe ricorrere solo quando è necessario. In realtà, il Pronto soccorso rappresenta una soluzione impropria alle prenotazioni di visite oltre i tempi accettabili, ma risponde anche ai malesseri improvvisi o alla assenza di attenzione o di cure da parte dei medici di famiglia, spesso semplici compilatori di ricette o di prescrizioni su richiesta. Anche al Pronto soccorso mancano gli infermieri, e mancano i medici. Infatti, seppure i giovani laureati siano in aumento, manca l’offerta di lavori stabili. La fatica è enorme e gli stipendi sono di gran lunga inferiori a quelli che si possono ricevere all’estero. Di conseguenza si lavora “a gettone”: medici, infermieri, tecnici sono pagati da cooperative private per singoli turni di presenza, i giovani diventano precari senza vincoli di continuità assistenziale, costano molto e rendono poco. E questo è un altro modo in cui il privato, a piccoli passi, trova spazi per sostituirsi al pubblico.

Quanto pesa la precarietà

A questo quadro impietoso Benedetti aggiunge ancora qualche pennellata: il logorio di un lavoro stressante e mal riconosciuto, la precarietà della condizione di medici e infermieri spesso vittime della violenza dei pazienti, esasperati e aggressivi; lo strapotere condizionante del mercato dei farmaci, che orienta la scelta delle terapie modernizzando spesso soltanto il nome di uno stesso principio attivo.  Anche nell’ambito del SSN il confine tra competenza e conflitto di interessi, nella gestione del mercato farmaceutico, è talvolta strettissimo.

Le prospettive dei Servizi territoriali

I tentativi di potenziare i servizi territoriali rappresentano una via di uscita a tanta disorganizzazione: l’integrazione sociosanitaria prevista tra i servizi fondanti del SSN potrebbe rappresentare un modo di rispondere ai bisogni elementari del cittadino. Per esempio, sarebbe importante che un professionista sanitario potesse recarsi a domicilio del paziente, valutandone anche i bisogni sociali. I PUA (Punti Unici di Accesso) sono sportelli pensati per semplificare la vita a chi ha bisogno di assistenza. Se funzionassero sarebbero un sostegno per i caregiver, per le tante donne che impegnano la propria vita nell’assistenza dei familiari malati. Si potrebbero attivare le Case della Comunità dove trovare, al bisogno, personale medico, infermieri, assistenti sociali e supporto per le cronicità. In molte Regioni – del Nord – sono stati anche attivati Ospedali di Comunità, con strutture informatiche adeguate in modo da avere sempre presenti le condizioni dei vari malati (in altre Regioni non se ne è mai neppure sentito parlare).

Tra utopia e ottimismo

Su queste prospettive di futuro ancora Garattini prova a concludere tra utopia e ottimismo: serviranno tempo, risorse e volontà politica per costruire questi nuovi punti di riferimento per la salute. Solo col consenso di tutti queste prospettive potranno essere realizzate perché se vi è partecipazione si potrà credere nella utilità di queste strutture. Non bastano le riforme e i decreti dall’alto, un sistema sociosanitario funziona solo se i cittadini lo riconoscono come proprio. Se sanno cosa aspettarsi, se vengono coinvolti nelle scelte, se vengono ascoltati.

Credits immagine di copertina: Piron Guillaume su Unsplash

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